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Martedì 27 Settembre 2016, San Vincenzo de' Paoli
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Storia di Prato

Molto discordi sono le opinioni degli studiosi sulle origini della città di Prato. La zona fu abitata già nel Paleolitico e successivamente da tribù di Liguri, dagli Etruschi (VII-V sec. a.C.) e infine dai Romani. Una delle scoperte più interessanti fu scoprire che, già in epoca etrusca, Prato si distingueva per la tessitura. Sotto Roma, il territorio pratese fu sottoposto alla centuriazione. Nell’area incentrata sull’odierna Piazza del Duomo, si andava formando, in epoca romana il «pagus Cornius», centro politico, religioso e commerciale di una zona ampiamente colonizzata nel periodo sillano. La storia della città inizierebbe, di fatto, con l’invasione dei Longobardi, che si stanziano nella Val di Bisenzio e nella zona di Montemurlo. Altra ipotesi che va per la maggiore è quella secondo cui Prato sarebbe stata fondata dai cosiddetti “terrazzani”, gente emancipata dai conti Guidi e discesa dal vicino monte Iovello sul fiume Bisenzio; il nome di Prato potrebbe derivare dal fatto che la città fu costruita in certe “praterie” presso la Pieve di Santo Stefano di Borgo al Cornio.
Comunque sia, nelle antiche cronache del Comune si legge che i magistrati pratesi nel 1286 così risposero al vicario dell'imperatore Rodolfo, il quale esigeva giuramento di fedeltà: «Il Comune nostro non è nella condizione degli altri Comuni di Toscana, perché fu compero il luogo come si compera un cavallo od un campo». I Pratesi raggiunsero presto un alto grado di Potenza e di stima, e poterono così reggersi con proprie leggi, batter moneta e sostenere nel 1107 un lungo assedio contro i Fiorentini, i Pistoiesi e i Conti Guidi, guidati dalla Contessa Matilde; e sebbene la vittoria non arridesse loro, tuttavia nel successivo anno fortificarono di nuove mura la loro terra, e vi aggiunsero nuove torri e castelli, a maggiore e migliore difesa.
Per conformità d'indole negli abitanti e per comunanza di commercio, Prato e Firenze furono congiunte sempre in uno stesso volere, corsero sempre la stessa sorte coi Papi e con gli Imperatori, seguirono le stesse parti, e tennero le stesse forme di reggimento. Essendosi i partiti imperiale e liberale invigoriti sotto il nome di Bianchi e di Neri, tanto in Pistoia che in Firenze, il governo fiorentino temé che discordie di fazione si levassero anche in Prato; e chiese allora - ed ottenne - che i rettori di quest'ultima consegnassero ad un capitano fiorentino del partito guelfo il loro Castello, detto dell'Imperatore. Tre anni dopo (1304), Papa Benedetto XI inviò a Firenze come legato apostolico il Cardinale Niccolò da Prato, uomo, come dice il Machiavelli, in grande reputazione per grado, dottrina e costumi. Ma venuto in sospetto di favorire i Bianchi, e quindi il ritorno dei fuorusciti, la signoria si accordò coi Guazzalotri, potente casa di Prato, e creò disordini in quella terra, tanto che il Cardinale, vedendo i suoi compaesani mal disposti, fu costretto a partire, e pieno di sdegno lasciò Firenze e Prato in mezzo alla confusione e all'interdetto; cinque anni dopo i Ghibellini riuscirono a cacciare i Guelfi, che, alla loro volta, tornarono subito dopo a impadronirsi della terra, con l'aiuto dei Fiorentini.
Per arginare queste discordie continue che, per lo spreco di sostanze e di forze, li avrebbero presto condotti a totale rovina, i Pratesi decisero nel 1313 di mettersi, insieme ai Pistoiesi ai Fiorentini e ad altri popoli della Toscana, sotto la protezione di Roberto re di Napoli, capo e difensore di parte guelfa in Italia. Il re Roberto e i suoi discendenti e successori tenevano in Prato un Vicario regio; e i Pratesi continuarono nel loro reggimento, nella difesa loro e nell'alleanza specialmente coi Fiorentini, che dettero pronto e valido aiuto, quando Castruccio mosse contro di loro, perché Prato non gli aveva pagato il tributo richiesto.
Nel 1350 i diritti di Napoli su Prato furono acquistati dai Fiorentini con 17.500 fiorini d'oro, per opera del Gran Siniscalco Nicolò Acciajuoli; subito i Pratesi fortificarono la terra, unendo il Castello dell'Imperatore alle mura castellane presso la Porta Fiorentina, per mezzo di una via coperta, oggi chiamata Cassero.
Se la compra di Prato crebbe Potenza alla Repubblica Fiorentina e ne estese la signoria, le fu anche cagione di timore e di dispendio, specialmente quando, caduta Bologna in potere dell'Arcivescovo Giovanni Visconti, il nemico valicò l'Appennino e si sparse nella pianura tra Prato e Firenze; o quando Jacopo Guazzalotri, prima guelfo e poi ghibellino, alleatosi con Bologna, scese per Val di Bisenzio alla villa dì Vajano, dove teneva molte terre e case e dipendenti, per rientrare in Prato, d'onde era stato bandito.
Nel 1512 Prato fu praticamente annientata per la distruzione e la strage che per ben ventidue giorni vi portarono gli Spagnoli, ai quali Giovanni de' Medici aveva fornito a tale scopo due cannoni, tolti a Bologna. I tristi effetti dello spietato saccheggio durarono per lungo tempo, per l'uccisione dei più cospicui personaggi, per il latrocinio e la devastazione, e per le enormi taglie imposte ai prigionieri per il loro riscatto. Nel 1653, sotto il dominio dei Medici e dei Granduchi, Prato fu dichiarata città, ma non risorse più a quella vita civile e indipendente, che per ben cinque secoli aveva vissuto.
Con l'arrivo dei Lorena al Granducato di Toscana, Prato conobbe di nuovo un periodo florido, sia economico sia culturale, con grandi progetti di abbellimento della città. Il vero sviluppo economico arriverà a Prato dopo l'Unità d'Italia, quando la città conoscerà non solo un grande sviluppo demografico ma anche una forte industrializzazione, soprattutto nei settori legati all'industria tessile di cui Prato costituisce il centro indiscusso della Toscana, e all’industria del cuoio.
Dagli anni del secondo dopoguerra, sino ai giorni nostri, Prato ha visto una consistente immigrazione proveniente dapprima dai paesi dell'Italia meridionale, e in un secondo tempo, dai paesi extracomunitari, che hanno portato nella città una grande quantità di manodopera.
Oggi Prato è conosciuta come una delle città con il maggior afflusso di cinesi, che si sono inseriti nella città acquistando fabbriche e producendo a basso costo. Non a caso, Prato è considerata la “Chinatown” della Toscana.
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