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Giovedì 27 Aprile 2017, Beata Elisabetta Vendramini
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Visitare Rieti - guida breve

 

Battistero

Il Battistero sorge in Piazza Cesare Battisti, a sinistra della facciata della Cattedrale e va a chiudere con la fronte il lato meridionale del portico. La sua costruzione, come quella della Cattedrale, risale al XIII secolo. Verso la fine del Cinquecento il Battistero fu trasformato in una chiesa autonoma rispetto alla Cattedrale, su richiesta del Visitatore Apostolico monsignor Pietro Camaiani che impose di sostituire con un muro l’inferriata che delimitava l’aula. Nel corso dell’Ottocento fu demolita la grande abside semicircolare
Le eleganti volte a crociera sono dell’allestimento originario, mentre le pitture delle due nicchie della parete di destra, sono del pittore reatino Domenico Papa, e furono realizzate fra il 1482 e il 1489. Al centro spicca un fonte battesimale quattrocentesco con lo stemma del Cardinale Angelo Capranica, vescovo di Rieti fra il 1450 e il 1464. L'opera è realizzata in marmo finemente decorata con fiori sulla base, delfini lungo il bordo della vasca e teste di cherubini e festoni sul coperchio. L’ampio cofano bombato che chiude la vasca culmina nell’Agnus Dei, sorretto da tre delfini.
Il Battistero ospita attualmente il Museo Diocesano e del Tesoro del Duomo che espone affreschi di scuola romana e umbro - marchigiana del XII e XV secolo, oltre che sculture, oreficerie e paramenti sacri.
 

Chiesa di San Domenico

Sorge in Piazza Beata Colomba e fu costruita verso la fine del Duecento dall’ordine dei frati Domenicani, in stile romanico. Nel corso dei secoli, l’edificio ha avuto una vita alquanto travagliata: alla fine del Settecento la Chiesa rischiò di essere abbattuta; in epoca napoleonica fu relegata a scuderia e nel Novecento a segheria.
L’esterno presenta due facciate, molto lineari, realizzate in blocchi di travertino. La principale si caratterizza per un portone in legno con un arco a tutto sesto sovrastato da un timpano e da due finestrelle laterali. L’antico rosone è stato sostituito da una grande finestra. Il campanile risale al Seicento.
L’interno è ad unica navata, con pareti quasi nude. “La maggior parte dei dipinti originari di San Domenico è andata perduta a causa di numerosi saccheggi. Sono andati perduti anche i marmi, così come i preziosi volumi della biblioteca; i quattordici altari laterali sono stati completamente distrutti, le campane vendute”. I pochi affreschi salvati si trovano oggi nei musei Diocesano e Civico. Fra le opere salvate, rimangono alcuni dipinti sulle nicchie laterali e il crocefisso in legno, un vago dipinto della Madonna con il Bambino e la Crocefissione di Gesù Cristo, e una raffigurazione del Battesimo di Cristo.
Negli anni '90 sono iniziate le opere di recupero del tetto e del campanile. In pochi anni l’intero edificio - che sembrava perduto - è stato recuperato. In particolare, è stato sostituito l’organo originario, andato completamente distrutto: oggi l'imponente Pontificio Organo Dom Bedos-Roubo, che domina l'intera struttura da dietro l'altare, conta oltre 4000 canne, 30 tasti, 57 registri con due pedaliere, ed è fra i più grandi d’Europa.
I lavori giunsero a conclusione nel 1999, con la riconsacrazione della Chiesa e la riapertura al pubblico.
 

Chiesa di San Rufo

Di fronte al Teatro Flavio Vespasiano, passando per Via Cerroni, si arriva al cosiddetto “Centro d'Italia”, ricordato da una lapide e ubicato in Piazza San Rufo. Nel mezzo della piazza, visibile sotto il selciato, si trova un tratto di mura, vestigia della prima Cinta muraria della città romana. Sempre sulla piazza si trova la Chiesa di San Rufo, fondata nel 1141, sul luogo di una chiesa ancora più antica, e ricostruita interamente nel 1760.
La facciata ottocentesca è semplice, e il portale principale è spoglio di attrattive. Al contrario, l'interno, a unica navata, è particolarmente fastoso: la navata è ricca di stucchi e di ornamenti decorativi lignei.
Fra le opere conservate dalla Chiesa di San Rufo, spicca la tela de L’Angelo custode, inizialmente attribuita al Caravaggio e poi ritenuta di mano del pittore Giovanni Antonio Galli, detto lo Spadarino. Dietro l'altare è una bella tela con L'estasi di San Camillo de Lellis. Nella controfacciata si trova si trova un piccolo organo che risale al Settecento.
 

Duomo di Rieti

La Cattedrale di Rieti, dedicata all'Assunta, fu costruita a partire dal 1109 per volere del vescovo Benincasa, sul luogo dell'antica basilica di Santa Maria (VI sec.). Venne consacrata da papa Onorio III nel 1225.
La facciata della chiesa, rimasta incompiuta nella parte superiore e in quella inferiore, fu restaurata in stile romanico nel 1941. È aperta da tre portali, di cui quello centrale, romanico, è ornato con raffinati girali d'acanto; le tre lunette conservano affreschi della fine del Quattrocento. A sinistra della facciata sono incassati il sarcofago e lo stemma del vescovo Capranica. Il campanile, iniziato nel 1252, è opera dei maestri Andrea, Pietro ed Enrico. Alla base si legge ancora un brano di dipinto, in cattivo stato di conservazione, con il Miracolo della Campana (1510), di Marcantonio Aquili. A sinistra della facciata sorge il Battistero del Trecento, coperto con due volte a crociera. Un ampio portico, voluto dal vescovo Capranica nel 1458, collega il Battistero alla chiesa e al campanile.
L'interno è a croce latina con tre navate divise da colonne tutte diverse che provengono da antichi edifici; la prima di esse è la XXXVII colonna militare della Via Salaria e ha una scritta in onore degli imperatori Valentiniano, Valente e Graziano. Le navate erano separate da colonne; nel 1639 il cardinale Di Bagno, vescovo di Rieti, fece incorniciare le colonne da potenti pilastri rettangolari, gettandovi cinque arconi per lato, e coprì di volta il soffitto a travatura scoperta della navata centrale. La cupola attuale risale al 1794; il pavimento, del 1889, è stato recentemente rifatto sul modello precedente. I finti marmi dell'interno sono opera del reatino Cesare Spernazza (1884). Ai lati delle navate si aprono dieci cappelle che conservano capolavori di straordinario interesse, mentre una cappella affaccia sul transetto. Maestri famosi di varie epoche hanno partecipato alla realizzazione dell'interno: la cappella dedicata a Santa Barbara, protettrice di Rieti, ha visto l'intervento di Gian Lorenzo Bernini, mentre quella di Santa Caterina venne completamente rifatta nel 1841 su progetto di Giuseppe Valadier. Altri artisti che hanno lasciato la loro opera nella chiesa sono Andrea Sacchi e Giovanni Antonio Mari.
La cripta, iniziata nel 1109, fu consacrata nel 1157. Costituita da un'unica navata scandita da sedici colonne in travertino, conserva frammenti di dipinti del XIV secolo.
 

Fontana dei delfini

Definitivamente restituita in anni recenti al luogo che le spetta e per il quale fu concepita, la barocca Fontana dei Delfini sorge in Piazza Vittorio Emanuele II ed è un esempio tangibile di quanto rappresentarono nel corso del Seicento le cosiddette «mostre d'acqua», eleganti nelle forme fastose ricche di simbolismi allegorici non meno che utili e funzionali alle esigenze idriche della collettività. Il primo progetto della Fontana risale al Seicento e fu seguito da quello dell’architetto Vicentini. L’opera fu rinnovata alla metà dell’Ottocento, su disegno di Fiore Paris, e completata successivamente dal Galli, con vasche e tritoni.
Le forme mutile dei poderosi satiri, le sinuosità armoniose dei beneauguranti delfini evocano per i contemporanei i fasti di un passato lontano, vagheggiato assai più che conosciuto. Ma ci riconduce a riflettere sulla concretezza della pristina funzione la descrizione secentesca dell' Angelotti: «dopo lunga via, arrivati nella Piazza, nel cui mezzo (ch'è di proporzionata grandezza) scorgesi un'antica Colonna, vicino alla quale in questi ultim'anni, per opera de' Cittadini sorge un limpido fonte, che indi in varie case per uso degli habitanti si dirama».
 

Palazzo del Governo (Palazzo Vicentini)

Il cinquecentesco Palazzo del Governo (o Palazzo della Prefettura, o Palazzo Vincentini), prospetta su Piazza Cesare Battisti. L’edificio si eleva su tre piani ed è uno dei patrimoni storici più importanti di Rieti. Si tratta, infatti, di una raffinata residenza tardo-rinascimentale, falsamente attribuita a Jacopo Barozzi da Vignola (detto, appunto, il Vignola). In realtà, il Palazzo fu progettato nel 1596, dall’architetto milanese Giovanni Domenico Bianchi. Il Bianchi ne concepì gli spazi, e stabilì - attraverso la preziosa Loggia ad archi, attribuita al Vignola, ma con molti dubbi - un’intima dialettica fra gli ambienti delle sale interne e il giardino pensile all’italiana, oggi aperto al pubblico, che affaccia sull’arioso panorama digradante verso meridione. Gli archi della Loggia sono sostenuti da caratteristiche colonne binate.
Negli anni Trenta del Seicento, la decorazione pittorica delle sale del piano nobile fu affidata a Vincenzo Manenti che - con la collaborazione del padre Ascanio - vi realizzò un elegante ciclo pittorico di gusto tardo-manierista, ispirato a temi mitologici ed epici.
Nel 1927 l’edificio fu scelto come Palazzo del Governo e adibito alle sue nuove funzioni di rappresentanza che mantiene a tutt’oggi come sede della Prefettura.
 

Palazzo Vescovile

Il Palazzo Vescovile di Rieti, detto anche Palazzo Papale, fu costruito fra il 1283 e il 1288 dall’architetto Andrea magister che, con legittimo orgoglio, si definiva in un’epigrafe mente peritus…et arte citus, abile nella progettazione e veloce nell’esecuzione.
La bella facciata si caratterizza dalla loggia e dai grandissimi portici. Al Palazzo, si accede attraverso un ampio vestibolo dalle suggestive volte a crociera. La monumentale Sala delle Udienze, attuale sede della Pinacoteca Diocesana, si apre sulla loggia delle benedizioni, affacciata sul sagrato a settentrione della cattedrale.
Alla metà del Cinquecento, ossia al tempo del vescovo Mario Aligeri Colonna (1529-1555), risalgono i sette ampi finestroni aperti lungo la parete nord in sostituzione delle più strette finestre originali e la porta dall’elegante architrave che reca l’iscrizione: Sub divo Pompeio Columna / Card. et Vicecancellario / Marius Aliger Columna / Ep. Reatinus anno / D.M.ni MDXXXII. Il palazzo, ormai destinato a sede della Curia Vescovile, fu ristrutturato al tempo del cardinale Francesco dei conti Guidi di Bagno (1635-1639). In questo periodo, alcune delle stanze furono affrescate dall’artista sabino Vincenzo Manenti.
In questo palazzo abitò qualche tempo Nicolò IV e più tardi vi fu incoronato Carlo d’Angiò, insieme a Maria d’Ungheria, sua sposa. Vi dimorarono anche altri papi e tra questi Bonifacio VIII, il quale vi tenne due concistori.
 

Teatro Flavio Vespasiano

Perla, fra tante, del patrimonio artistico di Rieti, il Teatro Comunale Tito Flavio Vespasiano sorge in Via Garibaldi, ed è considerato da critici ed esperti uno dei più belli d'Italia, soprattutto per l'eccellente acustica. L’edificio, iniziato nel 1854 su disegno di Vincenzo Ghinelli di Camerino e rimodernato dall'architetto milanese Achille Sfrondini, fu inaugurato nel 1893.
Le pareti del vestibolo sono decorate da pitture di Antonino Calcagnadoro, mentre il soffitto presenta la Musica, un'allegoria di Federico Ballester. L’intera cupola è occupata da Il Trionfo di Vespasiano e di Tito dopo la presa di Gerusalemme, dipinto da Giulio Rolland nel 1901, dopo che la cupola stessa - in precedenza affrescata dal pittore Giuseppe Casa - era stata irrimediabilmente lesionata dal terremoto del 1898. La nuova decorazione del Rolland si ispira ai bassorilievi dell’arco di Tito, nei fori imperiali.
Il loggione, il palco d’onore, i tre ordini di palchi affacciati sul perimetro a ferro di cavallo del teatro ben si armonizzano nella raffinata decorazione che alterna stucchi e pittura, nel gioco cromatico dell’ocra e dell’avorio, con un effetto di grande raffinatezza.
Nel 1908 il pittore reatino Antonino Calcagnadoro fu incaricato di dipingere il sipario, con la scena della Presa di Gerusalemme. Seguì, nel 1916, la decorazione del foyer con le allegorie della Tragedia, della Commedia, dell’Opera Lirica, del Dramma e della Danza.
 

Viadotto Romano

Sotto la centralissima Via Roma, è possibile ammirare un notevole scorcio dell'Italia sotterranea: i resti del viadotto romano costruito nel III secolo a.C., dopo la conquista romana della città e nel quadro della storica bonifica della piana reatina, voluta dal console Curio Dentato.
Superando il fiume Velino, il viadotto consentiva alla Via Salaria, l'antica via del sale, di raggiungere la città evitando allagamenti e impaludamenti. La Salaria veniva quindi ad assumere un ruolo assai importante per la Reate romana che necessitava di un diretto collegamento con l'Urbe. La consolare Salaria - dopo aver superato il Velino, attraverso il solido ponte in pietra dove sono ancora visibili i profondi solchi lasciati dalle ruote dei carri utilizzati per il trasporto del sale, raggiungeva il foro, situato dove si estende l'odierna Piazza Vittorio Emanuele II, e piegando a destra sulla Via Garibaldi formava gli antichi assi del cardo e del decumano.
La struttura del viadotto, inglobata nei sotterranei di alcune nobili dimore reatine, è formata da grandiosi fornici costruiti con enormi blocchi squadrati di travertino caverno, a sostegno del piano stradale. I suoi resti si trovano nei locali sotterranei di casa Parasassi e di casa Rosati-Colarieti: qui un imponente muro e blocchi squadrati di travertino, testimoniano il piano d’inclinazione della struttura che permetteva all’acqua di raggiungere il Foro.