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Mercoledì 18 Ottobre 2017, San Luca
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Carlo Ferrari - CC by-sa
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Visitare Parma - guida breve

 

Battistero

Il Battistero è un capolavoro in cui architettura e scultura si fondono armonicamente. Esso rappresenta una delle più alte espressioni dell’arte italiana e simboleggia il passaggio dal tardo romanico al gotico. Il Battistero fu iniziato alla fine del XII secolo, su disegno di Benedetto Antelami, che diresse l’opera e ne realizzò quasi per intero la mirabile decorazione plastica.
L’edificio - a pianta ottagonale irregolare, in marmo rosa di Verona - è oggi considerato uno tra i monumenti medievali più importanti d'Italia. Corre tutt’attorno il cosiddetto zooforo: una serie di formelle scolpite con animali fantastici e reali, simboli medievali delle idee della vita e della natura. Magnifici sono i tre portali, decorati con architravi e lunette, ricchi di riferimenti teologici e rappresentazioni simboliche tipiche dell’iconografia medievale.
L’interno è caratterizzato da linee che si slanciano in altezza, per effetto dei sedici costoloni che si irradiano verso la volta ogivale. S’erge al centro la grande vasca battesimale ad immersione che risale alla fine del Quattrocento. Fra le opere d’arte contenute nel Battistero, primeggia il ciclo dei mesi e delle stagioni e i rispettivi segni zodiacali scolpiti dall’Antelami. Nella cupola si ammira uno splendido ciclo di pitture a tempera della seconda metà del XII secolo.
 

Camera di San Paolo (e Cella di Santa Caterina)

Poco distante dal Duomo, il complesso monumentale del Convento benedettino di San Paolo fu fondato nel 1005. Del tempio preesistente rimane un sacello - oggi restaurato -la cui architettura fa pensare ad origini precedenti al romanico.
Il convento raggiunse il massimo splendore fra il Quattro ed il Cinquecento, sotto la guida delle badesse Cecilia Bergonzi e Giovanna da Piacenza. La prima provvide alla costruzione del nuovo convento, su progetto di Giorgio Edoari da Erba. Alla seconda dobbiamo la ristrutturazione dello spazio conventuale del sacello, che costituiva il suo appartamento privato e, in particolare, il prezioso ciclo di affreschi che decorano due camere. Gli affreschi della prima camera - la Cella di Santa Caterina - sono opera di Alessandro Araldi (1514), mentre quelli della seconda - la famosa Camera di San Paolo - sono stati eseguiti dal Correggio nel 1519 e sono considerati fra i capolavori del nostro Rinascimento. Sulla cupola ad ombrello e sulla cappa del camino, le immagini del Correggio - lunette a monocromo con personaggi mitologici, un pergolato con festoni di frutta, tondi con putti e cani e trofei di caccia, la figura di Diana sul carro - hanno carattere profano. Sono privilegiati i temi classici meno consueti e sembrano affiorare qua e là allusioni alla lotta, certo non facile, che la nobile badessa combatteva per non soccombere alle ingerenze della Curia vescovile e papale.
 

Certosa di Parma

Fondata nel 1225 per volontà del Vescovo di Spoleto, Rolando Taverna, la Certosa fu assegnata all'ordine monastico dei Certosini, che la occupò per cinque secoli. Nel Quattrocento il complesso fu arricchito di due chiostri, uno piccolo e uno grande: quest’ultimo comprendeva anche le celle dei monaci. Danneggiata verso la metà del Cinquecento, la Certosa fu ristrutturata a lungo: i lavori si conclusero alla metà del Seicento. In realtà, dell’antico complesso religioso non è rimasto quasi nulla: i restauri, gli ampliamenti, i periodi di abbandono e le successive trasformazioni, hanno profondamente modificato le strutture del complesso, cancellandone le linee originarie. L’edificio attuale presenta una facciata ottocentesca, disegnata dall’Abbati. L’interno conserva qualche dipinto di Alessandro Baratta, Gian Battista Natali e Ilario Spolverini.
Si noti, in particolare, che non è questa la Certosa di Parma, descritta da Stendhal nel suo romanzo omonimo. Sembra, infatti, che – nelle sue descrizioni – lo scrittore francese si sia riferito alla Certosa di Paradigna, nota anche come Abbazia di San Martino dei Bocci o Abbazia Cistercense di Valserena.
 

Chiesa della Santissima Annunziata

La chiesa della SS. Annunziata risale alla seconda metà del Cinquecento e, fino al Settecento rimase dedicata ai SS. Gervaso e Protaso. Essa fu costruita per volere del duca Ottavio Farnese e del vescovo di Brugnato (suffraganeo di quello di Parma), su disegno di Giambattista Fornovo.
Nel 1616 la fabbrica era però ferma ancora al cornicione del primo livello, e coperta con un tetto di fortuna. Solo con l'intervento di Margherita Farnese e con offerte popolari il tempio fu eretto secondo il progetto originario; comunque, la copertura a volta disegnata da Girolamo Rainaldi fu strutturata in deroga al progetto del Fornovo (che pensava a una cupola con lanterna).
La pianta che risulta è affatto atipica e fu fonte di attenta osservazione per parecchi artisti: ad esempio, Filippo Juvarra, l'autore della Basilica di Superga e della Palazzina di Stupinigi, ne copiò accuratamente la struttura.
La chiesa presenta una planimetria quasi ellittica (31 metri per 20), con due semicerchi uniti da due rette, a cui si aggiungono l'abside, le dieci cappelle ornate a stucchi e un atrio interno. Lo spazio è spartito da pilastri scanalati. Il prospetto esterno, spoglio ma innervato dai robusti dorsi delle cappelle e da contrafforti, dà un'immagine di elasticità e robustezza al contempo.
Nell'atrio sinistro si trova una copia dell'Annunciazione del Correggio (1520), dipinta a fresco nella chiesa dei Minori di Via Farini, da lì tolta nel 1546 ed ora esposta alla Galleria Nazionale. A destra, in una nicchia, si può ammirare l’Ecce Homo, terracotta policroma di Antonio Sbravati, e una tela con il Martirio dei Santi Gervaso e Protaso, opera ottocentesca di Biagio Martini. La tavola dell'altare maggiore rappresenta la Madonna in trono, Bambino e i SS. Bernardo, Giovanni Battista, Giovanni Evangelista e Francesco d'Assisi; l’opera è di Francesco Zaganelli da Cotignola. Le cappelle sono impreziosite da tele di Pier Ilario Spolverini, Sebastiano Galeotti e Camillo Uccelli. A Luca Reti sono attribuiti gli stucchi secenteschi e le altre decorazioni dell'aula principale. L’organo è opera di Giuseppe Serassi.
 

Cittadella

La Cittadella è una fortezza a forma pentagonale con bastioni e fossati, un tempo colmi d'acqua, progettata da Francesco Paciotto e Smeraldo Smeraldi, su modello di quella che esiste ad Anversa. La costruzione della massiccia struttura ebbe inizio verso la fine del Cinquecento, per volere di Alessandro Farnese, terzo duca di Parma, e fu portata a termine sotto Ranuccio I nel 1599. Pur costruita per scopi difensivi, la Cittadella fu utilizzata per secoli dai Duchi di Parma solo come caserma, come prigione per reati politici e come luogo di supplizi.
La porta principale è ornata da un portale marmoreo con base a bugnato e con un grande stemma dei Farnese, opera di Simone Moschino. All’interno, sulla sinistra si trovavano le stalle e sulla destra - al limitare della piazza d'armi - sorgeva l'antica chiesa dedicata alla Vergine, di cui rimangono tracce del perimetro.
Dopo la demolizione delle caserme, operata nel secondo dopoguerra, la Cittadella, lungi dall'incutere timore, distribuisce generosamente ombra e refrigerio a cittadini e sportivi che ne percorrono gli ombreggiati bastioni attrezzati con attrezzi ginnici o le suggestive bassure recentemente ripulite e rese agibili.
 

Duomo di Parma

Il Duomo di Parma è uno dei più importanti monumenti di architettura romanico-padana dell'Italia settentrionale. Per volontà del vescovo Cadalo - che fu antipapa col nome di Onorio II - la costruzione ebbe inizio intorno al 1059, ad opera dei maestri Comacini. La chiesa, dedicata a Maria Assunta e consacrata da papa Pasquale II nel 1106, fu sicuramente danneggiata dal terremoto del 1117, ma i lavori continuarono. La facciata a capanna, come gran parte dell'edificio, fu ridisegnata dopo la ricostruzione iniziata nel 1130 e proseguita con l'intervento di Benedetto Antelami; per questo si ritiene che la Cattedrale sia stata terminata intorno al 1178, quando il grande scultore concluse la lastra della Deposizione Tra il 1284 e il 1291 fu eretto il campanile in stile gotico. In cima al campanile era posto l'Angelo d'oro, una grande scultura gotica, oggi sostituita da una copia (l'originale trecentesco è posto all’interno del Duomo).
La facciata è percorsa da tre ordini di loggette, due in senso orizzontale ed una a filo del tetto, e presenta tre portali, le cui porte furono intagliate nel 1494 da Luchino Bianchino. Quello centrale è preceduto da un protiro del 1281, sostenuto da leoni stilofori, opera di Giambono da Bissone. Tra la porta centrale e quella di destra è la tomba del matematico Biagio Pelacani, morto nel 1416, con qualche sospetto di aver avuto legami con il mondo della magia.
L’interno della Cattedrale è a croce latina ed è diviso in tre navate da pilastri “a fascio” con cappelle laterali e matronei. Il presbiterio ed il transetto sono rialzati sopra la cripta. I grandiosi affreschi della navata centrale sono opera cinquecentesca di L. Gambara. Si avverte subito che il Duomo contiene uno straordinario campionario dì scultura romanica: negli archi ciechi esterni, delle absidi, animali e mostri sì rincorrono tra racemi fogliati; nell'arcata centrale dell'abside maggiore sono i simboli degli Evangelisti; nei capitelli sopra le lesene appaiono temi biblici e apocalittici. In realtà, il Duomo è un vero e proprio museo di pittura e di scultura. I maggiori artisti del tempo (l’Antelami, l’Anselmi, il Rondani, l’Araldi, i Mazzola, il Correggio, Pomponio Allegri, Cristoforo da Lendinara, G. Francesco da Agrate, e tanti altri) fecero a gara per abbellire il tempio e tutti hanno dato una nota di grandezza e di splendore al grande monumento parmense. Fra i tanti capolavori presenti, ricordiamo i più significativi e conosciuti: la Deposizione marmorea scolpita da Benedetto Antelami nel 1178, murata nella parete del transetto superiore destro e la grande cupola con la splendida Assunzione della Vergine, affresco che il Correggio realizzò tra il 1526 e il 1530.
Scriveva L. Testi all’inizio del Novecento: "La celebrità di questa cattedrale è dovuta per intero al Correggio che diffuse nella cupola i bagliori e gli spazi immensi del cielo, fra i quali s'innalzò gloriosa l'Assunta, beata tra i cori infiniti degli angeli, divini per leggiadria e gioventù immortale. La luce, la profondità, il sorriso della volta contrastano con le austere e colossali figure degli apostoli, veri giganti della fede che dallo zoccolò della cupola guardano atterriti il mistico volo della Vergine verso il Paradiso. Il Correggio contraeva l'obbligo, il 3 novembre 1522, di coprire per mille e cento ducati d'oro la cupola e la grande cappella; cento ducati per l’oro e mille di mercede. Distratto dalle cure familiari, dalla guerra e dalla peste, il Correggio. prima dì recarsi in patria dove morì il 5 marzo 1534, arrivò solo a compire i pennacchi, le sei figure a chiaroscuro nel nascimento degli archi, e quasi per intero la cupola. Nessun pittore conseguì mai in affresco altrettanta delicatezza di tinte, così armonici accordi di chiaroscuro, così varia e serena bellezza di tipi. La mirabile visione fa dimenticare ben presto le masse accartocciate delle pieghe e qualche volgarità fra gli apostoli, nei trascurabili che fanno ancora più bello l'insieme ornai ridotto allo stato di gloriosa rovina. I chiaroscuri alle radici degli archi sono intatti, e di tanta perfezione nell'ombrare meraviglioso ed incantevole da non potersi descrivere. Peccato che la cupola sia male illuminata e solo nelle ore meridiane dei giorni sereni possa gustarsi interamente! Per le giornate nuvolose provvide Corrado Ricci con l'impianto di numerose lampade elettriche collocate in modo da illuminare l'affresco. Nessun rimedio invece si potrà mai portare ai guasti prodotti dai restauri inconsulti, compiuti fra il 1901 e il 1904”.
Nella cripta sono conservati alcuni mosaici paleocristiani ritrovati in Piazza del Duomo, prova indubbia della preesistenza in loco di un edificio di culto già attivo nel IV e V secolo.
 

Museo Archeologico Nazionale

Il Museo Archeologico Nazionale ha sede presso il Palazzo della Pilotta. Fu fondato per volere di don Filippo di Borbone nel 1760, per conservare i reperti rinvenuti nella città romana di Veleia, municipio romano sulle colline piacentine. Gli scavi furono avviati su indicazione del fratello di Filippo, Carlo, promotore degli scavi di Pompei ed Ercolano, a causa del rinvenimento della "tabula Alimentaria", di epoca traianea, e delle dodici statue in marmo del ciclo Giulio-Claudio. Tutti questi reperti provenienti da Veleia sono parte del patrimonio del Museo Archeologico Nazionale e qui sono esposti.
Il Museo nacque quindi come struttura conservativa di reperti provenienti dal territorio parmense. Ma, nel tempo, la collezione si è arricchita di altre sculture, già di proprietà dei Farnese o provenienti da altre collezioni, come quella dei Gonzaga di Guastalla. Importante fu l’interessamento della duchessa Maria Luigia d’Austria (1816 - 1847): essa dotò il Ducale Museo (così si chiamava allora) di una nuova sede e di reperti di ceramica greca, italica, etrusca e di oggetti egizi, oltre che di notevoli collezioni numismatiche. Dopo l’Unità d’Italia, grazie alle ricerche di Luigi Pigorini e di Pellegrino Strobel, il Museo si è arricchito di una notevole raccolta di oggetti preistorici, considerata ancora oggi una delle più importanti dell’Italia settentrionale.
 

Museo Bodoniano

Situato presso la Biblioteca Palatina nel Palazzo della Pilotta, il museo è dedicato all’opera del tipografo ed incisore Giambattista Bodoni. Esso raccoglie oltre 80.000 pezzi originali provenienti dalla Stamperia Reale di Parma che Bodoni diresse a partire dal 1768. Il Museo conserva gli strumenti dell’arte bodoniana: punzoni, matrici, torchi, morse, case d’alfabeto, caratteri, fregi, prove di stampa e attrezzi per la fusione in piombo. Conserva inoltre la collezione completa delle opere curate da Bodoni.
Nato a Saluzzo nel 1740, Giambattista Bodoni si trasferisce ancor giovane a Roma e lavora presso la Stamperia della Congregazione di Propaganda Fide. Nel 1768 è chiamato dal duca Ferdinando a dirigere la Stamperia Reale di Parma, dove può finalmente dimostrare appieno il proprio talento. La prima opera di grande successo composta con caratteri da lui incisi e fusi sono gli Epithalamia exositicis linguis reddita del 1775, in venticinque lingue esotiche, preceduta, fra gli altri, anche da un manuale tipografico, fregi e maiuscole incise e fuse da Giambattista Bodoni del 1771.
Di grande interesse è il Manuale tipografico, pubblicato in varie edizioni: la prima è del 1788, l'ultima, postuma, è pubblicata dalla vedova nel 1818, dopo la morte del marito avvenuta nel 1813.
 

Museo Diocesano

Il Museo si trova nel Palazzo Vescovile, in Piazza Duomo. Partendo dalla città romana e dai culti pagani, il percorso di visita, con l’ausilio di pannelli esplicativi, ricostruzioni grafiche, calchi di epigrafi e reperti archeologici significativi, si snoda, attraverso le strutture murarie venute in luce, evidenziando gli sviluppi del complesso episcopale tra età paleocristiana e pieno Medioevo.
Fra gli oggetti rinvenuti nel parmense e riferiti al periodo di formazione del cristianesimo, sono esposti una lucerna paleocristiana, con il monogramma di Cristo, proveniente dall'area di Carignano, un sarcofago con bassorilievi indicanti le Stagioni, alcune monete e stucchi di una domus romana ubicata sotto la Cattedrale, nonché i due mosaici ritrovati nel 1955 in Piazza Duomo e un'epigrafe del III secolo che testimonia il sincretismo cultuale entro cui si stava formando il germe del cristianesimo a Parma.
Fra gli oggetti dell’età di mezzo, il Museo ospita alcune ceramiche alto-medievali ritrovate durante scavi nel cortile del Vescovado, le lastre di pavimentazione del presbiterio della Cattedrale, una lastra con San Martino e un pellegrino, e soprattutto le sei statue dell’Antelami conservate fino a poco tempo fa nelle nicchie esterne del lato settentrionale del Battistero e oggi sostituite da calchi.
 

Palazzo della Pilotta

Il nome curioso del Palazzo deriva dalla Pelota, gioco basco praticato in uno dei cortili. Il Palazzo è sicuramente uno degli edifici più caratteristici di Parma, e - annesso al Palazzo Ducale - fu concepito come luogo di servizio della corte, ossia per lo svago e per ospitare le sale d’armi, le scuderie, il teatro e la caserma dello Stato. Su progetto di Francesco Paciotto, a partire dal 1583 il palazzo fu costruito per volere di Ottavio Farnese (1547-86). I lavori terminarono solo nel 1611 con Ranuccio I, e la costruzione fu lasciata incompiuta, nello stato in cui si presenta oggi. Ideatore dei lavori fu il Duca stesso, dilettante d'architettura e amante di costruzioni severe e grandiose che rappresentassero al meglio il fasto e il prestigio della dinastia, ma a tradurre in termini tecnici il suo pensiero fu l'architetto e scultore d'origine orvietana Simone Moschino (1553-1610).
La Pilotta dovrebbe avere una ricca e bella facciata della quale il disegno venne dato dall’architetto Battistelli; ma, come si è detto, i lavori vennero sospesi e della facciata della Pilotta sono rimasti solo i disegni e i progetti. Entrando, si accede ai piani nobili salendo un imponente scalone a forbice, primo esempio in Italia di scalone a tre rampe costruito sul modello della escalera imperial dell'Escorial di Madrid.
Con i Farnese la Pilotta diventerà anche sede della grande collezione d'arte, ora conservata al Museo di Capodimonte di Napoli, e ospiterà una Biblioteca Palatina e il celebre Teatro Farnese. Grazie al Ministro di Filippo di Borbone, Guillaume du Tillot, il palazzo confermerà la sua natura di contenitore della cultura e dell'arte.
Oggi il Palazzo prospetta sulla rinnovata Piazza della Pace ed ospita istituzioni prestigiose, quali il Museo Archeologico Nazionale, il Teatro Farnese, la Biblioteca Palatina, la Galleria Nazionale e il Museo Bodoniano.
 

Palazzo Ducale

Il Palazzo Ducale di Parma è una costruzione imponente, voluta da Ottavio Farnese nella seconda metà del Cinquecento. Esso fu realizzato su progetto dell’architetto Jacopo Barozzi, detto il Vignola, accanto ai nuovi giardini ducali. L’edificio attuale è il risultato di vari restauri e rifacimenti: le modifiche più importanti sono quelle realizzate dal Bibiena, alla fine del Seicento, e dal Petitot, nella seconda metà del Settecento. In particolare, con gli interventi settecenteschi, il Palazzo fu tinteggiato in colore “giallo Parma”, caro alla corte borbonica, furono aggiunti quattro padiglioni angolari e il mezzanino alle ali laterali, furono innalzati di un piano gli avancorpi e, soprattutto, fu tolto lo scalone a due rampe che ornava l’ingresso; in definitiva, il Palazzo assunse un aspetto decisamente più classico.
Dopo l’Unità d’Italia, il Palazzo ebbe varie destinazioni: fu collegio, sede del Governo degli Stati Parmensi, scuola di fanteria. Attualmente è sede del Comando Provinciale dei Carabinieri, ma è già destinato a diventare sede di rappresentanza della Authority Alimentare Europea.
Dei tesori d’arte che il Palazzo contiene, ci limitiamo a qualche cenno schematico.
Al pianterreno si trovano opere di Cesare Baglioni, dipinte all’inizio del ‘600. Un monumentale scalone settecentesco porta al salone centrale del piano nobile, detto Sala degli Uccelli per le decorazioni a stucco e a fresco di Benigno Bossi (1766-67) che rappresentano 224 specie di volatili. Qui si trovano alcune stanze che conservano quanto resta della decorazione pittorica del periodo dei Farnese. Sono:

  • La “Sala di Alcina”, decorata da Girolamo Mirola verso il 1568, con la collaborazione di Jacopo Zanguidi, detto il Bertoja, con scene tratte dall’Orlando Furioso. E’ la sala più antica del palazzo.
  • La “Sala dell’Aetas Felicior” (o “Sala del Bacio”). Affrescata forse dal solo Bertoja fra il 1570 e il 1573, rappresenta il mito di Venere e Amore e l’età felice. E’ sulle pareti la scena della danza con il particolare del bacio fra trasparenti colonne di cristallo che intitola la stanza e che rappresenta una delle creazioni più nuove del tardo manierismo dove lo spazio viene inteso come strumento d’illusione naturalistica.
  • La “Sala d’Orfeo”. E’ affrescata dal Mirola e dal Bertoja fra il 1568 e il 1570, con scene della storia d’Amore di Orfeo intervallate da elementi architettonici.
  • La “Sala di Erminia”. Decorata nel 1628 con gli affreschi del bolognese Alessandro Tiarini, aventi per tema La Gerusalemme Liberata. Gli episodi scelti sono l’Incontro fra Erminia a cavallo, Tancredi morente e Erminia mentre coglie Vafrio intento a spiare. L’intreccio di rami che circonda la sala è dello stuccatore Carlo Bossi.
  • La “Sala dell’Amore”. La volta è dipinta da Agostino Carracci con tre rappresentazioni dell’amore, ma l’artista muore nel 1602, prima di terminare l’opera. L’amore materno con Venere che guarda il figlio Enea mentre si dirige verso l’Italia, l’amore celeste fra Venere e Marte e quello umano fra Peleo e Teti. La sala fu completata tra il 1679 ed il 1680 da Carlo Cignali con altre rappresentazioni dell’Amore.
  • La “Sala delle leggende”. Gian Battista Trotti detto il Molosso, tra il 1604 e il 1619 decora tre pareti della stanza con Giove che incorona Bacco accompagnato da Venere; il sacrificio di Alcesti; Circe che ridà forma umana ai compagni di Ulisse. Nella parete vicino alla finestra ci sono due affreschi del fiammingo Giovanni Sons.
 

Parco Ducale

Nel cuore del centro storico, oltre il torrente Parma, si stende il verde incanto del Parco Ducale, voluto dal duca Ottavio Farnese. Verso la metà el Cinquecento, il duca iniziò ad acquistare i terreni prossimi al "Castello" e incaricò il Vignola di progettarne la sistemazione. Nel 1561 il Vignola disegnò il giardino, ispirandosi alle architetture verdi delle ville romane.
Nel 1690, in occasione delle nozze tra Odoardo Farnese e Dorotea Sofia di Neuburg, fu scavata la peschiera, ancor oggi esistente, con al centro un isolotto, sul quale nel 1920 sarà collocata la settecentesca fontana del Trianon, proveniente dal Giardino del Palazzo Ducale di Colorno.
A metà del Settecento, estinta la Casata dei Farnese, il parco versa in stato di degrado e abbandono. Il ministro dei Borbone, Du Tillot, affida la direzione dei lavori all'architetto Petitot, e questi si avvale degli studi del maggior specialista di Francia nell'architettura dei giardini: Pierre Costant d'Ivry. Il Parco assume così un'impronta tipicamente francese, ancora oggi riscontrabile. L'opera di risistemazione e riqualificazione è portata a compimento con la posa di dieci statue in marmo, due gruppi plastici e alcuni vasi, scolpiti da Jean Baptiste Boudard tra il 1753 e il 1766.
Sempre a Petitot viene poi commissionato il progetto del boschetto e del tempietto di Arcadia, luogo in cui - nel 1769 - si celebrano i festeggiamenti per le nozze del duca don Ferdinando di Borbone con Maria Amalia d'Asburgo.
Nuove modifiche e la creazione di zone "all'inglese" si registrano durante il ducato di Maria Luigia d'Austria finché il grande parco, dopo l'Unità d'Italia, diviene di proprietà comunale e aperto al pubblico. L'ultimo "maquillage" del giardino in ordine di tempo viene fatto nel 1920 su progetti dello scenografo Carmignani. Un impegnativo progetto di restauro impostato su basi storiche è in corso di realizzazione: si vuole, a buon diritto, che il Parco Ducale torni ad essere luogo di civiltà, dove si fondono la quiete della natura e il fascino dell'arte, per le passeggiate, i divertimenti e la crescita culturale del visitatore.
 

Pinacoteca Stuard

La collezione Stuard si compone di quasi trecento opere, ed è frutto della geniale e generosa intuizione di un privato, Giuseppe Stuard (1790-1834), che fu amministratore della Congregazione di San Filippo Neri. Ospitata fin dall’inizio nel Palazzo della Congregazione, la pinacoteca si è trasferita - nel 2002 - nei locali dell'ex-convento di San Paolo, poco distante dal Museo dei Burattini e dalla famosa “Camera” affrescata dal Correggio.
Il percorso espositivo - cui fa da schermo e fondale il sistema del piccolo chiostro binato centrale - copre il periodo dal Trecento al Novecento e si snoda attraverso ventidue ambienti disposti su due piani. Esso comprende opere di varie culture artistiche e pittoriche: dipinti, ritratti, cimeli, arazzi e varie testimonianze documentali della storia artistica di Parma e della famiglia Stuard. Dei primitivi e del Quattrocento toscani si segnalano in particolare le tele di Bernardo Daddi, Bicci di Lorenzo e Paolo di Giovanni Fei; del Seicento emiliano spiccano le tele del Guercino, dello Schedoni e del Lanfranco. Notevolissime sono anche le opere di Sebastiano Ricci, del Tintoretto e dello Zubaràn, nonché le nature morte del Boselli e i paesaggi e le scene di battaglia dello Spolverini.
 

San Giovanni Evangelista (Complesso)

Il grandioso complesso monastico di San Giovanni Evangelista è costituito dalla chiesa, dal convento e dall'antica spezieria. Le origini risalgono al X secolo, ma è indubbiamente la facciata barocca della chiesa a definirne l'aspetto. Il complesso fu distrutto da un incendio nel 1477 e fu poi ricostruito da Bernardino Zaccagni tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento, per commissione dell’ordine benedettino.
La chiesa ha un impianto originario romanico, come dimostrano i pilastri rivestiti in pietra grigia, con capitelli scolpiti da Antonio da Parma. Il disegno architettonico pare frutto di "suggerimenti" di umanisti del primo Cinquecento, in particolare del Grapaldo, autore di manuali d'architettura. Il campanile si erge sul lato destro e fu aggiunto nel 1613.
La chiesa ha pianta a croce latina, e tre navate sulle quali si aprono sei cappelle. Lungo la navata centrale si estende il fregio del Sacrificio Ebraico e Pagano, disegnato dal Correggio (1522-23) ma eseguito dal Rondani. Pure del Correggio sono le decorazioni dei semi-pilastri, quelle del sottarco della V cappella (con la rappresentazione di Dio Padre al centro e nei riquadri laterali dei Santi Pietro e Andrea), il San Paolo caduto da cavallo, nonché le decorazioni della crociera e la cupola con il Transito di San Giovanni (1520-24) completati nei pennacchi con le immagini dei Padri della Chiesa e dei quattro Evangelisti. L'interno è ricco di opere di grandi artisti, fra cui spiccano l’Anselmi, il Merano, i fratelli Giacomo e Giulio Francia, il Caselli, il Mazzola-Bedoli ed altri. Opera preziosa è il Coro Ligneo - intarsiato con immagini della città e delle colline, di strumenti musicali e di vari oggetti - opera di M. Zucchi e dei fratelli Gianfranco e Pasquale Testa (1556). La sagrestia - arredata con bei mobili secenteschi - fu dipinta dal Cesariano nel 1508. Sulla navata sinistra si trovano interessanti opere giovanili del Parmigianino (1522). Vi si nota la mano del futuro maestro: i Santi insieme ai putti e ai bucrani presentano già il caratteristico ritmo sinuoso delle linee nelle morbide vesti.
Nel monastero il primo chiostro è sorretto da leggere colonne ioniche; al secondo chiostro si accede dalla sala capitolare, impreziosita da due affreschi del Correggio; nel chiostro grande, o di San Benedetto, si conservano resti di affreschi del primo Cinquecento. La ricca biblioteca del monastero si trova in stanze cinquecentesche affrescate e possiede circa 20.000 volumi, con codici miniati del Quattro e del Cinquecento.
 

Santa Maria della Steccata (Chiesa della Madonna della Steccata)

Sul muro del preesistente oratorio, apparve - alla fine del Quattrocento - l’immagine di una Madonna che allatta il Bambino, tuttora conservata sull’altare della Steccata. L’apparizione diede origine ad un culto popolare molto sentito, tanto che per proteggere l’affresco dai numerosissimi fedeli, sembra sia stato eretto uno steccato: da questo presero nome il dipinto stesso e la chiesa, che qui fu costruita fra il 1521 ed il 1527.
Sembra che il progetto iniziale sia di Bernardino Zaccagni da Torrechiara, ma ai piani di progettazione e all’esecuzione parteciparono altri architetti e scultori, tra cui l’Araldi, il Correggio e Francesco Ferrari d’Agrate. Sicuramente di Antonio da Sangallo il Giovane è il progetto della cupola, in stile romano, compiuta nel 1526-27.
L’impianto è a croce greca, con quattro cappelle ricavate nelle torri angolari. L’interno fu affrescato secondo un piano iconografico mariano preciso e tuttavia di non facile lettura. Oltre al sottarco orientale dipinto dal Parmigianino, spiccano: l’Assunzione di Maria di Bernardino Gatti (1560); le dodici scene dal Vecchio Testamento tra gli Apostoli del tamburo e il fregio sotto la cornice, opere del Gatti e del Gambara; l'Adorazione dei Pastori e la Pentecoste di G. Mazzola-Bedoli; l'Adorazione dei Magi di M. Anselmi, terminato dal Gatti (1556); il catino del nicchione est, progettato dal Parmigianino e poi compiuto dall’Anselmi su disegno di Giulio Romano (1541). Verso il 1665-1670 fu realizzata la Sacrestia Nobile, capolavoro di ebanisteria, disegnato dal Rottini e dal Torri e stupendamente intagliato dal Mascheroni.
All’ingresso della chiesa si ergono il Monumento funerario a Adam von Neipperg, marito morganatico della duchessa Maria Luigia d’Austria e primo ministro del Ducato, e una Pietà in onore di Maria Luigia, entrambi in marmo bianco.
Nella cripta della chiesa riposano dal 1823 le salme di quattordici principi e duchi, tra cui Alessandro Farnese, Ranuccio I e Ranuccio II Farnese, Francesco Farnese, Filippo di Borbone.
 

Storica Spezieria di San Giovanni Evangelista

La storica Spezieria di San Giovanni si trova sul lato ovest del Duomo, in Borgo Pipa, ed ha origini antiche. Essa è documentata già dal 1201 e rappresenta un esempio unico di farmacia del Cinque-Seicento. Fondata e gestita dai monaci benedettini, la spezieria rimase in funzione fino al 1766, quindi venne secolarizzata e infine acquistata dallo Stato.
Aperta al pubblico dal 1959 dopo una serie di importanti restauri, la spezieria conserva l’aspetto cinque-secentesco, per effetto degli affreschi e degli arredi lignei originari. I suoi ambienti sono arricchiti di accessori originali e di vasi di manifattura locale di epoche varie.
La farmacia è composta di tre sale. La prima - detta Sala del Fuoco - mostra il classico bancone delle consegne, con le piccole bilance di precisione ed alcuni strumenti usati per la preparazione dei farmaci; la seconda è la Sala dei Mortai, decorata con affreschi che rappresentano i maestri della medicina antica; la terza è detta Sala delle Sirene ed è dedicata ai maestri parmensi della medicina e della farmacologia.
 

Teatro Regio

Il “Regio” si trova lungo la centralissima Via Garibaldi e rappresenta una delle opere principali del Ducato E' uno dei teatri italiani architettonicamente più belli e più insigni per tradizioni musicali: basti dire che, in passato, ebbe come direttore d’orchestra Niccolò Paganini. L'area per il nuovo teatro fu individuata in quella dove - in precedenza - sorgeva il soppresso convento di Sant'Alessandro, uno dei conventi più importanti nella storia della città, chiuso nel 1811 dai provvedimenti napoleonici. L’edificio fu costruito in stile impero dall'architetto Nicola Bettoli per incarico della duchessa Maria Luigia. L'inaugurazione fu affidata, il 16 maggio 1829, a Vincenzo Bellini che, stretto da contingenze e da accordi frettolosi, finì per riciclare parte di materiale già scritto in un lavoro, la Zaira, che non avrà successo, in una serata che ha fatto e fa tuttora discutere gli storici sulle reali modalità dei fatti e dei motivi della contestazione. L'opera fu fischiata, tranne un terzetto del primo atto e nonostante la presenza del cast di un divo come Luigi Lablache. La stagione del 1829 continuò comunque con Mosè e Faraone, La morte di Semiramide e il Barbiere di Siviglia, tutte di Rossini, tutte di grande successo.
Il progetto Bettoli prevedeva un corpo di fabbrica principale di 84 metri per 37,50, annunciato da una facciata a capanna di impronta neoclassica, con un portico architravato sostenuto da dieci possenti colonne ioniche e coronato al piano superiore da cinque finestroni con timpani triangolari.
L'interno continua il tema ionico nelle colonne del foyer, che reggono un soffitto a lacunari. La sala - capace di 1400 posti - comprende platea, quattro ordini di palchi e un loggione. Il soffitto fu affrescato da Giambattista Borghesi che dipinse anche il famoso sipario raffigurante l'allegoria “Il Trionfo della Sapienzia”. Stucchi e dorature sono opera di Girolamo Magnani (1853), e sostituiscono le decorazioni originali disegnate da Paolo Toschi. Un orologio "a luce" si trova al centro dell'architrave del proscenio, arricchito da busti dorati di poeti e compositori.