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Giovedì 23 Novembre 2017, San Clemente I
Zhang Yuan - CC by-sa
Gianmaria Visconti - CC by-sa
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Visitare Pavia - guida breve

 

Basilica di San Michele Maggiore

La basilica è il più insigne monumento dell'architettura romanica lombarda. Fu costruita in epoca longobarda, sulle rovine di una preesistente chiesa pure intitolata a San Michele. Dopo la caduta del regno longobardo, essa divenne cappella palatina. Nell'839 vi è battezzata Rotruda, figlia di Lotario I e di Ermengarda. Poi vi furono incoronati re d'Italia Ugo di Provenza (926), Berengario II e il figlio Adalberto (950), Arduino d'Ivrea (1002), Enrico II il Santo (1004). Nel 924 l’edificio fu danneggiato e incendiato dagli Ungari; nel 1004, dopo un altro incendio, fu parzialmente ricostruito. Con l'incoronazione del Barbarossa (1155), si chiude il periodo storico più glorioso della basilica.
Stupenda costruzione romanica di bionda arenaria, l'edificio attuale risale al 1090-1100, ma subì poi restauri e rifacimenti. La facciata principale mostra l’impronta di epoche diverse. La parte inferiore risale forse all'edificazione della basilica originaria: ne fanno fede i fregi e i bassorilievi, raffiguranti animali dalle forme più varie, ornamenti che si riscontrano spesso nei monumenti del secolo VII. Il portale maggiore è sormontato da una statua di San Michele: sui due portali minori stanno le statue, a mezzo tondo, di San Ennodio e San Eleucadio. L'interno, a croce latina e a tre navate, ha un aspetto mistico, imponente. Quasi sotto la cupola ottagona sorge l'altar maggiore, in legno dorato, su cui spicca un bassorilievo raffigurante il canonico Giovanni Sangregorio, inginocchiato innanzi a San Michele. L’interno è arricchito da vari affreschi, tra cui Dottori della chiesa e simboli degli evangelisti, di Bernardino Lanzani, la Madonna con i Santi Sebastiano e Rocco, del Moncalvo, la Incoronazione di Maria, di Agostino e Giovanni da Vaprio, la Dormitio Virginis e l’Agnus Dei.
Una cappella del transetto custodisce il crocifisso in lamina d'argento, detto di Teodote (secolo XII), qui trasferito dall'omonimo monastero nel 1799. Tra le varie cappelle del tempio è notevole quella della Vergine Addolorata, in cui si venera una reliquia, che un'iscrizione latina attesta essere un avanzo della croce di Cristo. Sulla volta della navata vicina, sono dipinte le figure di Umberto III, di Margherita, di Amedeo IX e di Lodovico, principi di Savoia fatti santi. Notevole è pure la cappella di Santa Lucia, con una tela del Moncalvo (1601).
La cripta, divisa in tre navate, ha volte a crociera. Essa ospita l'arca marmorea del beato Martino Salimbene, eseguita nel 1491 dalla scuola dell'Amadeo. Sono pure da segnalare una statuetta della Vergine, attribuita al Briosco, e un tesoretto di antiche suppellettili liturgiche custodite in apposite teche.
 

Basilica di San Pietro in Ciel d'Oro

Tradizione vuole che la basilica sia sorta sul luogo di martirio e di sepoltura di Severino Boezio, ucciso nel 524 per ordine di re Teodorico. Il nome della chiesa deriva forse dal fatto che l'originaria copertura era a capriate lignee dorate. La basilica raggiunse grande splendore sotto il regno di Liutprando (712-744), che vi trasferì dalla Sardegna il corpo di Sant’Agostino, qui sepolto. Accanto alla basilica, Liutprando fondò un monastero di benedettini, in cui Carlo Magno nel 744 istituì una celebre scuola di studi superiori. La basilica attuale è di stile romanico. La volta della navata centrale fu rifatta nel 1487 e in seguito subì vari rimaneggiamenti. Soppressa alla fine del Settecento, la basilica cadde in rovina, ma nel 1875-1899 fu integralmente restaurata dal Savoldi.
La facciata, alquanto asimmetrica, è in arenaria grigia e cotto. Su di essa si apre l'unico portale, in pietra arenaria, riccamente scolpito con motivi cari al repertorio dei maestri comacini.
L'interno presenta una struttura architettonica più semplice di quella di San Michele Maggiore; la navata centrale è più slanciata e luminosa. All'intersezione della navata centrale col presbiterio, si erge un tiburio ottagono raccordato alla cupola con trombe di tipo lombardo. Ben poco resta delle numerosissime opere d'arte che un tempo decoravano l'interno. La celebre Madonna in trono del Bergognone, ad esempio, si trova nella Pinacoteca di Brera fin dal 1777. In fondo alla navata destra, il pavimento dell'abside conserva gli avanzi di un mosaico del secolo XII, mentre nel grande pilone a destra della fronte della cripta si nota il sepolcro di re Liutprando, con epigrafe metrica latina. Nella prima campata a sinistra, le pareti sono rivestite da stupendi affreschi quattrocenteschi, di scuola lombarda. Nel presbiterio rifulge l'eburneo candore dell'Arca di Sant’Agostino, capolavoro della scultura lombarda del Trecento, eseguito nel 1362 da Maestri Campionesi influenzati dal pisano Giovanni di Balduccio. Ornata di 95 statue e 50 bassorilievi, l'opera fu commissionata dal pavese Bonifacio Bottigella, priore degli Eremitani. Sotto la mensa dell'altare, entro una cassetta argentea longobarda, sono conservate le ossa del grande Dottore della Chiesa, morto nel 430.
La cripta, sorretta da 24 colonne, è stata ricostruita alla fine dell’Ottocento sulle tracce esistenti. In un bel sarcofago marmoreo collocato sull'altare, riposa il corpo di Boezio. Notevole è pure la sacrestia nuova, ritornata ai religiosi nel 1920. Di struttura rinascimentale, ha volte a vela con affreschi a grottesca di ottima mano. Una delle nicchie della sacrestia ospita una tela del Tassinari che rappresenta Sant’Agostino e San Gerolamo.
 

Basilica di San Teodoro

La basilica, già dedicata a Sant’Agnese, risale forse al secolo VIII. II nome attuale deriva dal fatto che, prima del Mille, vi furono trasferite le spoglie di San Teodoro (+ 785). Ricostruita alla metà del secolo XII, fu rimaneggiata nel 1510 e nel 1692-1693, e restituita alle forme originarie coi restauri del 1887 e del 1904-1909. L'edificio attuale è costruito in cotto. Alla grandiosità delle precedenti basiliche romaniche, contrappone un più variato articolarsi di volumi, con il complesso delle absidi e del tiburio che aggiunge slancio e leggerezza all'insieme. La facciata presenta una purezza di linee del tutto singolare. La parte superiore è stata in gran parte rifatta seguendo le tracce originarie.
L'interno è caratteristico per il senso spaziale, generato dall'ampiezza delle tre navate e dal dislivello della cripta. Notevole lo slancio delle arcate e la semplicità dei piloni, a sezione di croce greca, con capitelli cubici ad angolo smussato, privi di ornamentazione. La basilica è ricca di numerose opere d'arte. Nella navata destra un altare barocco ospita una statua lignea della Vergine, proveniente dalla soppressa chiesa di Sant’Agata. Nella seconda campata, ai lati dell'altare, sono due pitture notevoli: un trittico del 1513 attribuito a Bernardino Lanzani, con l'Ascensione, San Teodoro e San Siro, Sant’Agostino e Sant’Agata; un frammento d'affresco del Lanzani, riportato su tela, con la testa del Salvatore. Nel transetto si trova un ciclo d'affreschi, con Storie di Sant’Agnese, opera di un ignoto artista degli inizi del Cinquecento. L'altar maggiore, che custodisce le spoglie di San Teodoro, reca un pallio con cinque tavolette ad olio, attribuite a Perin del Vaga, che presentano episodi della vita del santo. Ancora nel transetto sta un ciclo d'affreschi del 1514, che rappresentano Storie di San Teodoro.
La cripta, costruita nel secolo XIII, è sorretta da colonnette isolate in calcare bianco che recano capitelli di rozza esecuzione. Essa ospita l'arca di San Teodoro, in granito, e l'elegante monumento funerario del prevosto Luchino Corti, della prima metà del Cinquecento. Sulle pareti, si conservano tracce d'affreschi quattrocenteschi di buona mano. La fronte della cripta reca interessanti affreschi del secolo XIII: a lato della porta sinistra d’ingresso, si scorgono le figure di vari santi. Appoggiata alla fronte della cripta, è una statua marmorea policromata del Trecento: San Teodoro che reca in mano la rappresentazione simbolica della città di Pavia. Dietro il battistero, Bernardino Lanzani ha affrescato la veduta di Pavia, vista dalla sponda destra del Ticino. L'affresco costituisce la più antica veduta di Pavia.
Nel 1998, durante il rifacimento della pavimentazione, fu scoperto uno splendido mosaico medievale, che si estende lungo la navata laterale della chiesa. Si notano un uomo a torso nudo e un satiro, ma anche un cristiano armato di scudo e spada, che lotta con un leone, e alcune greche ornamentali.
 

Castello Visconteo

Simbolo di potere e di paura, il Castello fu eretto nel 1360 da Galeazzo II Visconti il quale, impadronitosi della città avvertì subito il bisogno di dominarla dall'alto di torri possenti e inespugnabili. La costruzione fu cominciata il 27 marzo di quell'anno e compiuta nel 1365. L’opera, molto costosa, riuscì stupenda: lo stesso Petrarca scriveva essere il Castello di Pavia opera notabilissima fra quante sono l'opere moderne. Forse il progetto è opera dell’aretino Nicolò de' Lelli, ma non si escludono i nomi di Abramello Giacometti, Bertolino da Novara, Bonino da Campione, e Bernardo da Venezia; la critica più recente propende per quest’ultimo.
Le belle finestre sono ancora quelle dell'epoca, mentre la parte alta dei merli ghibellini è stata rifatta. Anche le torri e il corpo centrale sono stati coperti da un tetto per evitare le infiltrazioni d'acqua. La torre di sinistra è chiamata "della Biblioteca" perché in essa vi lavorò Francesco Petrarca, ordinando e commentando i preziosi libri scritti a mano. La torre di destra è detta "delle Reliquie" perché nella Cappella Ducale venivano conservate le reliquie dei Santi che molto spesso i Nobili in visita portavano ai Duchi. Nell'atrio, agli angoli, sono conservate delle grosse sfere di granito: sono le bombe che venivano lanciate dalle catapulte e dai mangani francesi contro il castello durante la battaglia di Pavia del 1525. Nel bombardamento andarono distrutte le due torri posteriori ed anche i due lati del castello che si vedono chiaramente rifatti in diverso stile nel 1600 e nel 1700. Una delle torri abbattute era chiamata "degli specchi" perché in essa le Dame in arrivo andavano a mettersi in ordine prima di essere ricevute dai Duchi; l'altra era "la lunga dimora", la prigione di Stato, ove ben 103 cittadini subirono la cosiddetta "quarantena", cioè quaranta giorni di tortura. Durante i 150 anni che il castello fu abitato dai Visconti e dagli Sforza, tutti i grandi Signori italiani e stranieri lo visitarono per andare a caccia nel bellissimo parco che si estendeva dal castello stesso fino alla Certosa. Nel 1495 Ludovico il Moro, appena divenuto Duca, chiamò a decorare le sale del Castello Leonardo da Vinci e il Bramante: Leonardo fece dipingere i saloni in color azzurro cielo e vi fece applicare delle stelle in oro zecchino; Bramante fece porre ai lati del ponte levatoio alcuni guerrieri con scimitarre e dei paggetti che avevano la funzione di ricevere gli ospiti. A dipingere gli splendidi saloni furono chiamati Bonifacio Bembo, Giacomino Vismara, Vincenzo Foppa e forse anche il veronese Vittorio Pisano.
Sopra un torrione Gian Galeazzo Visconti, nel 1381, fece collocare un meraviglioso orologio, il quale non solo col suono della campana notava le ore e i giorni festivi, ma indicava anche il moto dei pianeti nel firmamento, secondo l'astrologia dell'epoca. L'orologio, prodigio per quei tempi, tutto di rame ed ottone, era dovuto a Giovanni Dondi di Padova, filosofo ed astronomo, che a quanto si dice, dedicò sedici anni alla costruzione.
Con la morte dell'ultimo Sforza le splendide tradizioni civiche e militari del Castello scomparvero, e il superbo edificio iniziò un rapido declino. Affreschi, vasellame, mobilio, armi che i magnifici signori vi avevano adunato, andarono dispersi e il Castello divenne una vasta caserma per le soldatesche spagnole. Per ragioni di sicurezza personale più che altro, vi fecero breve soggiorno Carlo V e Filippo II, benché il Castello non serbasse più nulla di regale. Gli rimase l'importanza militare e nel 1656 resistette agli assalti del duca Tommaso di Savoia. Fu assediato nel 1706 dal principe Eugenio e novant'anni dopo fu preso d'assalto dai cittadini in rivolta contro i Francesi. Il saccheggio dei soldati di Napoleone finì col far sparire anche le tracce dell'antica bellezza. Nell’Ottocento il Castello fu sede di un reggimento di cavalleria. Dal 1950 ospita il complesso dei musei Civici.
 

Certosa di Pavia

La Certosa di Pavia è fra le massime espressioni dell’arte lombarda. Fu voluta da Gian Galeazzo Visconti, che ne posò la prima pietra l’8 settembre 1396. Su disegno di Bernardo da Venezia e Giacomo da Campione, la costruzione procedette rapidamente: nel 1398 vi si erano stabiliti venticinque monaci. Il monastero e la chiesa furono completati tra il 1428 ed il 1462, a cura di Giovanni Solari; l’abbazia fu terminata solo verso il 1625. Poco dopo furono completati i due chiostri.
Nell'atrio sono le immagini dei santi Cristoforo e Sebastiano, dipinte da B. Luini. Dall'atrio si entra nella gran piazza o cortile, in cui spira la severa, imponente tranquillità del chiostro e la sublime poesia dell'arte.
La facciata della chiesa, a cui lavorarono i fratelli Mantegazza e l'Amadeo, fu conclusa solo verso la metà del Cinquecento. Presenta una fascia ricca di decorazioni, con più di 70 sculture. Il portale mostra bei rilievi, con episodi di storia della Certosa; è opera di Benedetto Briosco; ai lati sono due angeli della bottega dei Mantegazza.
L’interno, a croce latina e a tre navate, presenta una maestosa cupola e diciassette altari, tutti decorati di quadri d'autori più o meno famosi. L'architettura fondamentale è gotico-lombarda. Nella navata centrale, i dipinti a fresco dei patriarchi, dei profeti, e dei santi, alla base delle volte sono opera del Borgognone. Le otto statue colossali sopra piedestalli di puro marmo di Carrara rappresentano i quattro evangelisti e i quattro dottori della chiesa. Stupenda la Cappella di Sant’Ambrogio. Il quadro all'altare è opera del Borgognone; le colonne sono di fiamma di Francia; il pallio contiene pregevoli sculture del Rusnati, lavori in tarsia dei Sacchi e due affreschi di C. Cane. Nella Cappella del Santissimo si ammira la bellissima Vergine di San Domenico, di Pier Francesco Mazzuchelli e i Dieci misteri del Rosario, di G. Galani. Gli affreschi di questa cappella sono di C. Storer, tedesco, allievo del Procacclno. Stupendo e grandioso è l'altare delle sante Reliquie: il quadro Gesù Cristo in mezzo agli eletti è di D. Crespi. Le Sante Reliquie erano riposte in una nicchia, difesa da robusta grata di bronzo, realizzata da G. Castelli. Il pallio finemente intarsiato di pietre dure e preziose è opera di Valerio e Carlo Sacchi e i due vescovi nelle nicchie furono scolpiti da T. Orsolino. Nei pressi si ammirano due statue giacenti, di Cristoforo Solari. Una raffigura Ludovico Sforza detto il Moro, morto in Francia nel 1508, l'altra raffigura Beatrice d’Este, sua moglie, morta a Milano nel 1497. Le due statue stavano nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano, e furono trasportate alla Certosa nel 1564.
Alla sacristia (1478) si accede da una porta d’incomparabile bellezza, tutta di marmo bianco, opera di Giovanni Antonio Amadeo. Fra i quadri e gli oggetti rari della sacristia, merita speciale attenzione il Dittico, lavoro eseguito con denti di ippopotamo, più rari e duri dell'avorio, che, in stile gotico, rappresenta i fatti principali dell’antico e del nuovo Testamento. Questo pregevolissimo lavoro fu eseguito e scolpito da Bernardo degli Ubriachi fiorentino.
Prima di entrare nel coro si ammira il maestoso mausoleo, fatto innalzare dai monaci al duca Galeazzo, molti anni dopo la sua morte. Il disegno è attribuito a Galeazzo Pellegrini, che lo avrebbe composto nel 1490, ma l'opera fu compiuta nel 1562, da C. Giovanni. Il mausoleo è tutto in fine marmo di Carrara. La statua del duca riposa orizzontalmente sul sarcofago ed è in grandezza naturale. Assai pregevoli sono i sei bassorilievi nella parte superiore del monumento, che rappresentano fasti della vita del duca. Ne furono autori l’Amadeo e Giovanni Jacopo della Porta. Le due statue, la Fama e la Vittoria, alla testa e ai piedi della statua giacente, sono di Bernardino da Novi, mentre la statua della Madonna nella nicchia è opera di B. Brioschi. La salma del duca non riposa nell’urna; quando il monumento fu ultimato, non si riuscì a rinvenire la sepoltura, che certamente deve esistere però nel tempio.
Il coro del tempio è la parte che conserva la maggior parte dei tesori di pittura, scultura ed intarsio. L'architettura ne è ammirabile, stupende e finissime le tarsie in legno ed in marmo e bellissimi i getti in bronzo che spiccano fra le pietre preziose e i rari e scelti marmi. Bartolomeo da Pola lavorò nel 1486, sui disegni del Fossano, gli scanni del coro con arabeschi e belle intarsiature dei santi. A. Fontana modellò i quattro candelabri e le due piramidi di un bel disegno. Alla cattedra del sacerdote fanno ornamento due statue, la Speranza e la Carità, e a quelle del diacono altre due, la Fede e la Religione. Sono lavori dei Rusnati, del Bassola, del Simonetta. Sopra di esse il Bergognone dipinse le figure di San Pietro e San Paolo.
Per una magnifica porta in marmo di Carrara, ornata di pregevoli sculture, si accede al lavacro dei monaci. Tutte le sculture della porta sono opere del celebre Amadeo. La volta dell'interno del lavacro è notevolissima. Alberto di Carrara scolpì il bassorilievo raffigurante Gesù Cristo che lava i piedi ai discepoli.
A San Brunone fondatore dell'ordine certosino, è consacrato nel tempio l'altare più ricco di marmi; ha quattro colonne, due di marmo nero ed antico e due di misto di Francia. Il quadro dipinto su tavola è opera di G. E. Crespi detto il Cerano, che vi figurò la Vergine col bambino, San Carlo Borromeo e San Brunone.
 

Duomo di Pavia

Il Duomo di Pavia sorge sulle spoglie di un tempo romano dedicato a Cibele, distrutto per costruire le due chiese cristiane di Santo Stefano e di Santa Maria del Fiore, a loro volta abbattute. Alla costruzione del Duomo – voluta e commissionata dal Cardinale Ascanio Sforza, fratello di Ludovico il Moro - misero mano i migliori architetti del Rinascimento: Bramante, Leonardo da Vinci, Amadeo, Tibaldi. I progetti iniziali furono tutti sottoposti al papa Innocenzo VIII: fu scelto quello dell’architetto pavese Cristoforo Rocchi, ma lo Sforza passò subito la realizzazione al Bramante, che era alla sua corte a Milano.
I lavori cominciarono il 29 giugno 1488, ma, per certi versi, l’opera è ancor oggi incompiuta. L’edificio è di importanza capitale nel quadro dell’architettura italiana del Rinascimento: si sperimenta infatti qui – per la prima volta in forme monumentali – l’organismo a pianta centrale e cupola affermatosi poi a San Pietro a Roma.
La facciata, rimasta al rustico, ha mattoni in addentellato nella previsione del rivestimento marmoreo: è questo il maggior motivo di incompletezza del monumento. La cupola (formata in realtà da due cupole di piombo sovrapposte, realizzate alla fine dell’Ottocento, ma sempre sui disegni e progetti bramanteschi), appare oggi come un capolavoro di ingegneria: essa poggia su otto colonne, ma in tutto il maestoso colonnato non si vede una sola chiave di ferro com'era normale in quei tempi, tanto furono esatti i relativi calcoli. A fianco del Duomo s’innalzava la Torre civica, crollata nel 1989.
L’interno presenta una pianta a croce greca, con tre navate attorniate da varie cappelle. Dietro l'altare maggiore, tra ornamenti dorati, vi è un tabernacolo contenente le spine della corona di spine di Cristo, che furono donate l'una da Filippo di Valois Re di Francia e un'altra biforcuta dall'Imperatore di Costantinopoli. Queste reliquie vengono portate in processione tutti gli anni, il giorno dopo Pentecoste. Nell'altare del braccio destro sono conservati i resti di San Siro, primo Vescovo di Pavia, vestito dei suoi paramenti. Ogni altare ha quadri preziosi e di grandi autori sia del passato che del presente, tra cui un Bernardino Luini e un Federico Faruffini: quest'ultimo realizzò nel 1869 una Immacolata che si può vedere uscendo dalla porta di destra.
 

Musei di Pavia

I musei Civici di Pavia sono ospitati nel Castello Visconteo. Nel loro insieme, possono considerarsi un «museo della città», per lo stretto rapporto che hanno col territorio e con i cittadini. Essi presentano un patrimonio artistico di notevole rilievo e qualità. Il percorso di visita, che si snoda nelle splendide sale affrescate, permette una lettura della storia artistica di Pavia e si articola in numerose sezioni tematiche, molte delle quali allestite o arricchite di recente.

MUSEO ARCHEOLOGICO
La sala I è dedicata al territorio di Pavia romana (che non comprendeva l’Oltrepò). Notevole è la ricostruzione dell’area sepolcrale di Casteggio: due tombe a cremazione in mattoni e un cippo sepolcrale, che testimoniano l’appartenenza di Clastidium al territorio di Piacenza. In sala II è la collezione egizia donata dal Marchese Malaspina di Sannazzaro, che comprende 150 oggetti tra papiri, vasi canopi, amuleti e bronzetti. Sono esposti anche vetri di età romana, tra i quali si segnala il kantharos in vetro blu scuro, e una pregevole testa femminile in marmo greco raffigurante forse Artemide, opera romana di età traiano-adrianea. Le sale III e IV raccolgono testimonianze locali: ceramiche comuni e ceramiche fini da mensa, vetri romani e importanti reperti dell’antica Ticinum.

SALA LONGOBARDA
Espone argenti paleocristiani, oreficerie tardo romane e reperti longobardi. Spiccano la lastra tombale del nobile romano Senatore (VIII secolo), e le oreficerie (collane, orecchini, crocette). Preziosi sono la “sella pliatilis”, sedia pieghevole d’arte carolingia o ottoniana, e i due plutei del VII secolo raffiguranti l’albero della vita, che provengono dalla chiesa di Santa Maria Teodote.

SEZIONI MEDIEVALE
E RINASCIMENTALE I reperti romanici provengono da cantieri di chiese distrutte. Di rilievo i frammenti della doppia cattedrale, formata dalle chiese di Santa Maria del Popolo e Santo Stefano, abbattute per completare il Duomo: sono esposti i portali delle due chiese e una porzione di muro con mattoni invetriati da Santa Maria del Popolo, tra i più antichi esempi italiani di maiolicatura. Notevoli i due capitelli con draghi, provenienti da San Giovanni in Borgo, i grandi frammenti di mosaico provenienti da Santa Maria del Popolo, e la Ruota dei mesi di Santa Maria delle Stuoie.
La Sezione Rinascimentale presenta: l’affresco Incoronazione della Vergine tra santi, proveniente da Sant’Agata al Monte; molte terrecotte, riconducibili al cantiere della Certosa, e sculture attribuite alla scuola di Cristoforo e Antonio Mantegazza.

PINACOTECA MALASPINA PINACOTECA DEL ‘600 E DEL ‘700
Le opere sono ordinate per scuola pittorica di appartenenza. La scuola veneta è rappresentata da capolavori di Giambono, G. Bellini, Cima da Conegliano, Antonello da Messina. La scuola tosco-emiliana è presente con opere del Correggio e del Garofalo. Della scuola d’Oltralpe sono capolavori come la Madonna con il bambino di Hugo van der Goes e il ritratto di Re Francesco I di Jean Clouet. Numerose le opere lombarde, tra cui la Pala Bottigella di Vincenzo Foppa, e la stupenda tavola Cristo portacroce e i dieci certosini che il Bergognone dipinse per la Certosa.
La Pinacoteca del Seicento e Settecento accoglie opere provenienti per lo più dal legato Malaspina e dalle raccolte di Alessandro Brambilla e di Giuseppe Radlinski. Vi si trovano opere di C. Procaccini, C.F. Nuvolone, Van Kassel, Hupin, Magnasco, Tiepolo e Magatti.

QUADRERIA DELL’800
Le opere sono autentici capolavori di rilevanza nazionale, e pregevoli prodotti dell’arte locale. Del periodo neoclassico sono i dipinti di A. Appiani, G. Landi e F. Giani; di quello romantico, le opere di F. Hayez e G. Carnovali. Altre opere sono di F. Faruffini, T. Cremona, N. Massa e G. Kienerk. Alla Quadreria si è recentemente affiancata la Donazione Morone. Si tratta di 66 dipinti, opere di Conconi, Ranzoni, Cremona, Zandomeneghi, Boldini e De Nittis, Pellizza da Volpedo, Grubicy de Dragon, Carlo Fornara, Zandomeneghi, Segantini e De Nittis.

SCULTURA MODERNA E GIPSOTECA
La Sezione conclude il percorso dedicato all’arte dell’Ottocento. E’ organizzata come deposito consultabile e comprende originali in gesso, terracotta, bronzo e marmo, di artisti pavesi e non. Accanto alle terrecotte di C. Ferreri sono le opere di G. Spertini, R. Del Bo e L. Bistolfi.

MUSEO ROBECCHI BRICCHETTI
Si deve al lascito di L. Robecchi Bricchetti, esploratore pavese. Il museo comprende materiali legati alle esperienze in Africa: carnet di viaggio, libri, manoscritti, lastre fotografiche, monili, abiti, calzature, stoffe ecc. L’esposizione ha ordinamento tipologico: le fotografie forniscono una preziosa testimonianza della vita quotidiana nell’Africa di fine Ottocento.

MUSEO DEL RISORGIMENTO
Nasce nel 1885, con il generoso concorso dei cittadini. L’esposizione, mantiene centrali le vicende politico-militari, ma le colloca in un più ampio contesto storico sociale, culturale, economico.
La prima sala è dedicata agli anni francesi e al Regno Lombardo Veneto. Un inserto tematico ricorda il monumento simbolo della città, la statua equestre del Regisole, abbattuta all’arrivo dei francesi. La seconda sala è interamente dedicata alla famiglia Cairoli. La terza sala si apre con uniformi, armi, equipaggiamenti dei diversi eserciti. Il fenomeno Garibaldi, con la costruzione del suo mito, costituisce un altro approfondimento. Il percorso si conclude con il ricordo di alcune personalità locali di rilievo e con un accenno alla prima guerra mondiale.
 

Ponte Coperto

Il Ponte Vecchio, uno dei simboli di Pavia, fu costruito in epoca comunale (1354) sui ruderi massicci di un ponte romano. Su progetto di Giovanni da Ferrara e di Jacopo da Gozzo, il ponte fu costruito in poco più di due anni, e ciò alimentò la leggenda popolare che il ponte sia stato eretto dal Diavolo in una notte di tempesta. Ricordata anche dal Petrarca, la struttura poggiava su sei piloni e sette arcate disuguali. Il ponte era coperto fin dai primi tempi: nel 1583 la copertura fu sostituita con un nuovo tetto, sostenuto da cento pilastri di granito. Nel Settecento, sul pilone centrale fu costruita una cappelletta votiva dedicata a San Giovanni Nepomuceno.
Il Ponte medievale fu distrutto dai bombardamenti americani del 1944. Quella che vediamo oggi è la ricostruzione, effettuata nel 1951, con qualche variante rispetto all’originale: il ponte nuovo fu rifatto una quindicina di metri più a valle, ed è un po' più largo dell'antico, per facilitare la viabilità. La nuova struttura è ancora a schiena d'asino, come quella medievale, ha ancora cento colonnette di granito che sorreggono il tetto, ha ancora la cappella votiva.