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Storia di Teramo

Teramo fu antichissima colonia fenicia, chiamata Pretut, meta delle migrazioni di vari popoli come i Piceni e i Sabini, spinti verso il sud, nel V secolo a.C., dalle aggressioni degli Umbri. La città era il centro principale della popolazione dei Pretuzi. In seguito fu conquistata dal console romano Manio Curio Dentato nel 290 a.C. (cinque anni dopo la battaglia di Sentino), divenendo municipio. La storia certa della città data dalla conquista romana. Teramo allora era una città molto più ampia che adesso, e grandi vantaggi risentì dal recente dominio. I resti di mura e di templi, i mosaici, le colonne, i marmi per quello che ancora il tempo ha nella sua opera distruggitrice ancora serbato, mostrano appunto che l'antica colonia fenicia in nulla era inferiore alle più industriose e ricche città dell'epoca. Né i Romani la conquistarono d'un tratto; ma a essa lasciarono per molto tempo leggi e governo propri e la facoltà di tenere “conciliabolo”, che era come la prova dell’indipendenza. Fu solo in seguito che Tito Tattajeno se ne impadronì in nome di Roma, ascrivendola alla regione Velina. Teramo prese parte attiva alla Guerra sociale (91-88 a.C.) parteggiando per Mario. Silla la privò dello statuto di municipio ma tale titolo le fu restituito da Cesare. Come capitale del Petrutium fu poi inserita da Augusto nella V regio.

La città è ricordata come colonia fenicia da Tolomeo, da Plinio e da altri scrittori anche posteriori ad Augusto. A quanto asserisce il Delfico nella sua opera lnteramnia Pretutia, il nome della città subì diverse variazioni: Petrut fu mutato latinamente in Proetutium, forse dopo la conquista romana. Fu poi chiamata lnteramnia come già altre città, per essere alla confluenza del Tordino colla Vezzola, vale a dire posta “fra due fiumi”. Da lnteramnia fu facile la corruzione del nome in quello che la città porta oggi.  Sotto il dominio imperiale, la città conobbe un periodo di grande prosperità e splendore, testimoniato dalla costruzione, in particolare sotto Adriano, di templi, terme e teatri.
Teramo seguì, naturalmente, le sorti dell’impero, e durante le invasioni barbariche fu distrutta dai Goti (410). Non sarà la sola volta, giacché nel 1155 dopo esser passata con varie vicende dai Longobardi ai duchi di Spoleto, ai Franchi di Carlo Magno, ai Normanni e agli Angioini, fu messa a ferro e fuoco dal conte Roberto di Loretello, governatore della città in nome di Guglielmo I.
Fu allora per opera del vescovo Guidone, e dei suoi successori, che la città incominciò lentamente a risorgere. Teramo fu data in feudo ai vescovi, e fu specialmente sotto uno di loro, il vescovo Sasso, che furono concessi molti privilegi agli abitanti: ciò attirò molti forestieri, che in poco tempo ripopolarono quel territorio divenuto quasi deserto, e dettero forte impulso all’economia della zona. D'ora in poi la città, se si eccettua l'inevitabile contraccolpo che dal succedersi di tanti governi in Italia, doveva risentire, se si eccettuano le inevitabili scaramucce con Ascoli e altri paesi vicini, godè all'interno la pace e i benefici di un savio ordinamento.
Ma le guerre intestine erano all'angolo, e anche a Teramo non tardarono a scoppiare. Enrico di Melatino e Antonello De Valle si disputarono a lungo il dominio della città, che subito si divise in due partiti, l'uno detto degli Spennati, l'altro dei Mazzaclocchi (da "mazzaclocca", la mazza che usavano come arma), infeudati rispettivamente ai Melatino e ai De Valle. Triste conseguenza delle lotte fra le due fazioni fu la tirannia dei De Valle, durata parecchi anni. Ai De Valle, nel 1390, successe il Melatino e a questi - nel 1395 - Andrea Matteo Acquaviva, che si nominò Duca d’Atri e Signore di Teramo, e fu ucciso in seguito dai suoi stessi partigiani. Un’originale testimonianza di questo periodo sanguinoso è la “lapide delle male lingue”, conservata presso la Biblioteca Provinciale, che ritrae due teste che si fronteggiano mostrandosi le lingue, trapassate dalle punte di un compasso. Leggenda vuole che siano state le donne teramane a porre fine all'assurda guerra, proclamando uno sciopero degli affetti. Dal 1421 al 1424 ebbe il dominio della città il famoso condottiero Braccio Fortebraccio da Montone, cui successe Francesco Sforza fino al 1443; da ultimo, Teramo passò ad Alfonso d'Aragona.
D'ora in poi, fino cioè all'anno 1770, Teramo segui le sorti del reame di Napoli, godendo di una larghissima libertà comunale, che le ambizioni dei soliti facinorosi non riuscirono a soffocare. L'amministrazione era nelle mani di quarantotto famiglie che componevano l'ordine dei consiglieri e monopolizzavano tutti i pubblici uffici. Per le questioni più gravi veniva radunato un parlamento generale ove intervenivano tutti i capi di famiglia. I quarantotto signori di cui abbiamo parlato, venendo eletti nelle stesse famiglie per più secoli (dal Quattrocento alla seconda metà del Settecento), si consideravano come i soli nobili della città. Le loro famiglie si dissero dei Quarantotto. Nel Settecento e nell’Ottocento Teramo ebbe una vivace vita culturale aprendosi alle idee illuministe di illustri studiosi, come Melchiorre Delfico, cui diede i natali.
Il fermento portato in tutti gli ordinamenti civili e politici dalla rivoluzione francese, non poteva non influire anche sulla tranquillità di Teramo. L'11 dicembre 1798 la città fu conquistata dai Francesi che vi proclamarono la repubblica: l'anno seguente la abbandonarono.
Nel 1814 Teramo insorse contro il governo Murat, e distrusse la statua che era stata eretta a Giuseppe Bonaparte. La città continuò a essere Capoluogo di Provincia anche dopo che, nel 1815, il Regno di Napoli (a seguito del Congresso di Vienna), assunse il nome di Regno delle Due Sicilie. Di quest'ultimo Regno seguì le sorti fino al 1860, anno in cui le truppe piemontesi-savoiarde, attraversato il confine del fiume Tronto, penetrarono, senza dichiarazione di guerra, nel territorio del Regno e sconfissero l'Esercito Borbonico. Successivamente, nel 1861, fu proclamata l’Unità d'Italia.
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