Login / Registrazione
Domenica 18 Febbraio 2018, San Simeone
Federico Gandolfi - CC by-sa
Carlo Satta - CC by-sa
follow us! @travelitalia

Visitare Sassari - guida breve

 

Altare Prenuragico di Monte d’Accoddi

L’Altare Prenuragico di Monte d’Accoddi sorge a undici chilometri da Sassari e risale all’età del rame (circa 2450-1850 a.C.). La costruzione, scoperta nel secondo dopoguerra, si presenta come un ampio cumulo di pietre e terra. Si ritiene che sia stata per molti secoli un centro religioso, e che sulla sua sommità fossero celebrati i riti propiziatori per la fecondità della terra, o il culto dei defunti.
In origine doveva avere la forma di una piramide tronca a base trapezoidale – simile alle “ziqqurat” della Mesopotamia – sostenuta da massicce murature di blocchi non squadrati, sovrapposti a secco. L’altare si eleva a dieci metri di altezza, e la sua piattaforma ha un perimetro di metri 30,50 per 37,50. Presso il santuario sono stati dissepolti alcuni menhir, forse simbolo delle divinità cui si rendeva il culto; una pietra sferica, probabile simbolo del sole; i resti di molte capanne rettangolari. Sul lato est sono state ritrovate due tavole sacrificali in pietra lavorata, una del diametro di oltre tre metri.
L’altare è importante “per la particolarità della tecnica costruttiva, che precorre l’architettura della successiva età nuragica e per l'originalità tipologica che gli permette di essere l'unico esempi di grande altare megalitico conosciuto in tutto il Mediterraneo occidentale”. Il suo ritrovamento ha aperto nuove prospettive sulla cultura e sulla storia della Sardegna preistorica.
 

Chiesa di San Pietro in Silki

La Chiesa di San Pietro in Silki e l’annesso convento francescano sorgono alla periferia di Sassari, e dominano un bel piazzale panoramico. Circa le origini, il cosiddetto “condaghe” di San Pietro in Silki, il più antico manoscritto sassarese, prezioso per la storia della città, testimonia fin dal secolo XII l'esistenza della chiesa, il cui nome sembra derivare da quello di uno scomparso abitato medievale. Tradizione vuole che il convento abbia ospitato San Bernardino da Feltre nel 1469-1470, e che in tale periodo fosse particolarmente importante. L'edificio, come la gran parte delle chiese di Sassari, fu profondamente ristrutturato a partire dal Seicento. Della primitiva costruzione romanica rimangono solo il convento e la parte inferiore del campanile.
La facciata, caratterizzata dallo sviluppo di un grande atrio, è del 1675. L'interno è una vasta aula coperta a botte lunettata, con quattro cappelle sul lato sinistro. La prima è dedicata alla Madonna delle Grazie, fu edificata intorno al 1470 ed è un'importante testimonianza del gotico-catalano in Sardegna; la seconda conserva un Crocifisso ligneo del Settecento; la terza contiene due statue seicentesche, una in legno di San Pasquale e una in cera di San Vittorio; la quarta, entro un altare intagliato, conserva la Madonna col Bambino detta "Madonna del fico", scultura lignea della prima metà del Quattrocento. Notevoli sono pure: il trecentesco simulacro della Vergine delle Grazie, oggetto di grande venerazione, che campeggia sull’altar maggiore, intagliato e dorato; il dipinto seicentesco de La glorificazione di San Pietro, nel presbiterio; un singolare arco d'ingresso del 1642, policentrico; e il chiostro d'impianto seicentesco, con capitelli decorati.
Dal 1869 il convento ospita una casa di riposo.
 

Chiesa di Santa Maria di Betlem

La Chiesa di Santa Maria di Betlem fu edificata “extra moenia” dai Francescani nella seconda metà del Duecento, con molta probabilità sull’area di una precedente abbazia benedettina, dedicata a Santa Maria di Campulongu e risalente al 1106. Il santuario è sempre stato importante per le antiche Corporazioni. Quasi tutte le cappelle della chiesa, infatti, appartengono ai “Gremi” cittadini: Sarti, Muratori, Ortolani, Contadini, Piccapietre, Falegnami.
Dell’edificio duecentesco, è rimasta solo la parte inferiore della facciata, in cui lo stile romanico si fonde con motivi gotici francesi e di gusto arabo. Il resto è il risultato di vari rifacimenti e ampliamenti d’epoca aragonese e dei secoli successivi, sino alla metà dell'Ottocento. La cupola e il campanile sono le parti più recenti.
L'interno, a navata unica, conserva notevoli pezzi artistici, come il pulpito e gli altari barocchi delle cappelle laterali. Gli altari furono realizzati nel Settecento, in legno policromo, intagliato in forme assai caratteristiche dell’artigianato locale. Il santuario conserva pure: una statua lignea dei primi del Quattrocento, chiamata Madonna della Rosa; alcuni bei dipinti del modenese Giacomo Cavedoni (1577-1660) e, ad opera di Giovanni Antonia Contena, artista di probabili origini napoletane, due importanti sculture lignee: il pulpito e il Retablo di Sant'Antonio. Infine, la chiesa custodisce quasi tutti i celebri ceri (detti "candelieri") portati in processione alla vigilia di Ferragosto: anche per questo, Santa Maria di Betlem, è forse la chiesa più cara ai Sassaresi. Un’ultima chicca si trova nel piccolo chiostro: è l'antica e suggestiva fonte detta "del Brigliadore”, con tre stemmi e varie teste di mostri scolpite in bronzo.
 

Duomo di Sassari

Il Duomo di Sassari ha una storia lunga e complessa: è la storia di più chiese. La prima fu una pieve romanico-pisana, eretta nel XII secolo e dedicata a San Nicola di Bari. Di essa rimane soltanto la parte inferiore del campanile e un tratto di muro nella sagrestia aragonese. La traslazione canonica della sede metropolitana da Torres a Sassari, avvenuta nel 1441, pose il problema di una nuova cattedrale. Fra il 1480 e il 1505, l’edificio romanico fu abbattuto quasi del tutto: la chiesa fu riedificata e ingrandita, seguendo linee architettoniche gotico-aragonesi. La chiesa fu allora riconsacrata, assumendo il nome di Santa Maria del Popolo, che mantenne per circa un secolo, prima di riprendere quello più antico. In questo periodo, o in quello immediatamente successivo, fu voltata la cupola. Infine, tra il 1650 e il 1723, furono eseguiti i lavori che portarono al prospetto attuale. In particolare, fu abbattuta la campata anteriore ed eretta la grande facciata, in stile barocco-coloniale spagnolo, che domina Piazza Duomo. Non si sa chi stese il progetto: forse fu Baldhasar Romero, l’architetto che nel 1681 fu incaricato di alcuni restauri.
La facciata è molto alta. Nella parte inferiore è caratterizzata da un portico a tre archi, la cui parte superiore è molto elaborata, e decorata con fregi, arabeschi, tralci, fiori, angioletti, medaglioni. Sulla parte alta si trovano tre nicchie, con le statue dei santi più venerati nel sassarese: Gavino, Proto e Gianuario. Ancora più in alto, nel frontone a forma di feluca, si trova la nicchia con la statua di San Nicola. Il portico è caratterizzato da tre volte stellari, costituite da volte a crociera costolonate che s’intersecano in più punti e da gemme anulari nei punti d’intersezione. Le gemme in numero di cinque nelle volte laterali e di dieci in quella centrale, sono decorate con motivi naturalistici e hanno una semplice funzione decorativa. La torre campanaria è caratterizzata da un impianto a canna quadrata, limitato negli spigoli da lesene e suddiviso in cinque ordini mediante cornici orizzontali, sormontati da una cella campanaria settecentesca.
L’interno presenta oggi queste caratteristiche: pianta a una sola navata con cappelle laterali fra i contrafforti, transetto con cappelle alle estremità, cupola e presbiterio con abside semicircolare. La navata e il presbiterio sono coperti da volte a crociera, mentre le cappelle, rettangolari e di diversa ampiezza, sono coperte da volte a botte, così come il transetto e le cappelle che si aprono alle sue estremità. Fra le opere d’arte conservate nel Duomo, spiccano: il trecentesco dipinto della Madonna del Bosco; un Crocefisso spagnolo del Settecento; una tela col Martirio dei Santi Cosma e Damiano, attribuita a Carlo Maratta, e l’Ultima Cena, di Giovanni Marghinotti. Notevole è anche il mausoleo di Placido Benedetto di Savoia conte di Moriana, fratello dei re Vittorio Emanuele I e Carlo Felice, morto a Sassari nel 1802.
Il Duomo ospita, infine, la sezione “ori, argenti e paramenti” del Museo Diocesano. Vi sono esposti parati d’altare, preziosi oggetti liturgici storicamente appartenenti al Duomo e ciò che resta dei gioielli dell’Assunta, acquisiti fra il XVI e il XX secolo.
 

Fontana di Rosello

Simbolo e monumento storico di Sassari, la Fontana di Rosello è la più famosa di tutta la Sardegna. La Fontana sorge al centro della Valle del Rosello ed è sovrastata dal Ponte omonimo, ai piedi del quartiere di Monte Rosello Le sue origini potrebbero risalire addirittura al Duecento; certamente, nel corso dei secoli, la struttura – chiamata in antico Fontana di Gurusele o di Gurusello – è stata più volte distrutta e ricostruita. Tra il 1605 e il 1606, la Fontana fu ristrutturata nella forma tardo-rinascimentale in gran parte arrivata fino ai nostri giorni.
La struttura è formata da due parallelepipedi rettangolari sovrapposti, i cui lati sono divisi da sedici riquadri rettangolari in pietra scura, mentre il resto della struttura è di marmo bianco. La parte inferiore, di dimensioni maggiori, è circondata da una cornice sotto la quale è incisa su tre lati l’iscrizione dedicatoria, mentre il quarto lato presenta un motivo a fogliame.
Ai quattro lati superiori, sono poste altrettante torrette quadrangolari merlate, simboleggianti la città, più due torrette cilindriche che riportano gli stemmi della casa d’Aragona. Dalle torrette merlate si dipartono due archi incrociati che sorreggono la statua equestre di San Gavino, martire turritano. Sul lato meridionale rivolto alla città si colloca la statua di un nume fluviale, adagiato in contemplazione.
Nel complesso, la Fontana è un’allegoria del fluire del tempo espressa attraverso una simbologia che richiama, con le sue quattro statue, le stagioni, e con le dodici bocche sottostanti, da cui fuoriesce l’acqua, i mesi dell’anno. Nel corso dei moti antifeudali del 1795, furono distrutte tre delle quattro statue originarie: la quarta – quella dell’estate – si trova attualmente nel Palazzo Ducale. Le statue attuali furono rifatte nel 1828 dal marmoraro Perugi di Carrara.
 

Mura Medievali

Fino al XII secolo la città di Sassari era aperta: solo nel Duecento – per l’incremento demografico e la conseguente crescita urbana – si pensò di cingerla con delle mura. Caratterizzate da un’architettura modesta, le mura furono erette non tanto per proteggere la città dalle incursioni barbariche, ma soprattutto per difenderla dai vari potenti che se la contendevano, non ultimi i giudici di Torres e, più tardi, i feudatari del Logudoro. I lavori furono possibili grazie ad una tassa imposta ai cittadini: iniziarono verso la metà del XIII secolo, a cura dei Consoli pisani del Comune, e durarono circa cinquant’anni. La costruzione fu continuata dai Genovesi nel XIV secolo e le mura stesse furono modificate dagli Aragonesi e dagli Spagnoli.
La cinta muraria aveva forma pentagonale, si estendeva per quasi tre chilometri ed era munita di quattro porte: Gurusele, S. Flasiu, Capu de Villa ed Utzeri. (Nel Seicento, tra l'Arcivescovado e l'Università, fu aperta un’altra porta, che venne denominata Porta Nuova). Dopo la loro costruzione, le mura vennero intercalate da torri quadrate: Torre Doria, Artachia, Torre della Munizione ecc. Faceva eccezione, per la forma cilindrica, la Torre Durandola (o Turondola, detta ora Torre Tonda), costruita prima che la città passasse agli Aragonesi. Secondo alcune testimonianze, le torri innalzate furono trentasei.
L’abbattimento progressivo delle mura e delle torri, già fortemente segnate dal tempo e ormai non più funzionali da secoli, iniziò con il piano regolatore del 1837, che previde l'apertura di numerosi varchi. Nel 1844 fu demolito il tratto presso Porta Castello; nel 1853-56 fu abbattuta la Porta di Rosello; nel 1857 la Porta di Utzeri; nel 1863 si apri il portico del Carmelo. Nel 1866 fu demolita la Porta di Sant'Antonio, e nel 1874 quella di Porta Nuova. L’abbattimento si concluse a fine secolo, con la demolizione del Castello Aragonese.
Delle mura e delle torri oggi sopravvivono solo brevi tratti, visibili in Corso Trinità, nella Via Torre Tonda, e in Piazza Sant’Antonio, dove si può vedere l’unica torre provvista di merlatura. In particolare, lungo Corso Trinità sono ancora visibili brevi tratti dei camminamenti di ronda e tre stemmi che fissano altrettanti momenti della Storia di Sassari: una torre, stemma araldico della città medievale; una croce, ricordo della convenzione con Genova; un giglio, forse l’arma del podestà in carica.
 

Palazzo Ducale

Sede del Municipio di Sassari dal primo Novecento, il Palazzo Ducale sorge in Piazza del Comune, nelle vicinanze del Duomo. L’edificio fu eretto su commissione del nobile Don Antonio Manca, Duca di Vallombrosa, e su progetto dell’ingegnere piemontese Carlo Valino. Quest’ultimo diresse anche i lavori, servendosi in prevalenza di capimastri lombardi. I lavori di costruzione cominciarono nel 1775 e si conclusero nel 1806, un anno dopo la morte del Duca. Nel Palazzo s’insediò per primo il nipote Don Vincenzo Manca, Duca dell’Asinara. La costruzione s’impose subito per la snella eleganza e la novità delle sue linee: essa rivoluzionò l’ormai stanca tradizione architettonica locale – immettendovi le novità tecniche della scuola piemontese – e divenne un modello di riferimento per l’edilizia successiva. Non a torto, il Palazzo Ducale è considerato il primo palazzo moderno della città.
L’edificio è strutturato su tre piani suddivisi da fasce marcapiano, su cui si allineano finestre di diversa Foggia. Un cornicione con recinto balaustrato conclude il coronamento. Dal portale principale si entra nello scenografico androne con volte complesse e scalone a tenaglia, che consente di salire al piano nobile, con numerose sale di notevole interesse. Tra queste spiccano l’antica Cappella e la Sala Consiliare, originariamente sala da ballo e di ricevimento del Duca, le cui finestre consentono la vista del sottostante cortile interno. Fra le principali opere qui conservate, spiccano: una tela che ritrae re Carlo Alberto, opera di Giovanni Marghinotti; un San Gavino, di pittore sassarese; un Miracolo dell’arrivo della Madonna a Betlem, della prima metà del Seicento.