prendo un'oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall'osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci e uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo passando, l'infinito nell'umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d'amore,
sono tutte creature della vita e del dolore;
s'agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli uomini sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la vita.
Così ricorda e descrive la sua città il grande poeta triestino Umberto Saba.
Trieste è una delle più belle città italiane. Essa appare scenograficamente disposta in riva al mare, adagiata ai piedi delle colline. I bei palazzi ottocenteschi che si allineano lungo la riva testimoniano un passato di grande emporio marittimo dell'impero austro-ungarico. Trieste è da sempre, e ancora, una città di frontiera, sia culturalmente, sia geograficamente: la Slovenia è a pochi chilometri e dalle alture del Carso che vi conducono scende la bora.
Capoluogo di provincia, con circa 210.000 abitanti, Trieste è una città affascinante ed aristocratica: è contemporaneamente l’ultima città d’Italia a nordest, l’estremo lembo meridionale della Mitteleuropa, la prima città della nuova Europa. Le tre notazioni permettono di comprendere un tessuto ricco di storia, d’arte e di cultura, che tuttavia non dimentica né il presente - legato al mondo della tecnologia e della ricerca scientifica - né la natura, che solo qui manifesta alcuni dei suoi più affascinanti fenomeni.
Un giornalista del primo Novecento, che cercava di captarne il “genius loci”, descrisse compiutamente Trieste, con il linguaggio degli innamorati. “Attraverso la città nuova, bianca, pulita, dal selciato regolare, a larghe lastre di arenaria quasi bianca, le vie si schierano come un’immensa scacchiera. E senza monotonie, perché ogni via ha in fondo, o di sopra, o in faccia, un quadretto nuovo: il mare, il gran mare classico della latinità vittoriosa per venti secoli di incontrastato dominio; il mare seminato di natanti di ogni colore, grandi e piccini, a vela e a vapore; oppure l'altro quadro eternamente bello: i monti grigi, le colline verdi popolate di ville e di case campestri: Scorcola, Belvedere, Cologna, Montebello, Opicina; e lontano, il braccio magnifico dei monti Vena, quasi azzurri, dai quali si distacca il promontorio di Miramare, e più in fondo Duino, ove la catena si inabissa nelle lagune di Monfalcone e tocca le piane del Friuli orientale.
Veramente Trieste non la si può prendere d'un colpo d'occhio. Vista dal mare appare in semicerchio tra il promontorio di Sant’Andrea, dove poggia La Lanterna, e il Portonuovo. La riva è asserragliata da una lunga fila di case e di palazzi. La fila è interrotta da una fuga di vie che si perdono nell'interno della città. Solo verso il Portonuovo, tra due file di caseggiati, il Canal Grande si apre un varco nel cuore della città per circa 300 metri, formando uno dei punti più caratteristici di Trieste, perché fa vedere i bastimenti nel bel mezzo della città, inaspettatamente, a chi dal Corso entra nelle vie o laterali del Ponterosso, del Canal Grande, di Sant’Antonio, ecc.
In fondo al Canale si eleva una chiesa in stile romano, Sant’Antonio, di fianco la chiesa dei Greci scismatici, San Spiridione, in stile puramente bizantino. Vista dal mare, dunque, Trieste appare quasi piccina. Due colline, sorgenti dal cuore della città, San Giusto e San Vito, fanno credere a due possibili limiti. Invece, dopo aver dato la scalata a quelle due colline, la città si precipita ad occupare le valli che vi si aprono dietro, e a dare nuovo assalto agli altri colli che le si presentano di fianco, sviluppandosi tra muraglie di monti, e fra l'allegria degli orti e dei boschetti. Perciò da qualunque parte l'osservatore si presenti, non potrà mai abbracciare tutta la città.
A detta di molti forestieri, poche città italiane presentano bellezze naturali quali ne presenta Trieste. Per la sua posizione invidiabile, Trieste attirò a sé molti artisti, che vollero inspirarsi alle sue purpuree aurore e ai suoi tramonti di fuoco: da George Byron a Carlo Nodier e a Giosuè Carducci, che vi si dimostrò entusiasta.
Del resto, nel suo insieme, Trieste mostra l'avvicendarsi delle epoche nei ruderi romani che attestano le sue origini; nelle viuzze dei vecchi rioni, negli avanzi delle sue mura medievali, e delle rozze torri impastate di ciottoli informi, tenuti insieme da un cemento che il popolo dice fatto dal diavolo; nelle case patriziati, povere oggi, malandate, ma che conservano ancora gli scudi gentilizi, le leggende scolpite sulla pietra viva, i pozzi nei cortili che conservano lapidi e iscrizioni latine; nelle vie e nelle case della città cosiddetta “nuova” anguste quelle, misere queste, che ridicono della miseria intellettuale di questa popolazione mercantesca che fiorì in quei rioni allora nuovi, quando l’imperatrice Maria Teresa e i suoi successori diedero al commercio triestino ogni libertà, nei quartieri nuovissimi che ostentano caseggiati moderni ed eleganti; pare da tutto ciò esca la voce della storia, a narrare di Trieste, latina prima, friulana e veneta poi, italiana ora e nell’avvenire. E l’impressione è buona, è sana, è benefica, come è benefico il senso artistico, il quadro splendido che si gode dal colle del Farneto, dalla Villa Revoltella, come è sano il profumo del mare, goduto dal passeggio di Sant’Andrea, che pare un frammento di Liguria trapiantato su questa costiera cantata da tanti poeti e sospirata da tanti esuli.”.
La città ha vissuto lunghi anni di estremismo politico, che a volte è stato "irredentismo" nazionale, ed altre volte vero e proprio scontro tra civiltà diverse. Ancora vivo tra i triestini è il ricordo del definitivo passaggio all'Italia nel 1954, quando il ritorno alla Patria appariva incerto. Quasi per miracolo - in questa città, come in altri luoghi di passaggio e di frontiera - il clima di continua tensione psicologica, dettato dai tanti sconvolgimenti politici e da tante incertezze, ha raffinato la sensibilità e ha prodotto finissime riflessioni di intellettuali nati qui, o che qui hanno trovato il loro habitat creativo: James Joyce, Rainer Maria Rilke, Umberto Saba e Italo Svevo. I mitici Caffè di Trieste sono pregni di ricordi di grandi conversazioni e discussioni che avvenivano al loro interno, quando si parlava - in varie lingue - di politica e d’arte, di letteratura e filosofia, di mondi al crepuscolo e di futuri incerti che si stavano oscuramente profilando.

