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Lunedì 5 Dicembre 2016, San Saba
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Storia di Pesaro

Le origini di Pesaro e del suo nome sono oscure. Mancano, infatti, notizie certe sulle popolazioni che abitarono la zona prima della conquista romana. L’ipotesi più verosimile indica che i bacini idrografici del Metauro, del Foglia, della Marecchia e del Cesano, la cosiddetta zona del Metaurense, fossero inizialmente occupati dagli Umbri. Vi si sovrapposero i Pelasgi, poi gli Etruschi e quindi i Galli Senoni. Questi ultimi furono cacciati dai Romani nel 283 a.C. Un secolo dopo Roma inviò nel territorio una colonia militare, condotta da Q. Fabio Labeone, M. Fulvio Nobiliore e Q. Fabio Fiacco: altre colonie furono poi condotte da Silla, da Giulio Cesare e da Antonio, fratello del triumviro. Alle colonie fu accordata la cittadinanza e la regione Metaurense fu quindi assimilata alla grande repubblica, ne imitò le istituzioni e gli ordinamenti civili e con essa sviluppò economia e cultura. Con Marcantonio, Pisaurus (o Pisaurum) fu Colonia Giulia Felice; Augusto la assegnò alla quarta delle undici regioni in cui fu divisa l'Italia; all'epoca di Costantino, la città appartenne alla provincia Flaminia.
All’epoca delle invasioni, Odoacre rispettò le libertà municipali. Ma - salito al trono Teodato - Pesaro e provincia furono sottoposte all'impero d'Oriente. Danni e devastazioni furono provocati dai Goti, specie sotto Vitige, che distrussero la città verso il 542. Pesaro risorse con Belisario, che la fortificò e ne ricostruì i principali edifici. Ai Goti seguirono i Longobardi. Nel frattempo i pontefici incominciavano a brigare per sottrarsi alla supremazia dell'impero d'Oriente, allora retto da Leone Isaurico. Con le città e i Comuni fu costituita una lega offensiva e difensiva: la Pentapoli, della quale Pesaro fu una delle più forti città. Le Pentapoli furono due, una marittima, l'altra mediterranea. Entrambe favorite dalle mire dei pontefici, crebbero prospere e potenti, per cadere poi, in parte, sotto il dominio longobardo, quindi per intero in possesso della Chiesa, dopo la famosa “donazione” di Pipino, confermata da Carlo Magno, con cui ebbe inizio il potere temporale dei papi.
Conseguenza della calata del Franchi e della spartizione delle terre fatta da Carlo Magno fu il regime feudale. Questo non pose subito salde radici nel pesarese, e i Comuni poterono riconquistare la loro indipendenza. Ma per poco: errori del governo popolare, discordie civili e fazioni interne favorirono chi aveva ambizione di dominio. Consoli e capitani furono sostituiti dai podestà, dai prelati e dai signori raccomandati, sostenuti dal papato e dall'impero. Iniziava l'epoca delle investiture, delle concessioni, delle usurpazioni.
Dopo la salita al trono pontificio di Innocenzo III (1198), un grosso esercito rimetteva Pesaro e provincia sotto il dominio della Chiesa. Ma lo stesso papa la dava poi, con la Marca Anconitana, ad Azzo VI, marchese d'Este. Si ebbe quindi una serie di passaggi, fino a che, dopo il 1265, nella storia di Pesaro comparvero i Malatesta. Nel 1285, Giangiotto Malatesta, lo Sciancato, marito dell’infelice Francesca da Rimini, era signore di Pesaro, col titolo di podestà; morto nel 1304, gli succedette il fratello Pandolfo, il quale, spodestato dal pontefice, riuscì a riconquistare il potere nel 1319 e a tenerlo fino al 1322, trasferendolo poi al figlio Pandolfo II.
Pesaro si reggeva a governo municipale rappresentato da quattro capitani del popolo, che, pur controllati e temporanei, avevano quasi il grado di signori della città. Ciò non garbava ai Malatesta: nel 1343 Pandolfo II limitò la loro autorità, e suo figlio la abolì. Nel 1348 i Malatesta erano padroni di Pesaro e di tutta la Marca. Contro il loro strapotere, Innocenzo VI – esule ad Avignone – mandò in Italia il cardinale Albornoz, con un forte esercito. Resistettero i Malatesta, ma lo scontro si concluse col patto che essi avrebbero avuto per dieci anni, dal 1355, il vicariato di Pesaro, Rimini, Fano e Fossombrone, con obbligo di restituire il resto e di pagare alla Chiesa 600 fiorini d'oro l'anno. Nel 1363 Guastafamiglia Malatesta si ritirò a vita privata, concentrando nel fratello Galeotto ogni diritto al vicariato e lasciando il figlio Pandolfo al governo di Pesaro. Il figlio di Pandolfo - Malatesta, detto il Senatore - ebbe il governo di Pesaro, nel 1386; tre anni dopo, papa Bonifacio concedeva in perpetuo, a lui e ai suoi successori, il vicariato della città. Dopo il 1429 gli succedettero i figli Pandolfo, Carlo e Galeazzo. Quest'ultimo, minacciato da Sigismondo Malatesta, signore di Rimini e di Fano, dimostrò la sua pochezza chiamando in aiuto Federico di Montefeltro. Tuttavia, vendette Pesaro a Francesco Sforza, a condizione che la infeudasse al fratello Alessandro. Così, nel 1445, iniziò il dominio degli Sforza.
Questi si scontrarono con Alessandro VI Borgia, che li spodestò per sostituir loro nel dominio il figlio, Cesare Borgia, detto il Valentino, cui furono date Pesaro, Fano, Rimini, Cesena e Imola. Solo con la morte di Alessandro VI e la grave malattia del Valentino, gli Sforza poterono rientrare nei loro domini.
Nel 1508, in Urbino, succedevano ai Montefeltro i Della Rovere. Morto Guidubaldo senza eredi legittimi, il dominio passava al nipote Francesco Maria I Della Rovere; questi era nipote anche di papa Giulio II. Il Della Rovere fu il primo che si rendesse padrone dell'intera provincia. Egli fissò in Pesaro la sua residenza e visse sfarzosamente, ma il suo potere durò poco: Leone X, salito al trono pontificio, lo costrinse ad abbandonare lo Stato, accusandolo con pretesti e scomunicandolo. Leone voleva dare il dominio al nipote Lorenzo de' Medici. Francesco I, un anno dopo, cercò colle armi di ricuperare il dominio, e, morto Lorenzo nel 1521 a Mondolfo, fu riaccolto con gioia dalle popolazioni. Morì di veleno, pare, quando era salito all'apogeo della gloria militare.
Dopo di lui, governarono la provincia altri due duchi, Guidubaldo II e il figlio Francesco Maria II. Il primo fu amato dal Pesaresi e odiato dagli Urbinati. Il secondo regnò per sessant'anni e chiuse la serie dei duchi di Pesaro e Urbino.
In seguito, la storia della città e della provincia perde la sua particolare fisionomia, per identificarsi con quella dello Stato pontificio. Fu il principio di uno scadimento generale, da cui Pesaro si riscattò l'11 settembre 1860, quando - occupata dalle truppe del generale Cialdini - fu annessa allo Stato italiano.
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