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Martedì 27 Settembre 2016, San Vincenzo de' Paoli
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Tomba di Dante

Ravenna / Italia
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La tomba del sommo Poeta, morto a Ravenna nella notte fra il 13 ed il 14 settembre del 1321, si trova in fondo alla centralissima Via Dante. La edificò dapprima lo scultore-architetto Pietro Lombardi, alla fine del Quattrocento, su incarico di Bernardo Bembo, podestà della Serenissima. L’arca che racchiude le ossa di Dante si trova sulla parete di fondo; sulla fronte è inciso l'epitaffio latino dettato da Bernardo Canaccio nel 1327. Sopra l'urna spicca un bassorilievo scolpito nel 1483 dal Lombardi, che raffigura Dante pensoso, presso un leggio. Sull’avello di marmo greco, al di sotto del bassorilievo, sono incisi sei esametri latini che Dante, ancor vivo, pare avesse consacrato alla sua memoria e nei quali chiama Firenze madre di poco amore. Nei pennacchi, in quattro medaglioni, sono raffigurati Virgilio, Brunetto Latini, Can Grande Della Scala e Guido da Polenta. Il resto è decorato da eleganti stucchi. Dalla volta pende una lampada votiva, che è alimentata dall'olio dei colli toscani, offerto ogni anno dal Comune di Firenze. Nel 1780, senza alterare gli antichi ornamenti e le pregevoli sculture del Lombardi, la tomba fu ridotta all’attuale elegante tempietto neoclassico dall’architetto ravennate Camillo Morigia, a spese del Cardinale Legato Luigi Valenti Gonzaga. Nel 1921 il tempietto subì qualche ritocco: le pareti furono ricoperte d’onice ed il rivestimento fu completato con marmi rari; ai piedi dell'arca fu deposta una ghirlanda in bronzo e argento, donata dall'esercito vittorioso della Grande Guerra.
La storia delle spoglie mortali di Dante è lunga e curiosa. Subito dopo la morte del Poeta, il corpo fu posto in un rozzo sarcofago di marmo accanto alla Basilica di San Francesco, la stessa dove furono celebrate le esequie. E subito cominciarono le vicissitudini, soprattutto a causa dei fiorentini che insistevano a rivendicare le spoglie stesse. Il rischio si aggravò quando salirono al soglio pontificio due Medici, i fiorentini Leone X e Clemente VII. Il primo, infatti, a seguito di una supplica caldeggiata anche da Michelangelo, concesse ai suoi concittadini il permesso di prelevare le ossa del poeta e di portarle a Firenze, ma quando i fiorentini, arrivati a Ravenna, scoperchiarono la tomba, la trovarono vuota. Le ossa erano state trafugate dai frati della vicina chiesa: attraverso un buco nel muro, essi forarono il sarcofago e le "misero in salvo". Le spoglie rimasero lì fino al 1810, poi i frati, per effetto delle leggi napoleoniche che soppressero molti ordini religiosi, dovettero lasciare il convento. Allora le seppellirono, custodite nella cassetta dove padre Antonio Sarti le aveva racchiuse nel 1677, in una porta murata dell'attiguo oratorio del quadrarco di Braccioforte: solo nel 1865 le ossa vennero ritrovate, durante i restauri all'edificio, nel sesto centenario della nascita di Dante. Tornarono così nel primitivo sarcofago, dove riposano tuttora.
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