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Lunedì 26 Giugno 2017, San Vigilio
Christophe Finot - CC by-sa
Giovanni Dall'Orto - CC by-sa
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Visitare Rimini - guida breve

 

Anfiteatro Romano

Con l'Arco d'Augusto e il Ponte di Tiberio , l’Anfiteatro costituisce la triade dei grandi monumenti romani che si trovano a Rimini. L’Anfiteatro romano è situato all’angolo est-nord-est della vecchia città romana di Ariminum, in prossimità della linea di costa. Come attesta una moneta dell'imperatore Adriano ritrovata in una delle murature, l’edificio fu eretto nel II secolo d.C. Di quello che fu uno dei maggiori anfiteatri dell’Emilia romana, oggi sono rimaste e riconoscibili solo alcune parti: i muri dell'arena, uno degli ingressi principali e qualche accesso alle balconate.
L’Anfiteatro aveva forma ellittica, ed una struttura muraria risultante da quattro anelli ellittici concentrici, il cui spessore complessivo raggiungeva i metri 21,80. Da esterno ad esterno l'edificio misurava metri 120 x 91; l'arena metri 76,40 x 47,40, in sostanza due terzi del Colosseo. L’accesso avveniva attraverso i due ingressi principali, posti all’estremità dell’asse maggiore, e le numerose altre entrate che immettevano nel corridoio perimetrale, da cui si accedeva alle scale che conducevano alle gradinate in pietra. La struttura si sviluppava su due ordini sovrapposti: la sobria struttura in laterizio, che presentava all’esterno un porticato di 60 arcate, doveva essere di grande effetto. Si calcola che potesse contenere da dieci a dodicimila persone, senza contare gli spettatori che prendevano posto sulle balconate lignee accessorie. All’interno vi si svolgevano spettacoli gladiatori.
Nel III secolo l’anello esterno dell’Anfiteatro fu inglobato nel circuito murario, costruito per fronteggiare la calata dei barbari. Questi riuscirono peraltro a saccheggiarlo e a smantellarlo. Nel corso del Medioevo la struttura perse la sua funzione originaria e fu adibita ad orti; nel Seicento vi fu ospitato un lazzaretto, collegato alla Chiesa-Monastero di Santa Maria in Turre Muro. Solo nell'Ottocento, Luigi Tonini riportò alla luce parte delle strutture. L’Anfiteatro fu molto colpito dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Rimane tuttora interrato il settore sud-occidentale su cui ora si trova il Centro Educativo Italo-Svizzero.
 

Arco d'Augusto

Nell’iscrizione incisa sopra l’arcata, si legge che l’Arco fu costruito nel 27 a.C., per decreto del Senato Romano. Con questo monumento si volle onorare Cesare Ottaviano Augusto, per aver restaurato la Via Flaminia e le più importanti strade romane del tempo. Eretto nel punto ove s’incontrano la Via Flaminia e la Via Emilia, l’Arco d’Augusto è il più antico degli archi romani sopravvissuti ed è indubbiamente uno dei monumenti romani più celebri e importanti di tutta l’Italia settentrionale. L'Arco e il Ponte di Tiberio , realizzati nell'ambito di un più generale programma urbanistico promosso da Augusto, sono sempre stati assunti come simboli di Rimini, fin dal Medioevo.
La struttura è costruita in pietra d'Istria e costituiva una porta urbica. E’ ad un solo fornice, che per la sua lunghezza (quasi nove metri) non avrebbe mai potuto essere chiuso; questo è un fatto inspiegabile per una porta urbica. L'intera struttura è permeata da un forte carattere religioso che sottolinea l'aspetto sacrale di porta della città. Nei quattro clipei, tra la ghiera dell'arco e i capitelli, di assetto corinzio, sono collocati i busti delle quattro divinità tutelari: Giove, Nettuno, Apollo e Minerva. Su entrambe le facce dell'Arco sono collocate due teste di bue che simboleggiavano l’importanza della colonia romana di Rimini. In epoca medievale l'Arco fu privato della parte superiore. La merlatura che si vede ancora fu costruita nel sec. X.
Il monumento oggi si presenta isolato, come un grande arco trionfale, ma in origine era inserito nelle mura della città fra due torri lapidee più antiche, in opera poligonale, come i brevi resti di mura ancor oggi visibili - in basso ai suoi fianchi - resti che appartengono alla prima cinta muraria della Rimini romana L'Arco è stato restaurato di recente.
 

Castel Sismondo

Castel Sismondo - detto anche Rocca Malatestiana - fu costruito da Sigismondo Pandolfo Malatesta per resistere alla forza dei cannoni, come degna sede per la corte e per la guarnigione e come segno di potere e di supremazia sulla città. I lavori per la costruzione della residenza-fortezza iniziarono nel 1437 e si protrassero per circa 15 anni: in ogni caso, il Castello fu abitato dal 1446. Come architetto dell'opera fu celebrato dagli scrittori di corte lo stesso Sigismondo, che infatti se ne attribuisce la paternità nelle grandi epigrafi marmoree murate nell'edificio. Se per architetto intendiamo l'ispiratore, l'ideatore, il coordinatore, cioè un committente con esigenze e idee ben precise, allora possiamo accettare questa attribuzione. In ogni caso egli si è servito dell'opera di diversi professionisti e specialisti; si ha notizia di un’importante consulenza eseguita - a lavori da poco iniziati - da Filippo Brunelleschi, che nel 1438 fu a Rimini per un paio di mesi e compì tutta una serie di sopralluoghi alle principali fortezze malatestiane in Romagna e nelle Marche. La demolizione degli edifici - fra il Castello e la piazza comunale - accentuò la posizione dominante del castello: la mole malatestiana primeggiò sulle sedi del potere civile e religioso.
La fortezza era davvero imponente per la possanza di torri e mura munite di scarpate, per l'ampio fossato, per la grandiosità del mastio che - intonacato di bianco - si stagliava contro il rosso della torre d'ingresso. L’apparato difensivo era dotato di bocche da fuoco. I restauri successivi hanno dimostrato che la fortezza inglobava le mura romane con torri, la medievale porta del Gattolo, il nucleo delle case e dei palazzi malatestiani. La parte centrale del castello era adibita ad abitazione del principe. In questo castello Sigismondo morì nel 1468.
Della costruzione originaria, oggi resta soltanto il nucleo centrale, ma l’immagine della struttura primitiva è ben rappresentata nelle medaglie di Sigismondo e nell'affresco di Piero della Francesca nel Tempio Malatestiano . Il portale d'ingresso è tuttora sormontato da un'iscrizione e dallo stemma con l'elefante, la rosa e la scacchiera, simboli dei Malatesta. La costruzione conserva un notevole fascino con le sue poderose muraglie a scarpa, il cui effetto originario doveva essere formidabile. A sinistra e alla destra dello stemma è scritto “Sigismondo Pandolfo” in caratteri gotici, alti e pittoreschi.
Il Castello subì profonde modifiche nel XVII secolo, quando divenne proprietà pontificia: fu abbattuta la cinta muraria, riempito il fossato e la residenza fu svuotata degli antichi arredi. Successivamente, nell’Ottocento, la struttura fu adibita a carcere e tale rimase fino al 1967. Dagli anni ’70, la struttura è interessata da un complesso lavoro di restauro, su progetto dell'architetto C. Tomasini Pietramellara. Oggi è sede prestigiosa di eventi culturali d’alto livello.
 

Chiesa di San Giuliano

La Chiesa di San Giuliano rappresenta il fulcro dell’antico borgo cresciuto lungo il primo tratto della Via Emilia. La vicinanza dell’importante strada romana fu decisiva anche per la costruzione del complesso benedettino - costituito da monastero e chiesa - noto dal IX secolo e dedicato in origine ai Santi Pietro e Paolo. Il complesso fu considerato tra i più importanti della città comunale, e subì vari rifacimenti. La medievale chiesa a tre navate con cripta, fu ricostruita nelle forme attuali, verso la metà del Cinquecento. Anche il monastero fu interessato dagli interventi cinquecenteschi: gli scavi archeologici hanno portato in luce resti del portico e della pavimentazione del chiostro, tuttora visibili nell’annesso Cinema Tiberio, insieme ad alcune sepolture della necropoli che occupava il sito in tardoantica. Al centro del cortile era un pozzo monumentale in pietra d’Istria, opera di uno scultore Veneto del XVI secolo: attualmente, al Museo della Città, ne è esposto l’architrave con scolpiti i Santi Pietro e Giuliano. L’interno della chiesa è ad una navata, con altari laterali, e conserva preziosi dipinti. Fra questi emergono il quattrocentesco polittico di Bittino da Faenza con le Storie di San Giuliano, e la pala centrale dell’abside, il Martirio di S. Giuliano, ritenuta una delle ultime opere di Paolo Caliari, detto il Veronese. Notevole il sarcofago romano che conteneva le spoglie di S. Giuliano, fino a quando - nel 1910 - non furono trasferiti in un’apposita urna, posta sotto l’altare.
 

Chiesa di Sant'Agostino

L’imponente chiesa di Sant'Agostino - nota anche come chiesa di San Giovanni Evangelista - costituisce una testimonianza dell’architettura gotica a Rimini. Essa fu eretta dai monaci Agostiniani alla fine del Duecento. Si presentava ad aula rettangolare, con copertura a capriate; sul fondo si apriva una grande abside affiancata da due cappelle, una delle quali la base del campanile. La facciata è profondamente rimaneggiata dagli interventi del 1720 circa, guidati da Ferdinando Bibiena, che hanno alterato anche la fisionomia degli interni. Sono rimasti le fiancate, scandite da sottili lesene, la zona absidale e lo svettante campanile.
L'apparato decorativo dei primi del Trecento, giuntoci solo in parte, si compone di cicli di affreschi e di un grande Crocifisso ligneo: nel campanile si ammirano le Storie della Vergine e, alle pareti dell’abside, Cristo, Madonna in Maestà, Noli me tangere, le Storie di San Giovanni Evangelista. Nella fabbrica di Sant'Agostino sembra abbiano iniziato il loro prestigioso cammino pittori cui si deve la fama della Scuola del Trecento riminese, quali i fratelli Giovanni, Giuliano e Zangulus. La pittura trecentesca fu celata da interventi successivi finché, nel 1916 un forte terremoto ne rivelò la presenza. Soltanto nel 1926 si poté procedere allo strappo e al restauro del maestoso Giudizio universale dipinto sull’arco trionfale, ora al Museo della Città. Con la ristrutturazione del Settecento, la chiesa si arricchì di notevoli opere tra cui gli stucchi barocchi a soffitto del Bibiena e gli affreschi di V. Maria Bigari.
A fianco della chiesa si trova il grande Convento che ha ospitato un’importante Biblioteca ed uno Studio con annesso Collegio. Con il passaggio delle truppe francesi, il convento è stato soppresso: restano solo deboli tracce incorporate nella struttura settecentesca, realizzata su progetto di Giuseppe Achilli, dopo il disastroso terremoto del 1786.
 

Chiesa di Santa Maria delle Grazie

Le origini di questa chiesa sono circondate da fatti miracolosi e leggendari. Tradizione vuole che, nel 1286, un pastorello, che attendeva al gregge sul Colle di Covignano, abbia scolpito una Madonna sul tronco di un albero, senza però riuscire a finirne il volto; vi rimediarono gli angeli. Il simulacro così prodigiosamente finito prese la via del mare ed approdò a Venezia, dove ancora è venerato nella chiesa di San Marziale come "Madonna di Rimini". Sul colle di Covignano fu costruita una cappella e poi una chiesa (1391), col titolo di Madonna delle Grazie. Questa chiesa fu ampliata nel XVI secolo. Il santuario e l’annesso convento sono stati molto danneggiati durante l'ultima guerra.
Il piccolo chiostro conserva il candore e il calore dl tutte le semplici architetture francescane. La chiesa, che si presenta con una sua quieta bellezza, custodisce notevoli opere d'arte ed un’interessante serie di tavolette votive. Della costruzione primitiva una rilevante reliquia è costituita dalla facciata, sotto il portico secentesco, con un bel portale gotico affiancato da frammenti di affreschi. All’interno, sopra l'altare maggIore, spicca una pregevolissima Annunciazione, opera quattrocentesca del pittore umbro Ottavlano Nelli. Fino ad epoca recente, il dipinto era attribuita a Giotto, che per i Francescani dl Rimini ha effettivamente lavorato, ma all'inizio del Trecento.
 

Domus del Chirurgo

Nel 1989, durante gli scavi e i lavori di riqualificazione urbana di Piazza Ferrari, è stato rinvenuto un complesso archeologico di grande interesse, che risale alla tarda romanità e si è sviluppato nell’alto Medioevo. Dell’esistenza di questo complesso si aveva qualche sentore, ma non era certo immaginabile la qualità e la varietà dei reperti che si sarebbero poi rinvenuti.
In particolare, gli scavi hanno messo in luce una domus della seconda metà del II secolo d.C., edificata in un'area già abitata dall'età repubblicana, poco lontano dal porto di Ariminum. La struttura è articolata su due piani ed è stata identificata con l'abitazione e lo studio professionale di un importante medico. Si tratta di una specie di "Taberna medica domestica", con spazi riservati a ricevere, a visitare e a curare i pazienti: lo dimostra il notevole strumentario chirurgico, farmacologico e terapeutico rinvenuto nella stanza ove si trova un magnifico mosaico di Orfeo. Per questo motivo, il complesso fu denominato“Domus del Chirurgo”. Con tutta probabilità il chirurgo era di origine e cultura greca, come dimostrano alcune iscrizioni in caratteri greci.
Verso la metà del III secolo, la Domus fu devastata da un incendio, forse collegato con l'invasione barbarica della Valle Padana ad opera degli Alemanni. I materiali rinvenuti sono conservati ed esposti nel vicino Museo della Città .
 

Fontana dei Quattro Cavalli

Al termine di Viale Principe Amedeo, attorniato da splendide ville con bei giardini, si trova Piazzale Fellini: qui, a fianco del famoso Grand Hotel, si può ammirare la splendida Fontana dei Quattro Cavalli marini. La fontana fu scolpita da un riminese, Filogenio Fabbri, ed inaugurata nel 1928. Essa ebbe vita travagliata. Sopravvissuta alla seconda guerra mondiale, la fontana fu rimossa nel 1954. In quell’occasione, la vasca grande fu abbattuta e i cavalli trasferiti in altre sedi: tre furono sistemati nel Parco Marecchia ed uno nell’adiacente terreno dell’acquedotto. Nel 1983, dopo una lunga lotta, sostenuta da Umberto Bartolani e dalla figlia dello scultore, Fausta Fabbri, la fontana fu riposta nel luogo originario.
La vasca principale ha forma circolare e rappresenta simbolicamente il mare, da cui sorgono quattro cavalli marini. Questi buttano acqua dalle narici e sorreggono, col capo, un’altra vasca di raccolta per uno zampillo centrale che spruzza l’acqua verso l’alto. Sul basamento della fontana, una targa del 1987 ricorda Ugo Stentori, che pose mano alla felice restaurazione della fontana e della vasca principale.
 

Gradara

Sorge sul crinale di un colle, ben visibile con la sua robusta cinta di mura e bastioni e con l'imponente mole della celebre rocca. Visione decisamente suggestiva per chi percorre la superstrada adriatica o la statale ad essa affiancata. Dotato di una prima torre medievale di difesa (il “Mastio”) nel 1150, il “castello” di Gradara (Castrum Cretarie) fu reso indipendente dall'amministrazione pesarese ad opera di Piero e Rodolfo De Grifo. Successivamente i Malatesta, dopo aver acquistato il castello dai De Grifo, trasformarono la torre in rocca, con tanto di primo girone di mura; successivamente aggiunsero anche i settecento metri del secondo girone con le diciassette torri merlate e i tre ponti levatoi che resero imprendibile il fortilizio.
Cessata la dominazione malatestiana, il castello passò agli Sforza che vi lasciarono il loro segno, aggiungendo il bel loggiato interno, lo scalone e gli affreschi che ornano ancora oggi alcune stanze, comprese quelle dell'appartamento ove visse per tre anni Lucrezia Borgia dopo il matrimonio con Giovanni Sforza (1493). Dopo il periodo sforzesco, Gradara passò ai Della Rovere fino alla devoluzione del ducato di Urbino alla Chiesa (1631). Solo dopo quasi tre secoli di abbandono e incuria fu l'ingegner Umberto Zanvettori che nel 1920 destinò tutte le sue sostanze al recupero del fortilizio: ciò che avvenne gradualmente, anche ad opera della di lui consorte Alberta Porta Natale fino a quando (1983) non passò in proprietà dello Stato Italiano.
Oggi Gradara, oltre la monumentale Rocca, offre al visitatore anche la sua duplice cinta di mura e torrioni con le merlature e i camminamenti di gronda ricostruiti. Fra le mura, l'abitato conserva le sue antiche case e la chiesa di San Giovanni Battista ove è custodito un pregevole Crocefisso ligneo del XV secolo, mentre nella chiesa del SS. Sacramento è visibile una pala d'altare ("Ultima cena") di Antonio Cimatori (1595). Presso la Rocca è stata invece trasferita la preziosa pala "Madonna in trono con il Bambino e Santi" dipinta da Giovanni Santi nel 1484 per l'antica pieve di Santa Sofia.
Vuole un'antica tradizione che fra le mura della rocca di Gradara abbia avuto luogo il feroce assassinio di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta ad opera del tradito Giovanni (Gianciotto) Malatesta detto "Lo Sciancato". Antica storia di sangue resa immortale dai celebri versi di Dante Alighieri.
Dante, nel V Canto dell'Inferno, racconta la triste storia dei due amanti, condannati per l'eternità a essere trasportati da una violenta bufera, simbolo della passione che li ha travolti in vita. Paolo e Francesca si trovano nel cerchio dei lussuriosi, di persone, cioè, che hanno preferito l'amore terreno e passionale all'amore divino:

"Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lanciallotto, come amor lo strinse:
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
 

Museo della Città

Il Museo della Città costituisce un tassello importante della memoria storica cittadina, quale punto di riferimento indispensabile nella ricostruzione della cultura e dell’arte figurativa. Dal 1990 ha sede nel settecentesco Collegio dei Gesuiti, e si compone di più di 40 sale in cui sono distribuite circa 1500 opere, testimonianze del patrimonio locale raccolte da scavi, chiese e edifici cittadini, a partire dal XVI secolo. La struttura museale si divide in più parti:

  • Pinacoteca. Qui si possono ammirare dipinti, sculture e ceramiche, arazzi e oreficerie, l'imponente affresco con il Giudizio Universale proveniente dalla Chiesa di Sant'Agostino, i capolavori della Scuola Riminese del Trecento, il raffinato Crocifisso di Giovanni da Rimini e il prezioso polittico di Giuliano da Rimini, vasellame e boccali decorati con stemmi malatestiani, preziose tavole dell'età d'oro della signoria dei Malatesta commissionate ad artisti di grande fama quali: il Bellini, il Ghirlandaio, Agostino di Duccio, Pisanello e Matteo de' Pasti, G. Cagnacci, il Centino, il Guercino e S. Cantarini.
  • Lapidario romano. Il cortile interno ospita il Lapidario romano con un'ampia raccolta di iscrizioni dal I sec. a.C al IV d.C., monumenti sepolcrali provenienti dalle necropoli distribuite lungo le vie d'accesso alla città, iscrizioni che testimoniano interventi pubblici, quali il riassetto delle mura e la lastricatura delle strade cittadine, espressione del culto e della devozione, documenti sull'organizzazione sociale e familiare.
  • Spazio permanente. Uno spazio permanente è dedicato alla splendida produzione grafica di Renè Gruau, artista riminese che per oltre 70 anni ha operato nel campo dell'illustrazione di moda.
  • Museo archeologico. Recentemente è stata aperta la prima sezione, dedicata alla Rimini imperiale del II e III secolo, con particolare risalto alla Domus di Palazzo Diotallevi, celebre per il mosaico delle barche, e alla Domus di piazza Ferrari, nota per il ricchissimo strumentario medico-chirurgico romano. Il progetto del museo archeologico prevede l’apertura entro pochi anni di altre sezioni che consentiranno di ripercorrere le tappe del popolamento del territorio a partire da 800.000 anni fa.
 

Piazza Cavour

La centralissima Piazza Cavour, probabilmente tardoromana, assunse dal Medioevo un ruolo primario, anzi, divenne il centro storico della città, il cuore di Rimini. Inizialmente si chiamava Piazza del Comune, poi fu chiamata Piazza della Fontana; dal 1862 ha il nome attuale. Il terremoto del 1916 apportò gravi danni ai palazzi comunali, svelando le tracce delle strutture medievali. Fu l’occasione per avviare un restauro che si tradusse in una ricostruzione secondo modelli neomedievali. Eseguiti fra il 1919 ed il 1925 da Gaspare Rastelli, i lavori riscossero grandi consensi presso l’opinione pubblica e ridisegnarono lo sfondo della piazza nelle forme attuali. La piazza contiene molti fra i più bei palazzi e monumenti di Rimini: la Fontana della Pigna, il Palazzo Comunale (chiamato anche Palazzo Garampi), il Palazzo dell’Arengo, il Palazzo del Podestà, la Statua di Paolo V, il Teatro “Amintore Galli”, nonché la famosissima Vecchia Pescheria.
 

Ponte di Tiberio

Il Ponte di Tiberio è situato in posizione strategica e ancora collega il centro storico di Rimini con il periferico Borgo San Giuliano. La sua costruzione risale all’epoca di Augusto, sotto cui iniziarono i lavori nel 14 d.C. Come ricorda un’iscrizione scolpita sui parapetti interni, l’opera fu conclusa nel 21 d.C. sotto l’imperatore Tiberio: per questo motivo il ponte ha il nome attuale.
L’opera s’impone per il disegno architettonico, la grandiosità delle strutture e la tecnica costruttiva. Poco spazio è lasciato all'apparato figurativo, peraltro intriso di significati simbolici. Costruito in pietra d’Istria, il ponte si sviluppa in cinque arcate che poggiano su piloni muniti di speroni frangiflutti ed impostati obliquamente rispetto all’asse del ponte, in modo da assecondare la corrente del fiume Marecchia, riducendone la forza d’urto. Il Ponte di Tiberio è l’unico ponte cittadino che traversava il fiume (oggi il fiume è stato deviato a nord). Costruita senza risparmio di mezzi, secondo la tecnica romana, la struttura ha resistito al tempo, ai terremoti, alle piene e alle guerre: nell’ultima arcata verso Borgo San Giuliano, sono visibili i segni dell’attacco portato nel 551 dall’esercito bizantino di Narsete, in guerra con i Goti. Ancor oggi il ponte è percorribile, anche da mezzi pesanti.
Ai bordi della pavimentazione si vedono delle lastre di pietra con iscrizioni latine. Secondo una leggenda, il Ponte di Tiberio è l’ennesimo “Ponte del Diavolo”, poiché presenta due tacche simili all’impronta di un piede caprino.
 

Tempio Malatestiano

Autentico gioiello del Rinascimento italiano, Il Tempio Malatestiano è il Duomo, la chiesa cattedrale, la chiesa maggiore di Rimini. Esso sorge ove era, dal XIII secolo, la Chiesa di San Francesco decorata con pitture oggi perdute. Di questa chiesa resta solo il Crocifisso ligneo di Giotto, unica opera dell’artista a Rimini, che risale ai primi del Trecento. Il Tempio fu concepito da Sigismondo Pandolfo Malatesta come un'arca - trionfo di magnificenza - per celebrare la memoria e le glorie della famiglia.
I lavori iniziarono 1447, con un progetto iniziale che prevedeva l’apertura di due cappelle, quale sepolcro di Sigismondo e di Isotta degli Atti, sua terza moglie. Poco dopo, Sigismondo decise di operare su tutta la chiesa antica e affidò il progetto a Leon Battista Alberti che provvide a recuperare l’edificio alla tradizione romana: l’intervento dell’Alberti si nota particolarmente nella facciata e nelle fiancate, che richiamano chiaramente due noti monumenti romani di Rimini: l’Arco di Augusto ed il Ponte di Tiberio . Si può ben affermare che l’Alberti intervenne a lavori già iniziati, con una soluzione geniale che salvò gli interni: cucire uno splendido abito di marmo intorno alla vecchia chiesa.
Il suo interno si ispira allo stesso ambizioso progetto artistico, con i bassorilievi e le decorazioni di Agostino di Duccio e di Matteo de' Pasti, l'ampio respiro delle alte arcate, le profonde cappelle laterali chiuse da belle balaustre marmoree, l'armonico equilibrio di ogni sua parte. Oltre al Crocifisso di Giotto, sono di particolare pregio: l'affresco di Le decorazioni si estendono a varie tematiche: vi si esalta l’amore di Sigismondo per Isotta, vi si intravedono alcune teorie filosofiche, ma a risaltare soprattutto è la personalità di Sigismondo Malatesta. Questa è dominante nell’affresco di Piero della Francesca, che ritrae il Malatesta inginocchiato davanti a San Sigismondo, ma è dominante anche nel ritratto di Rimini che si trova nella Cappella dei Pianeti: il ritratto è infatti sovrastato dal Cancro, segno zodiacale di Sigismondo.
In occasione del Giubileo del 2000, il Tempio Malatestiano è stato ottimamente restaurato e completato, riacquistando l’antico splendore dei marmi e la vivacità dei colori delle cappelle interne.