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Mercoledì 24 Maggio 2017, San Vincenzo di Lerino
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Visitare Teramo - guida breve

 

Anfiteatro Romano

Presso la Cattedrale, in Via San Berardo – durante i lavori di sistemazione urbanistica del 1939 – furono riportati  alla luce cospicui resti di due edifici dello spettacolo d'epoca romana: l'anfiteatro e il teatro.
Edificato tra il I e di II secolo d.C., l’Anfiteatro presenta pianta ellittica con un perimetro di 208 metri circa, l'asse maggiore di 74 metri e l'asse minore di 56. Si conservano i resti dell'anello murario esterno, alto circa 12 metri, con cortina in opus latericium e il muro perimetrale in opera a sacco. Sul muro, nella parte interna, vi sono i resti degli attacchi dei muri radiali interni, distanti tra loro due metri circa, aventi copertura a volte a botte, su cui poggiavano le gradinate. Nella parte alta della struttura, sull'ultimo anello, si innalzano le decorazioni architettoniche a lesene. Nella muratura lungo gli assi principali della struttura vi sono diverse aperture ad arco e, in corrispondenza dell'asse principale, è presente una triplice apertura per il cui tramite era possibile accedere direttamente alle gradinate per il pubblico, di cui non rimane traccia.
L'ingresso principale si apriva a est sull'asse minore. La pavimentazione della struttura è stata riportata alla luce sei metri di profondità rispetto all'attuale livello stradale. Nel 1583 il Vescovo di Teramo, come testimonia una visita pastorale conservata nell'archivio diocesano della città, capì che nelle vicinanze della Cattedrale si conservavano resti importanti dell'antica città e ordinò la rimozione della terra nelle vicinanze dell'imponente muro che si emergeva negli orti vicini. Agli inizi del XX secolo i resti che riemersero vennero confusi, come testimonia il Savini (1917), con quelli dell'adiacente teatro che proprio in quegli anni cominciò a riemergere dalla terra. Nel 1937 gli scavi identificarono meglio la struttura e divennero ancora più visibili nel lato nord-sud con l'abbattimento di alcuni edifici ottocenteschi che erano addossati sulla muratura esterna.
In epoca medievale, l'Anfiteatro venne utilizzato, insieme al Teatro, come cava di materiale per la costruzione di nuovi edifici, tra cui la Cattedrale. Quest'ultima riutilizza parte del materiale, soprattutto pietre scolpite, e ne occupa addirittura una parte. Secondo la tradizione locale l'anfiteatro venne utilizzato anche come fortezza militare e - dal XVIII secolo – sopra una parte della struttura, fu costruito l'edificio dell'ex Seminario.
 

Castello della Monica

Il Castello si erge sul Colle San Venanzio e domina Teramo dall’alto. Fu progettato e fatto costruire dal pittore teramano Gennaro Della Monica, fra il 1889 e il 1917, sui resti dell’antica Chiesa di San Venanzio. Dell’ex chiesa furono utilizzati i materiali e molti elementi decorativi, con l’intento di riprodurre, anche nei particolari, un castello medievale. Lo stesso Della Monica decorò l’interno con sue creazioni pittoriche, affreschi e decorazioni, inserendo qua e là tutta una serie di sculture originali, di capitelli e di colonnine.
L’edificio ha un aspetto asimmetrico e non è molto grande, perché il Della Monica lo desiderava per sé e per la propria famiglia. Lo stile è volutamente composito e comprende elementi romanici, gotici, medievali, con dovizia di torri, archi e decorazioni. La “filosofia” dell’edificio è spiegata dal Della Monica, che scrisse: “Non si tratta di un esempio di revival gotico propriamente detto, ma è, per più aspetti, rappresentativo della cultura figurativo-letteraria e della sensibilità del Settecento e dell’Ottocento. Il complesso prende lo spunto dal gusto settecentesco del pittoresco, si alimentò dell'ideologia romantica stimolata dalla riscoperta del castello - e del Medioevo - il tutto in forme e decorazioni attinte con molta libertà e inventiva dal repertorio gotico con contaminazioni moresche”.

L’artista abitò nel Castello e vi collocò il suo studio. Qui raccolse una mole enorme di materiale, appunti e disegni, realizzati durante i lavori di completamento degli interni e dell'intero complesso. Una curiosa leggenda vuole che il Della Monica continuasse a progettare sempre nuovi ampliamenti e trasformazioni, perché una zingara - di cui pare fosse innamorato - gli predisse che sarebbe morto nel giorno in cui la costruzione avesse avuto termine.

 

Chiesa di San Domenico

Il complesso conventuale di San Domenico prospetta sul Corso di Porta Romana. Dopo una lunga e attenta progettazione, la sua costruzione inizia nel 1323, per volere del presule aprutino Niccolò degli Arcioni. La grande chiesa fu portata a compimento solo nel 1407, e la costruzione del chiostro procedette di pari passo.
L’imponente mole del complesso fu eretta, in stile gotico, con materiale laterizio economico e di facile utilizzo. Per evitare ogni rivalità con altri ordini presenti nel capoluogo aprutino, i Domenicani eliminarono ogni ornamento esterno. La chiesa fu poggiata su un ampio basamento sagomato in pietra ed ebbe un coronamento simile a quello del tempio di San Francesco (ora Sant'Antonio), con qualche finestrone oblungo gotico, a forma di bifora e un bel portale. La semplicità architettonica riflette quella dei Francescani: fu scelta la struttura a forma di grande nave con tribuna rettangolare, mentre all’esterno presentava robusti contrafforti angolari posti sulle cantonate, anziché lesene intermedie. Come quello di Sant’Antonio, l’esterno fu coronato da eleganti arcatelle cieche di mattoni, piuttosto ampie, a forma di ogive depresse, sporgenti su piccole mensole in pietra o cotto.

All’interno, la struttura fu rinforzata con arconi a sesto acuto, che divisero la Chiesa in sei campate coperte a tetto, mentre nel coro, che costituì l’abside del Tempio, fu costruita una slanciata e splendida volta a crociera costolonata, con un bel cielo stellato affrescato nelle lunette. Gioiello della Chiesa è la Cappella della Madonna del Rosario, stuccata nel 1753 dal marchigiano Gilberto Todini, che eseguì pure gli affreschi della volta e dei medaglioni delle pareti (1755). Gli affreschi sulla parete sinistra della grande navata unica sono di Luca d’Atri e rappresentano Storie della Vita di Cristo; quelli dell’abside, della controfacciata e di parte della parete sinistra, raffigurano santi cari alla devozione popolare e all’ordine domenicano, pitture votive e immagini mariane, databili tra il XIV e XV secolo: molto interessanti dal punto di vista iconografico sono una bellissima Annunciazione, e una Madonna del Latte con Sant’Antonio Abate e i Santi Sebastiano e Rocco di Montpellier. Notevoli sono anche il grande affresco nella parete destra della controfacciata, che rappresenta i santi patroni di Padova (Giustina, Daniele e Prosdocimo), e altri tre santi (forse Berardo, patrono di Teramo, Antonio di Padova e Vito). Al centro di questa teoria di santi, è la Madonna col Bambino che accoglie la preghiera del donatore, probabilmente il Conte da Carrara. A Giovanni Antonio da Lucoli si deve la notevole e splendida copia in terracotta policroma della Madonna delle Grazie (XVI secolo). Michele Clerici realizzò il bellissimo gruppo in stucco della Famiglia di Sant’Anna (XVIII secolo), entrambe oggi poste in due nicchie nel presbiterio. Nel chiostro le bifore ai lati dell’ingresso della Sala del Capitolo, furono chiuse, utilizzando lo spazio ricavatone per far dipingere dal polacco Sebastiano Majewsky le Scene della Vita di San Domenico (prima del 1627). Tra il XVI e il XVII la struttura claustrale fu rafforzata, con la costruzione dei vani sovrastanti e del ballatoio. 

 

Domus e Mosaico del Leone

Nel giugno 1891 Francesco Savini, scavando le fondazioni del lato occidentale del proprio palazzo, in Corso Cerulli, rinvenne i resti di una domus romana che si affacciava su una via secondaria, ortogonale al cardo massimo di Teramo. I resti permettono di leggere chiaramente alcuni ambienti; l'atrio con pavimento in mosaico di piccole tessere bianche su cui sono distribuite scaglie policrome di vari marmi (scutulatum), fiancheggiato da due piccoli corridoi: la vasca per la raccolta dell'acqua piovana (impluvium), con pavimento laterizio spinato (opus spicatum) e la stanza centrale (tablinum).
Lo stupendo mosaico pavimentale del tablinum - simile per fattura a quelli rinvenuti a Pompei e nella villa di Adriano a Tivoli - costituisce uno dei più significativi esempi di mosaici tardo-ellenistici in Italia; proprio dalla rappresentazione contenuta nella parte centrale di esso (emblema) la prestigiosa residenza prende il nome di "Domus del Leone". L'emblema, realizzato con tessere minutissime (vermiculatum), rappresenta un leone che azzanna un serpente ed è incorniciato da un ricco festone naturalistico; il pavimento musivo dell'ambiente è costituito da un tappeto a cassettoni dai molteplici colori decorati da rosoni, margherite e corone di alloro. Lo stile e la tecnica dei mosaici permettono di datarli intorno alla metà del I secolo a.C. Per altro verso, le dimensioni eccezionali dell’atrio, la qualità delle decorazioni e la posizione della casa, collocata vicino al foro cittadino, lasciano pensare alla dimora di un personaggio dell’aristocrazia locale, forse uno dei primi magistrati della colonia sillana.
 

Duomo di Teramo

La cattedrale di San Berardo appare con la sua monumentale facciata, in maniera quasi improvvisa, al termine di Corso Michetti. Essa costituisce il punto di convergenza delle principali arterie del centro storico cittadino e delimita i quattro antichi quartieri di San Giorgio, Santo Spirito, Santa Maria a Bitetto e San Leonardo. Per gli storici locali, l'edificazione sarebbe avvenuta tra il 1156 e il 1158. L'edificio sorse, ad opera del vescovo Guido II, nell'ambito del processo di ricostruzione della città, distrutta dai Normanni. Esso rappresentò la nuova Cattedrale, in sostituzione della precedente, intitolata a Santa Maria Aprutiensis. Ampio l'utilizzo di materiale di spoglio. Sicuramente parte del materiale lapideo fu prelevato dagli adiacenti teatro e anfiteatro romani; di quest'ultimo si demolì persino la parte nord-occidentale per dare spazio alla nuova Cattedrale.
L'edificio del XII secolo è stato modificato da aggiunte e restauri, e si presenta oggi come il frutto di diversi interventi architettonici. E’ evidente la presenza di due corpi indipendenti non allineati sul medesimo asse. Il primo corpo parte da est, arriva sino alle mura presbiterali ed è quello riferibile alla fabbrica del vescovo Guido II; l'altro rappresenta un prolungamento dovuto all'intervento del vescovo Nicolò degli Arcioni, che nel 1332-1335 decise di aggiungere la parte posteriore. La Cattedrale conserva immutato il suo maestoso aspetto fino al Settecento, secolo che apre con il terribile sisma del 1703, accompagnato dalla peste e dalla carestia di grano. Ma il Settecento è anche il secolo della ricostruzione, e dell’affermarsi della nuova estetica barocca. Dal 1739 il Duomo è trasformato in forme barocche dall'architetto Lazzaro Giosaffatti, o da Gerolamo Rizza. La trasformazione barocca non è più osservabile, poiché nel 1932-1935 è stato ripristinato il volto medievale della Cattedrale. In sostanza, unica testimone della fase barocca rimane la Cappella di San Berardo.
La bella facciata, monumentale e scenografica, è la risultante degli interventi che si sono succeduti tra il XII e il XV secolo e si contraddistingue per la raffinatezza dei fregi e delle sculture, per la proporzione delle misure, per la ricchezza cromatica dei marmi. Campeggia sul prospetto il prezioso portale del 1332, firmato da Diodato Romano, con una strombatura a tre sbalzi in cui a due colonnine tortili si alternano finissime decorazioni di intaglio e di "opus tessellatum". La ricca decorazione è conclusa ai lati da due colonnine lisce, ognuna con un leone stiloforo in atto di riposo alla base e una statua sul capitello: quella dell'Arcangelo e quella dell'Annunziata. L’architrave è decorato con un fregio a mosaico contenente l'iscrizione a caratteri gotici dorati che attesta la paternità e la data dell'opera. A essa si aggiungono tre stemmi rossi a forma di scudo. Sopra il portale si erge un alto timpano a cuspide. Al centro è posto un ampio rosone con tre archi concentrici decorati a intaglio. Chiudono la decorazione tre edicole con statue di santi, due in basso (San Berardo e il Battista), una in alto (Redentore Benedicente). L'intervento trecentesco di Nicolò degli Arcioni non si limitò all'ampliamento della chiesa ma riguardò anche la facciata guidiana, con un progetto che fu poi abbandonato. Tra la facciata arcioniana e il fianco settentrionale si erge un maestoso campanile a pianta quadrata: la sua costruzione fu iniziata a partire dalla metà del XII secolo e completata nel 1493 da Antonio da Lodi.
L’interno è a tre navate con colonne romane (sostituite nel restauro del 1924-1935) che si alternano a pilastri rettangolari di differenti dimensioni. L'ambiente è scandito da arcate a tutto sesto e termina con un presbiterio delimitato da quattro pilastri cruciformi sostenenti archi trionfali da cui s’innalza una cupola a spicchi ottagonale. A metà della nave maggiore si sviluppa un corpo trasversale contenente la barocca cappella di San Berardo, che accoglie le reliquie del Santo, qui trasportato dalla vecchia cattedrale nel 1174. La cappella è costituita da una campata voltata a botte cui segue un ampio vano cupolato. Le pareti sono ritmate da semicolonne di ordine composito. La decorazione a stucco presenta varianti di toni caldi che rendono elegante l'insieme; due ovali sempre in stucco incorniciano dipinti a olio raffiguranti gli episodi della vita del Santo.
All'interno della navata guidiana si nota un carattere stilistico unitario, un'evidente ispirazione romanica con linee semplici e severe che scandiscono la poderosa struttura. Da qui sei gradini conducono alla nave superiore, frutto dell'ampliamento arcioniano. Questa è divisa in tre navate scandite da due pilastri centrali, uno a sezione rotonda e l'altro a sezione ottagonale. Sui pilastri si impostano arcate trasversali a sesto acuto che si collegano alle mura perimetrali poggiando su alte lesene. Lo spazio è del tipo delle chiese a sala, con ampio ambiente caratterizzato da un'altezza quasi uguale delle tre navate; l'effetto è di una generale uniformità che rende l'architettura particolarmente monumentale.
La Cattedrale contiene preziose opere di scultura, oreficeria e pittura, veri capolavori d'arte. Fra le tante, ricordiamo il polittico trecentesco di Jacobello del Fiore, lo stupendo paliotto d'argento di Nicola da Guardiagrele (1433-1448) e la bella edicola rinascimentale realizzata alla fine del Quattrocento da Antonio da Lodi. In forme che annunciano il barocco è realizzato l'altare ligneo della sagrestia nuova, monumentale mostra in legno di noce scolpito e intagliato che incornicia le tele raffiguranti episodi della vita di San Berardo. Queste tele sono state realizzate dal polacco Sebastiano Majewski, nella seconda metà del Seicento. 
 

Museo Civico Archeologico

Posto in Via Delfico e dedicato allo storico teramano Francesco Savini, padre dell’archeologia in Abruzzo, il Museo costituisce il polo centrale del Sistema Museale Città di Teramo, centro di lettura del territorio, collegato ai siti archeologici presenti nella città e nel teramano, con un'adeguata rete di rimandi conoscitivi tra i musei del sistema e il territorio di riferimento. La collezione copre un lungo periodo storico che va dalla Preistoria al Medioevo.
Nelle stanze del piano terra, è possibile ripercorrere le tappe di una storia senza soluzione di continuità dell'area occupata oggi dalla città (dal XII secolo a.C. al VII d.C.). L'identità storica della città romana è testimoniata dalle sue tipologie costruttive: gli edifici pubblici, le abitazioni private, le necropoli, a chiudere - in un ipotetico viaggio - il cerchio dell'esistenza dell'uomo; mentre assume consistenza la forma dell'antico tessuto urbano, evocato attraverso i suoi luoghi pubblici (il foro, il teatro, l'anfiteatro, le terme, le testimonianze della religiosità antica), le sue ricche dimore (la Domus cosiddetta del Leone, di Porta Carrese, di Largo Torre Bruciata, dell'area di Largo Madonna delle Grazie), le sue necropoli, lungo i nodi extraurbani e le grosse direttrici viarie.
Al primo piano la storia del territorio teramano è narrata per temi, dalla preistoria al processo di romanizzazione sino al periodo medievale. Si succedono così le età della fase preistorica e protostorica attraverso la descrizione dei siti maggiormente rappresentativi, mentre il processo di romanizzazione è narrato attraverso lo sviluppo di temi: dal commercio all'organizzazione amministrativa, dai santuari alle ville, dalle presenze "barbariche" ai commerci e alla produzione ceramica di epoca medievale, con un riferimento visivo finale alle chiese del teramano, un invito a ripercorrere le tappe del romanico nella Provincia di Teramo.
 

Necropoli di Ponte Messato

Tra i monumenti antichi di maggiore interesse storico a Teramo, il sito archeologico della Necropoli di Ponte Messato è stato scoperto nel 1961, presso la chiesetta rurale di Santa Maria della Cona. Gli scavi sono stati ripresi dal marzo 2000.
Le strutture riemerse appartengono a una vasta area sepolcrale interessata da deposizioni che coprono un arco cronologico dal IX secolo a.C. all’età imperiale. La necropoli italica, del IX-VI secolo a.C., è a inumazione mentre quella di epoca romana (dal II secolo a.C. ai primi decenni del II secolo d.C.) è a incinerazione. Nel II secolo d.C. si riafferma l'inumazione con tombe alla cappuccina.
Della necropoli italica sono stati individuati due nuclei di sepolture monumentali distinti per tipologia e localizzazione. Il nucleo originario, localizzato nei pressi del fosso Messato, ha restituito grandi monumenti funerari del tipo a circolo e fossa centrale con ricchi corredi. L'altro nucleo, localizzato all'estremità meridionale del sito, è costituito da cinque tombe di bambini da zero a dieci anni con tre monumenti a circolo, per i più grandi, e fosse terragne per i neonati.
Della necropoli romana sono state recuperate le strutture di mausolei allineati lungo la Via Cecilia, con basamento quadrangolare, nucleo in cementizio, rivestimento in blocchi di travertino e coronamento piano o a timpano, decorato con cornici. Le aree sepolcrali consistevano in spazi delimitati da un muretto di recinzione oppure da cippi all'interno dei quali erano interrate le olle cinerarie.
Il mausoleo più ricco e imponente della necropoli raggiungeva i tre metri di altezza ed era allineato sulla strada, dove due cippi gemelli indicavano i confini di proprietà del defunto Sextus Histimennius. All'interno della sepoltura furono recuperati frammenti a transenna e una statua in marmo bianco, datata al I secolo d.C., raffigurante il defunto in veste di togato, ora perduta. In un altro mausoleo furono recuperati più di cento frammenti in osso di letto funebre con raffigurazioni umane, animali e floreali.
 

Palazzo Dèlfico

Palazzo Dèlfico, sede della Biblioteca provinciale “Dèlfico”, è un importante esempio di architettura civile della città. L’edificio prospetta sulla via omonima: è stato progettato, costruito e ampliato tra i primi anni della seconda metà del Settecento e la prima metà dell’Ottocento.
La costruzione fu voluta dai fratelli Dèlfico (Giamberardino, Melchiorre e Gianfilippo), che vollero costruire l’edificio proprio di fronte al primo palazzo (casa Dèlfico), fatto costruire dalla famiglia nel Cinquecento, quando i Dèlfico avevano assunto un importante ruolo pubblico. Il nuovo Palazzo aveva, infatti, lo scopo di enfatizzare la solidità familiare e affermare il ruolo di direzione politica, culturale e sociale dei Dèlfico.
L’impianto iniziale in stile barocco si articolava su due piani ed era caratterizzato dal collegamento dell’edificio con i soprastanti orti, mediante passaggi aerei. Dopo il 1820 furono iniziati nuovi lavori che si conclusero fra il 1850 e il 1853 e interessarono i fronti lungo le attuali Via Dèlfico e Via Carducci. Tali ristrutturazioni trasformarono l’edificio secondo il gusto neoclassico e i modelli dell’Ottocento napoletano. L’impianto rimase invariato fino alla cessione dell’edificio al Comune (1939) e, successivamente, alla Provincia.
La facciata e il primo piano conservano la struttura e le linee del Settecento, mentre alla metà del Novecento risalgono la sopraelevazione del secondo piano, l’ala che insiste su Via Comi e l’allineamento su Via Carducci.
Si accede mediante un portale in legno, impreziosito dagli stemmi gentilizi della famiglia Dèlfico e della famiglia De Filippis, fusesi nel 1820. All’interno si conserva un apparato architettonico e decorativo di grande rilievo: in particolare vanno menzionati l’atrio solenne e lo scalone scenografico, decorato da statue che si rifanno a un programma decorativo e figurativo volto a celebrare la fama e la forza della casata. Inoltre il Palazzo custodisce opere d’arte di un certo pregio.
 

Palazzo Savini

Sito in Corso Cerulli, di fronte al Palazzo Muzii Castelli, Palazzo Savini è uno dei palazzi più importanti e più rappresentativi di Teramo. Fu costruito all’inizio dell’Ottocento sui resti del vecchio carcere, a sua volta costruito sulle rovine di una casa di epoca romana, come testimonia uno dei più significativi reperti cittadini, il mosaico del Leone, che si trova nel seminterrato del palazzo. Recentemente restaurato dalla famiglia Tudini, l’edificio è assai elegante.
L’esterno è caratterizzato da decorazioni floreali e mitologiche in stile Liberty. All’interno del piano superiore, aggiunto a metà Ottocento, le sale sono abbellite da notevoli decorazioni che raffigurano scene di genere, scene mitologiche e allegoriche, scene storiche, paesaggi, ritratti. Fra i vari artisti che vi posero mano, troviamo Giuseppe Mancini, De Giacomo, Sardella e Mariani. Nel 1893 l'interno fu arricchito di un imponente e raffinato scalone abbellito – sempre in forme ispirate al Liberty – dal pittore camplese Norberto Rozzi. In un’attenta distribuzione di spazi e prospettive, lo scalone si compone di un volume parallelepipedo a pianta rettangolare occupato da due rampe di scale e relativi ripiani, delimitati da parapetti costituiti da balaustri marmorei.
 

Palazzo Vescovile

Il Palazzo Vescovile di Teramo, che prospetta su Piazza Martiri della Libertà, è un edificio imponente e massiccio. La sua costruzione risale ai secoli XIII e XIV, ma subì nei secoli frequenti restauri e rimaneggiamenti. Nel 1465 era descritto dal vescovo Campano come una rocca fortificata, ossia come un castello merlato e turrito, quasi a simboleggiare la supremazia del vescovo sulla città; era a due piani, con loggiato a piano terra e loggette aperte all’interno e all’esterno poste al piano superiore. Così, infatti, il Palazzo è raffigurato nella pianta di Teramo del famoso polittico di Jacobello del Fiore, conservato in Cattedrale. Oggi l’edificio si presenta isolato sui quattro lati, a pianta rettangolare e con cortile centrale: è chiaramente il risultato della ristrutturazione e del notevole ampliamento voluti nella seconda metà del Cinquecento dal vescovo Piccolomini. L’ultimo restauro radicale dell’episcopio è stato fatto alla fine del Novecento.
Il porticato che dà su Piazza Orsini conserva traccia dell’impianto medioevale con archi a ogiva in pietra ornati da doppia cornice e sostenuti da pilastri anch’essi in pietra. Nel cortile interno si conservano quattro colonne ottagonali forse appartenute a un portico preesistente.
All’interno del Palazzo si conservano alcuni arredi, in parte provenienti dalla Cattedrale, fra cui spiccano la cosiddetta “Tomba dei canonici”, edicola con quattro colonnine tortili sostenute da leoni stilofori e coronate da capitelli fogliati, e una base di cero pasquale del primo Quattrocento. Notevoli sono anche una quattrocentesca Madonna con Bambino in pietra, di rozza fattura locale; una seicentesca tela di San Berardo di artista fiammingo e una grande tela, pure seicentesca, con la Presentazione del Bambin Gesù a San Francesco.
 

Pinacoteca Civica

Fondata nel 1985, la Pinacoteca Civica di Teramo ha sede in Viale Bovio, in una palazzina neoclassica ubicata nei pressi della Villa Comunale.  Già sede della Società Economica Provinciale, la palazzina fu poi acquistata dal Comune e nel 1930 adattata ad accogliere un museo. Riallestita nel 1958 e nel 1979, la Pinacoteca fu definitivamente ristrutturata nel 1996.
Il patrimonio in essa conservato, il cui nucleo più antico risale al 1863, consiste in opere per lo più provenienti da Chiese e Conventi. Esso si è arricchito nel corso del tempo mediante donazioni e depositi, e annovera dipinti antichi, tele e sculture dell'800 e del '900, ceramiche castellane del 1700, opere di grafica del XIX e XX secolo. In particolare, spicca una pregevole collezione di quadretti di maiolica di Castelli del XVII-XIX secolo. I pittori maggiormente rappresentativi sono di area centro-meridionale. Fra di essi, si segnalano Giacomo da Campli, Luca Forte, Nicolò De Simone, Luca Giordano, Francesco De Mura e Corrado Giaquinto.
Notevole è anche la collezione di sculture, che comprende opere in gesso e marmo di Raffaello Pagliaccetti e opere bronzee di Venanzio Crocetti (l’autore della Porta dei Sacramenti della Basilica romana di San Pietro).
 

Teatro Romano

Edificato in età augustea (30-20 a.C.), il Teatro ha subito nei secoli varie manomissioni, ma resta sempre la più interessante struttura romana dell’area picena. Oggi sono visibili ben 24 pilastri della praecinctio a due ordini di arcate, 20 dei 22 muri radiali di sostegno e un vomitorio con resti di scale collegate al secondo ordine di gradinate che davano l’accesso al Teatro. Dell’orchestra si conserva solo un breve tratto di pavimentazione. Il frontescena è caratterizzato da due grandi nicchie rettangolari su cui si affacciavano due porte che consentivano agli attori di entrare in scena. Statue decorative erano collocate verosimilmente dentro le nicchie.
La cavea, del diametro di circa 78 metri poteva ospitare circa 3000 spettatori ed era sostenuta da una struttura interamente artificiale, in opera quadrata e cementizia. La facciata esterna doveva presentare in origine due piani sovrapposti, dei quali si conserva gran parte di quello inferiore, costituito da arcate su pilastri in opera quadrata. Le volte che sostenevano la cavea erano in opera cementizia. Della scena e dell'orchestra è scavato solo il tratto orientale. Il pulpitum, l'alzato del palcoscenico, è decorato con nicchie alternativamente di pianta rettangolare e semicircolare, una sola delle quali è ancora visibile. La ricca decorazione della scena, insieme ai caratteri architettonici e edilizi, confermano una datazione dell'edificio ai primi decenni dell'età augustea. Si tratta di una serie di cornici con mensole e di frammenti di capitelli, oltre ai resti di un grande iscrizione, non decifrabile, e a una statua femminile in marmo, acefala.
I pilastri e parte del muro sono stati realizzati in muratura a blocchi quadrati di pietra grossa tufacea, messi in opera con interposizione di malta, mentre il restante è in opus incertum. Ancor'oggi il teatro viene utilizzato per eventi culturali.