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Sabato 27 Maggio 2017, Sant'Agostino di Canterbury
Alan King - CC by-sa
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Visitare Pesaro - guida breve

 

Duomo di Pesaro

La Cattedrale di Pesaro prospetta su Via Rossini ed è intitolata all'Assunta e a San Terenzio, martire del III secolo e protettore della città. Le sue origini sono oscure e molto remote. L’edificio attuale è in stile neoclassico e rappresenta il frutto dell’integrale ristrutturazione – effettuata nella seconda metà dell’Ottocento – del duomo romanico-gotico del Duecento, a sua volta eretto su una basilica del VI secolo, che sorgeva sui resti di un edificio tardo-romano (probabilmente una Domus Ecclesiae del IV-V secolo, adibita al culto cristiano). Si ritiene che a tale domus ecclesiae appartengano i larghi tratti di pavimentazione romana a mosaico esistenti sotto l'edificio attuale e scoperti nel corso del rifacimento ottocentesco. I mosaici sono formati da più pezzi di vario stile, che vanno dal VI al XII secolo, con scene rozze di un simbolismo cristiano molto primitivo, non ancora del tutto interpretate. In un riquadro è raffigurato il ratto di Elena, e di contro è effigiato l'uomo pesce, che stringe nelle mani due pesci, simbolo del cristiano che resiste all’ardore sensuale pagano.
La facciata, rustica, romanico-gotica, incompiuta e manomessa, conserva elementi della costruzione medievale, che presentava uno schema basilicale, con rosone al centro e contrafforti laterali inclinati. E’ l’unico esempio di architettura romanica a Pesaro. Anche i due leoni che attirano l'attenzione verso il portale in pietra bianca riprendono lo stesso stile. Ogivale e trilobato, il portale trecentesco in pietra bianca è fiancheggiato da due leoni, databili tra il XII e XIII secolo, che rappresentano probabilmente un emblema dei malatestiano. La riduzione in piano dei due contrafforti laterali fu probabilmente condotta tra il '400 e il '500. Il campanile, completato nel 1357, fu distrutto dalle truppe di Cesare Borgia nel 1503; la sua ricostruzione determinò anche un rifacimento e un ampliamento del presbiterio e dell'abside.
L’interno della cattedrale è opera degli architetti Giambattista Carducci e Luigi Gulli, che la terminò nel 1903. Presenta una struttura d’impianto ottocentesco, in stile neoclassico, in contrasto con la facciata romanico-gotica. La pianta ricalca quella della basilica paleocristiana a croce latina, con tre navate suddivise da due file di nove pilastri in laterizio, che sostengono il soffitto a cassettoni con un’ampia cupola all’incrocio della navata centrale e del transetto. Sulla bussola dell'ingresso principale si trova una copia dell'antico affresco della cripta della Chiesa di San Decenzio, coi Santi Germano, Decenzio, Terenzio e Costantino imperatore. La chiesa contiene inoltre: un San Girolamo di Antonio Cimatori da Urbino, detto il Visacci: una Madonna col Bambino e la beata Serafina, tavoletta di un seguace di Gentile da Fabriano (inizio del Quattrocento); un Crocifisso in legno di arte veneta dello stesso periodo; un affresco frammentario di scuola urbinate della fine del Quattrocento; un elegante confessionale barocco in legno intagliato.
Nella Sala Capitolare si conserva una preziosa pisside cilindrica d'avorio, assegnata al secolo VI. Le scene relative alla vita di Gesù si svolgono all'esterno, su di uno sfondo ad arcate che conferisce alla rappresentazione un vivo senso di spazialità. Le scene principali sono quelle di Gesù che risana il cieco; Gesù che resuscita la figlia di Giairo; Gesù che guarisce l’emorroissa.
 

Musei di Pesaro

BIBLIOTECA OLIVERIANA
c/o Palazzo Almerici
Via Mazza, 97
Come l’omonimo museo archeologico, la Biblioteca fu fondata nel Settecento da Annibale degli Abati Olivieri Giordani, e qui trasferita nel 1884. Essa possiede fondi antichi, manoscritti e a stampa, e opere moderne. Il suo patrimonio è formato da quasi 100.000 volumi e da oltre duemila manoscritti, fra cui pregevoli codici medievali e umanistici, e la serie dei Monumenti Rovereschi (documenti relativi alla storia del Ducato d'Urbino). Notevoli sono le lettere di personaggi illustri, quali Tasso e Castiglione, e il carteggio (di oltre ottanta volumi) dell'Olivieri, prezioso per la storia della cultura europea nel Settecento.

CASA NATALE DI GIOACCHINO ROSSINI
Via Rossini, 34
In questa casa, adibita a museo e dichiarata monumento nazionale nel 1904, Rossini nacque il 29 febbraio 1792. Oltre all’arredamento d’epoca, e al fortepiano su cui Rossini si esercitò da giovane, la casa conserva molti cimeli rossiniani, provenienti da varie donazioni: autografi del maestro, stampe, incisioni, litografie, caricature, ritratti ufficiali, sia di Rossini, sia degli artisti hanno cantato le sue opere.

COLLEZIONE D’ARTE CONTEMPORANEA DELLA PROVINCIA
c/o Prov. di Pesaro e Urbino
Via Gramsci, 4
Raccoglie circa duecento opere, abbastanza eterogenee, riferibili in gran parte alla tecnica dell’incisione d’arte di Urbino. Di alto livello sono gli artisti presenti: G. Dova, S. Fiume, A. Perilli, C. Pozzati, M. Schifani, O. Galliani, e i locali W. Valentini, L. Sguanci, E. Ricci, R. Bruscaglia, M. Logli, W. Piacesi, O. Piattella, L. Castellani e altri. La tela di Anselmo Bucci, intitolata I Pittori, è considerata l’opera migliore della collezione.

MUSEI CIVICI
C/O Palazzo Toschi Mosca
Piazza Toschi Mosca, 29
Comprendono la Pinacoteca e il Museo delle Ceramiche.
  • La PINACOTECA raccoglie opere preziose: un gruppo di primitivi bolognesi e toscani, dipinti di Marco Zoppo, Gian Francesco da Rimini, Antoniazzo Romano, Vincenzo Catena, Raffaellin del Colle, Guido Reni, Simone Cantarini da Pesaro ecc. Spiccano la grande Pala di Pesaro con L'incoronazione della Vergine di Giovanni Bellini (1475), e il polittico della Beata Michelina e Santi di Jacobello del Fiore.
  • Il MUSEO DELLE CERAMICHE comprende la collezione del pesarese Domenico Mazza, acquistata dal Comune nel 1857, e la donazione Ugolini con maioliche riferibili al XVI-XIX secolo. Sono circa trecento maioliche in forma di statuette, vassoi, piatti, coppe, bacili, candelieri, piattelli, taglieri ecc. Esse provengono dai centri di Pesaro, Casteldurante, Deruta, Urbino, Gubbio, Faenza e Castelli d’Abruzzo. Vi figurano maestri quali: Nicolò Pellipario, Andrea Della Robbia, Mastro Giorgio, Francesco Xanto Avelli. A rappresentare il Novecento sono le stupende maioliche della fabbrica Mengaroni e quelle realizzate da artisti come Baratti, Valentini e Wildi.


MUSEO ARCHEOLOGICO OLIVERIANO
c/o Palazzo Almerici
Via Mazza, 97
Fondato nel Settecento da Annibale degli Abati Olivieri Giordani, fu qui trasferito nel 1884. Il museo comprende ed espone le raccolte archeologiche dell’Olivieri Giordani e i cospicui materiali etruschi della collezione di G.B. Passeri donati al Comune di Pesaro. Di notevole importanza, oltre alla ricca raccolta numismatica, sono i numerosi corredi tombali (VIII-VI secolo a.C.) e le tre grandi stele in arenaria graffita (VII-VI secolo a.C.) provenienti dalla Necropoli Picena di Novilara. La romanizzazione di Pesaro è rappresentata da cippi votivi, lucerne, bronzetti, ceramiche, sarcofagi, sculture, iscrizioni, monete, ritratti marmorei e resti di elementi architettonici. Vasta è la raccolta di epigrafi, tra cui la famosa Bilingue Pesarese etrusco-latina; altrettanto importanti sono i cippi votivi del Luco Sacro pesarese.

MUSEO DELLA MARINERIA WASHINGTON PATRIGNANI
c/o Villa Molaroni
Viale Pola, 9
E’ stato costituito nel 1986 come Museo del Mare, per conservare le testimonianze e divulgare le tradizioni marinare del porto di Pesaro. Riaperto nel 2007, il Museo si articola su due sezioni: una ripercorre e ricostruisce la storia del porto, l’altra espone modelli d’imbarcazioni, utensili usati per la pesca e una ricca documentazione fotografica.
 

Necropoli Picena di Novilara

Si trova in una zona collinare fra Pesaro e Ancona ed è importante per i numerosi reperti archeologici forniti. Questi reperti, risalenti all’Età del Ferro, hanno consentito di gettare qualche luce sulla civiltà dei Piceni, che occupò per secoli l’area centro-orientale della Penisola. I primi scavi furono effettuati, quasi di nascosto, dal conte Dario Bonamini, che nel 1873 esplorò il cosiddetto fondo Servici. A cavallo fra Otto e Novecento, si ebbero scavi sistematici in tutta la zona. I corredi funerari recuperati andarono in parte perduti in un bombardamento del 1944, ma la maggior parte si è salvata ed è ora esposta nel Museo Oliveriano di via Mazza. Le tombe erano parte di una vasta necropoli, sorta tra la fine del IX e la metà del VI secolo a.C. Pur essendo assegnate alla Civiltà Picena, le tombe non consentono di precisare l’identità etnica della popolazione locale, che era abbastanza eterogenea. Quasi tutte le tombe contenevano oggetti di corredo: quelli appartenenti alla prima Età del Ferro italiana (VIII secolo a.C.) e quelli più tardi del Periodo Orientalizzante (VII secolo a.C.).
I più antichi contano pochi elementi. Nei corredi maschili prevalgono le armi: punte di lancia, spade, pugnali, rasoi di bronzo. I corredi femminili sono per lo più costituiti da oggetti di abbigliamento e ornamento personale. Pendenti e placchette in osso e ambra, perle di pasta vitrea, collane. I secondi, riferiti all’epoca della prima colonizzazione greca, sono più numerosi. Alcuni sono importati (es. gli amuleti in stile egiziano); altri si ispirano alle nuove mode orientalizzanti diffuse dai coloni greci (utensili e vasi per banchetti).
Tra i documenti più significativi della civiltà di Novilara vanno annoverate le stele: lastre in arenaria locale, generalmente rettangolari, decorate a incisione, con motivi geometrici o con scene figurate. Le stele più significative di Novilara sono due: una, conservata al Museo Pigorini di Roma, raffigura una scena di caccia e un combattimento; la seconda, conservata al Museo Oliveriano di Pesaro, mostra una grande nave a vela dispiegata con i rematori in azione e uno scontro navale tra due imbarcazioni minori.
 

Palazzo Ducale

Detto anche Palazzo Sforzesco, Palazzo Ducale è il più antico dei quattro che prospettano su Piazza del Popolo. Alla sua costruzione hanno posto mano le signorie che governarono Pesaro dalla fine del Duecento ai primi decenni del Seicento: i Malatesta, gli Sforza e i Della Rovere.
Il nucleo originario risale probabilmente a Malatesta dei Sonetti, ma è Alessandro Sforza – verso la metà del Quattrocento – che ingrandisce l’edificio, aggregandovi altre costruzioni. Della dimora sforzesca, probabilmente disegnata dal grande architetto Luciano Laurana, si è conservato solo il corpo frontale, anche se con alcune modifiche. Il resto è stato danneggiato da vari eventi bellici e dall’incendio del 1514.
Nel Cinquecento, i Della Rovere provvedono prima di tutto alla ricostruzione. Tra il 1523 e il '32, Francesco Maria I incarica Girolamo Genga di ristrutturare integralmente l’edificio senza modificarne l'estensione. Con Guidubaldo II i lavori proseguono affidati a Bartolomeo Genga, figlio di Girolamo, che rivede l'assetto degli interni, costruisce l’ala di fabbrica che corre lungo il Corso XI Settembre, il cortile interno e la bella porta con eleganti intagli. Si può ben dire che Guidubaldo II completa il progetto paterno di uguagliare in fasto gli altri principi italiani. Infine, nel 1616 Francesco Maria II affida a Niccolò Sabbatini la costruzione dell'ala tra Piazza del Popolo e Via Zongo, adibendola ad appartamento del figlio Federico Ubaldo, e rinnova il soffitto del salone con gli emblemi di famiglia, dipinti da Giovanni Cortese, ottenendo una splendida opera d'arte. Con Francesco Maria II inizia peraltro la decadenza della corte, che investirà l'intero ducato. La morte immatura di Federico Ubaldo (1623) determinerà poco dopo la fine dei Della Rovere.
Con il cortile d'ingresso si entra nella parte cinquecentesca dell’edificio. Agli interni si accede dalla sala d'attesa con un camino di Bartolomeo Genga ma è nel salone Metaurense che l'apoteosi della famiglia raggiunge l'apice. Nell'ampio salone furono celebrate nel 1475 con grandi feste le nozze di Costanzo Sforza e Isabella d'Aragona. Notevole pure è la stanza da bagno, detta di Lucrezia Borgia, finemente decorata con stucchi e decorazioni. Tra gli spazi esterni rovereschi spiccano il cortile della "caccia" e il giardino segreto.
Dopo la devoluzione del Ducato alla Santa Sede nel 1631, il Palazzo divenne abitazione dei cardinali legati, con la decadenza di gran parte degli appartamenti. Per tutto il Settecento, numerosi sono stati i danni causati dalla natura e dall’uomo. Solo verso la metà dell'Ottocento si è avuta una piccola rinascita del palazzo, dovuta ai prelati che commissionarono a Romolo Liverani la decorazione di cinque sale.
Dopo la proclamazione del Regno d'Italia, Palazzo Ducale è divenuto – ed è tuttora - sede della Prefettura. Dal 1920 al 1936 ha ospitato i Musei Civici, prima della loro sistemazione definitiva nel Palazzo Toschi Mosca.
 

Palazzo Toschi Mosca

Palazzo Toschi Mosca sorge sulla piazza omonima, ed è stato la dimora storica dei Mosca, ricchi mercanti bergamaschi che si stabilirono a Pesaro alla metà del Cinquecento. Eretto fra il Cinque e il Seicento, l’edificio originario fu sontuosamente ristrutturato dal Marchese Francesco Mosca verso la fine del Settecento, su disegno dell’architetto Luigi Baldelli, forse allievo del Lazzarini.
In parallelo con l’ascesa economica e sociale dei Mosca, il Palazzo divenne uno dei principali centri della vita culturale e politica della città. Lo frequentavano aristocratici, letterati e personaggi eccellenti: tra gli altri, vi furono ospitati Casanova, Stendhal e Napoleone Bonaparte arrivato a Pesaro nel 1797.
L’edificio corrisponde a un intero isolato e presenta tre corti centrali in successione; un grande portale bugnato occupa mezza facciata incorniciando un maestoso portone. Divenuto proprietà comunale dopo varie vicende, tra il 1922 e il 1936 viene scelto – ed è tuttora – sede dei Musei Civici (Pinacoteca e Museo delle Ceramiche), in precedenza ospitati a Palazzo Ducale. Il Palazzo Toschi Mosca fu parzialmente distrutto dai bombardamenti del 1944 e del tutto risistemato nel 2009.
 

Rocca Costanza

La massiccia Rocca Costanza si erge sul Piazzale Giacomo Matteotti e rappresenta un esempio, abbastanza ben conservato, di architettura militare del Quattrocento. Quadrata, con quattro poderosi torrioni cilindrici, varie feritoie e bocche da cannone, essa è la più importante opera di fortificazione della città, analoga, per tipologia, al forte di San Leo e alla Rocca Roveresca di Senigallia. La costruzione prese il nome da Costanzo Sforza, che la fece erigere tra il 1474 e il 1483. Il progetto iniziale è di Giorgio Marchesi da Settignano, ma viene affidato poco dopo ad altro architetto, probabilmente il grande Luciano Laurana; i lavori proseguirono poi sotto la guida di Cherubino da Milano. Nel 1500 Cesare Borgia occupa Pesaro e, attorno alla Rocca, costruisce il fossato in cui convoglia l’acqua del mare. Ritornati al potere gli Sforza, Giovanni, figlio naturale di Costanzo, completa nel 1503 l’opera del fossato e provvede a un restauro complessivo. Nel 1513, la Rocca viene ceduta da Galeazzo Sforza a Francesco Maria I Della Rovere, già duca di Urbino e nuovo signore di Pesaro.
Nei suoi possenti volumi e nella proporzionata disposizione delle parti, la costruzione reca il segno della eccezionale attitudine architettonica del suo autore. L'interno conserva un loggiato sul cortile con le arcate a tutto sesto. L'arcata centrale è affiancata da due tondi a ghirlande marmoree, sotto le quali eleganti epigrafi ricordano i due principi costruttori della Rocca.
Nuovamente restaurata nel 1657, la Rocca è trasformata in carcere nel 1864. Svolgerà questa funzione fino al 1989. Attualmente è adibita a sede di eventi culturali, anche di quelli legati all’annuale Rossini Opera Festival.
 

Sfera Grande

Al centro del Piazzale della Libertà, sul lungomare di Pesaro, sta la Grande Sfera, creata nel 1998 dallo scultore Arnaldo Pomodoro, nativo di Morciano di Romagna, ma conosciuto in tutto il mondo. La Sfera è uno dei simboli di Pesaro e il Piazzale è da sempre luogo d’incontro dei cittadini.
Adagiata sulla superficie dell’acqua di una fontana, da cui si guarda il mare, l’imponente Sfera è la fusione in bronzo realizzata sul modello in poliestere giunto a Pesaro nel 1971 ma realizzato nel 1967 per l’Expo di Montreal. Essa simboleggia l’unione fra la natura, l’uomo e i prodotti dell’uomo, la città e i suoi movimenti. Di vago sapore metafisico, all’esterno la Sfera si presenta liscia, omogenea e rassicurante, ma attraverso larghi squarci – che sembrano ferite – lascia intravedere il suo contenuto interno, fatto d’ingranaggi geometrici, che appaiono rotti, convulsi e in contrasto con l’esterno. L’opera originale si trova oggi a Roma davanti all’ingresso principale della Farnesina, sede del Ministero degli Esteri. I Pesaresi si sono affezionati a questa “presenza”, che chiamano familiarmente “la palla di Pomodoro”.
 

Teatro Rossini

Il teatro di Pesaro fu inaugurato nel 1637 con il nome di Teatro del Sole. A cura del letterato Giulio Perticari, fu nuovamente inaugurato come Teatro Nuovo nel 1818, con la rappresentazione della Gazza ladra diretta da Gioacchino Rossini; a quest'ultimo verrà definitivamente intitolato nel 1855.
Nel corso del tempo, l'edificio ha subìto varie vicissitudini architettoniche. Nel 1694 sono costruiti tre ordini di palchi; nel 1788 Tommaso Bicciaglia ristruttura completamente l'ingresso su cui è rimasto l'antico portale bugnato dell'architetto Filippo Terzi: nel 1790 il pittore veneziano Andrea Giuliani rinnova totalmente la platea, le decorazioni del soffitto, delle corsie e dei palchi. Riedificato tra il 1816 e il 1818, su disegno dell'architetto Pietro Ghinelli di Senigallia, l'edificio assume la tipica struttura ottocentesca neoclassica, ossia la cosiddetta struttura del teatro all'italiana. Nel 1817-1818 il milanese Angelo Monticelli esegue - secondo i canoni neoclassici - il sipario dipinto, che raffigura la Fonte di Ippocrene.
Un nuovo intervento avviato nel 1988 e concluso nel 2002, fu attuato per adeguare il Teatro alle più recenti normative sulla sicurezza. In questa occasione sono stati modificati il foyer e la Sala della Repubblica, realizzati nuovi sistemi per la prevenzione degli incendi e installate nuove attrezzature per gli impianti tecnici e di palcoscenico.
Il Teatro Rossini è sede di rappresentazioni teatrali, come il Festival annuale dei Gruppi d'Arte Drammatica, e – ovviamente – la Stagione lirica, ma anche di convegni sul teatro e di concerti vari.
 

Villa Imperiale

Villa Imperiale sorge sul Colle San Bartolo, in posizione incantevole, in una meravigliosa cornice di verde. E’ un capolavoro dell’arte rinascimentale. Su disegno del Laurana, la Villa fu eretta da Alessandro Sforza nel 1468-1470, come postazione difensiva, ma anche come luogo di riposo e di svago. Fu detta Imperiale, perché la sua prima pietra fu posta nel 1468 dall’imperatore Federico III d’Asburgo, ospite dello Sforza.
La parte più antica è quadrata, con una torre e una porta, che richiama quella del Palazzo Ducale. La costruzione originaria fu profondamente trasformata da un intervento del 1529-1533, voluto da Francesco Maria I Della Rovere e dalla moglie Eleonora Gonzaga. Su progetto di Girolamo Genga, fu molto accentuato l’aspetto “gentile” del castello, con l’aggiunta di un nuovo corpo di fabbrica, di splendidi cortili e di giardini pensili. Inoltre, pittori famosi - come il Bronzino, Raffaellino del Colle, i due Dossi, Camillo Mantovani, Perin del Vaga - adornarono le otto stanze interne, con affreschi, gran parte dei quali ricordano episodi salienti della vita di Francesco Maria. Nel soffitto di una sala è il dipinto del Genga, che raffigura il giuramento di fedeltà dato dalle truppe spagnole al Duca. In un’altra stanza campeggia un grande affresco, che rappresenta l'incoronazione a Bologna di Carlo V.
La Villa cinquecentesca ha ben poco dell’antico castello: è una vasta dimora principesca da cui si gode la bellezza del luogo, con l'ampio e sereno paesaggio di colline digradanti verso la piana di Pesaro e il mare. La facciata, rivolta a valle, è formata da cinque nicchioni intervallati dalle chiare superfici di grossi pilastri e da un solo ordine di finestre. Nel fregio del cornicione corre la lunga iscrizione – dettata da Pietro Bembo – che commemora l'edificio e i suoi costruttori. Il cortile interno, sopraelevato di un piano rispetto al piazzale esterno, è un mirabile esempio di sobrietà e armonia architettonica. Il suggestivo giardino all’italiana si articola su tre livelli ed è noto per la ricchezza della vegetazione.
Attuale residenza estiva della famiglia Castelbarco-Albani, la villa ospitò in passato artisti e letterati illustri, tra cui Tiziano Vecellio, Bernardo e Torquato Tasso, Baldassarre Castiglione e Pietro Bembo.