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Sabato 19 Agosto 2017, San Giovanni Eudes
Bernhard J. Scheuvens - CC by-sa
Bernhard J. Scheuvens - CC by-sa
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Visitare Palermo - guida breve

 

Chiesa della Martorana (Santa Maria dell'Ammiraglio)

Nel 1143 Giorgio Antiocheno, grande ammiraglio di Sicilia sotto Ruggero II, iniziò la costruzione della chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio. La chiesa è d’origine Greco-ortodossa; durante il periodo Normanno, fu convertita in chiesa cattolica, divenendo poi parte della Diocesi cattolica Bizantina di Piana degli Albanesi. La chiesa è ora chiamata “la Martorana” perché - nel 1435 - fu ceduta da Alfonso V d’Aragona al vicino convento della Martorana, fondato da Goffredo Martorana e dalla moglie Luisa.
L'edificio subì via via modifiche, anche sostanziali, soprattutto per le diverse esigenze liturgiche legate al passaggio dal rito greco a quello latino. Ad esempio, nel 1588 la pianta a croce greca fu trasformata in pianta a croce latina, con tre navate. Alla fine del Seicento, un'abside quadrangolare sostituì l’originaria abside centrale semicircolare. Sul finire dell’Ottocento, i restauri interni del Patricolo coprirono molti interessanti interventi barocchi. Le caratteristiche dell’elegante architettura Arabo-Normanna originaria sono ancora presenti, in particolare, in uno dei più famosi mosaici, quello in cui viene rappresentata l'incoronazione di Ruggero II da parte di Cristo, e nei mosaici della parte superiore delle pareti e della cupola, con la rappresentazione del Cristo Pantocratore (Onnipotente). Qui i mosaici sono interamente rivestiti di decorazioni musive di periodo bizantino, le più antiche di tutta la Sicilia e di grande importanza, per la loro connessione con quelle riguardanti Dafne, nell’Attica.
Come si è detto, l’interno è a pianta quadrata. Nel centro si ergono quattro colonne su cui poggiano altrettanti archi acuti che sostengono una cupola semisferica. Le pareti sono decorate con preziosi mosaici che rappresentano l'Assunzione, gli Evangelisti, gli Arcangeli, gli Apostoli, molti santi greci ecc. Stupendo è il mosaico della cappella di San Benedetto, che rappresenta Giorgio Antiocheno, il fondatore, e la Vergine in piedi nell’atto di presentare una scrittura greca al Divin Figlio, che dall'alto benedice. Tutt'intorno alla cupola gira un'iscrizione cristiana in caratteri arabi. Un’altra iscrizione araba si trova sotto il coro, a destra, guardando l'abside maggiore.
 

Chiesa di Santa Teresa alla Kalsa

Cuore dell’antico quartiere arabo, popolare e tormentato, Piazza Kalsa si apre fra la tardo-cinquecentesca Porta dei Greci, il prospetto della chiesa di Santa Teresa e l’ex convento seicentesco delle Carmelitane Scalze, oggi sede dell’Istituto delle Artigianelle.
La chiesa di Santa Teresa alla Kalsa incombe sulla piazza, ed è uno dei più begli esempi del barocco palermitano. Progettata nel 1706 da Giacomo Amato su modelli romani, ha un imponente prospetto a due ordini, segnato da colonne e lesene, con statue di santi nelle edicole. L'ingresso, secondo uno stile tipico nelle chiese dei monasteri di clausura, presenta un grande coro sostenuto da poderose colonne. L'interno, a navata unica, è decorato dagli stucchi di Giuseppe e Procopio Serpotta. L'altar maggiore - già appartenente alla scomparsa Chiesa delle Raccomandate - ospita la Maternità della Madonna proclamata ad Efeso, opera di Gasparo Serenari.
 

Civica Galleria d'Arte Moderna Empedocle Restivo

Fu inaugurata a Palermo nel maggio del 1910 presso il Ridotto del Teatro Politeama. Dopo quasi cento anni, ha trovato nuova sede in pieno centro storico: l'ex-Convento di Sant'Anna alla Misericordia, restaurato appositamente.
Le opere esposte – dipinti e sculture dal gusto neoclassico, romantico, realistico – rappresentano in modo abbastanza compiuto lo sviluppo delle arti figurative in Sicilia, tra la fine del Settecento e l’inizio del Novecento: si tratta di 216 opere selezionate - 178 dipinti e 38 sculture - alcune già di proprietà della città, altre acquistate o lasciate in dono dagli artisti in occasione dell’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891. Buona parte delle opere provengono dalle Biennali veneziane e dalle rassegne romane.
L’arte ottocentesca è rappresentata da opere di grandi paesisti palermitani: la Veduta della casina Belmonte dell'Acquasanta di F. Zerilli del 1832; la Croce di Santa Maria di Gesù di G.B. Carini; la Via Stabile al mare di T. Riolo. Di Giuseppe Patania si può seguire la maturazione artistica dal gusto neoclassico della Danea e la pioggia d'oro allo psicologismo romantico del Prete infermo. Opere di S. Lo Forte, di A. D'Antoni, P. Vetri, L. Lo Jacono completano il quadro dell'espressione pittorica del periodo.
La scultura del primo Ottocento è ben rappresentata dal maggiore esponente del neoclassicismo siciliano, Valerio Villareale, con una rigogliosa Baccante. Per quanto riguarda il movimento verista-realista, si evidenziano Filippo Palazzi con l'opera Veduta di Palermo, Francesco Lojacono con l'opera Raccolta delle olive e Antonino Leto. Nel 1918 la Galleria si arricchì di una preziosa raccolta, donata dall'erudito Edoardo Alfano, comprendente dodici dipinti e numerosi disegni. Tra le opere di gusto romantico, spiccano le opere del Civiletti e del Rutelli; di quest'ultimo risaltano le opere denominate Gli Irosi, ispirate all'Inferno di Dante. All’asta della VII Biennale di Venezia, la Galleria palermitana acquista opere di artisti all'epoca tra i più famosi: il celebre Autunno di Lojacono, Alla Toeletta di Innocenti, Ottobre d'oro di Ciardi, Il Peccato di Franz Von Stuck e Amore e Parche di Tito. In seguito a diverse donazioni, la Galleria si arricchì di altre opere: L'Angelo del Moore di De Lisi, Dame aux gants del Boldini, Rose e spine di Ugo, la Sepoltura Garibaldina di Liardo, il Paesaggio nostalgico di De Francisco ed altre opere di Bevilacqua, Camarda, Lazzaro, Romano, Cuffaro ed altri.
 

Complesso di Santa Maria degli Angeli (La Gancia)

Il complesso di Santa Maria degli Angeli, più conosciuto col nome “La Gancia” (ossia ricovero per forestieri) è costituito dal Convento e dalla Chiesa. Esso propone due prospetti visibili; quello principale di cui è leggibile l’impronta dell’architettura quattrocentesca e quello laterale, prospiciente Via Alloro, molto manomesso da successivi interventi e restauri.
L'origine del convento risale al 1430. Nel tempo, esso fu sede del ministro provinciale e fu abitato da frati di santa vita. Con la soppressione del 1866 il convento fu adibito ad archivio di stato; i frati ripresero, in seguito, le attività come cappellani della cinquecentesca chiesa e di apostolato dal 1882, costruendo alcune stanze sulle cappelle del lato destro della chiesa. Dal 1999 il convento è stato di nuovo adibito a curia provinciale e punto di riferimento per tutti i frati della Provincia.
La chiesa fu costruita sui resti di un tempio preesistente. I lavori iniziarono nel 1490 e si conclusero intorno al 1500, non senza qualche difficoltà. La facciata presenta portali ad archi ogivali di stile tardo-gotico. L’interno è a croce greca, con una grande navata centrale e varie cappelle laterali. Vi si conserva un notevole patrimonio artistico, comprendente opere del Serpotta, del Gagini e del Novelli, oltre ad un magnifico organo del Seicento. Stupenda è anche la cappella di proprietà della famiglia reale spagnola, dedicata alla Madonna di Guadalupe.
Fra il transetto e Via Alloro, fu scavato un foro, poi chiamato “Buca della Salvezza”. Nel 1860 - attraverso questo foro - due patrioti mazziniani che si erano rifugiati nella cripta, riuscirono a sfuggire alla cattura da parte delle milizie borboniche.
 

Duomo di Monreale

Adagiata sulle suggestive pendici del monte Caputo, nei pressi di Palermo, Monreale è conosciuta in tutto il mondo per il suo duomo normanno, costruito tra il 1172 ed il 1186, per volere del re Guglielmo II. Il duomo - intitolato a Santa Maria la Nuova - è la più bella chiesa normanna di tutta la Sicilia, uno dei più mirabili monumenti architettonici del Medioevo. L'architettura appartiene a quello stile che in Sicilia si trova composto di greco, arabo e normanno.
L'esterno, quantunque modificato, nella parte posteriore conserva intatta l'impronta normanna ed è ornato a vari disegni formanti una serie d'archi di pietre bianche e nere con cerchi al di sotto, assai ben combinati e disposti. Da nord si vede un portico arcuato forse voluto da Alessandro Farnese, arcivescovo di Palermo nel 1569. Un altro portico barocco sta innanzi al prospetto fiancheggiato da due torri terminanti in piramidi. Le due porte di bronzo sono opera preziosa, poiché dimostrano i primordi dell'arte: sono del 1186 e ne fu autore il celebre Bonanno da Pisa.
La chiesa è a croce latina e divisa in due piani. All’interno, è lunga 78 metri e larga da un massimo di 33 ad un minimo di 23. Gli archi delle navate a sesto acuto posano su colonne, i cui capitelli mostrano di essere appartenuti ad antichi edilizi pagani. Tutte le pareti delle tre navate, l'abside, e gli archi, sono ricoperti di grandi lastre di marmo e stupendi mosaici di stile moresco. Sul lato destro stanno i mausolei con le spoglie di Guglielmo il Buono e di Guglielmo II il Malo. Sul lato sinistro, sta invece l'ingresso della cripta che custodisce il ricchissimo tesoro di Guglielmo II; di questo tesoro fa parte anche una spina della corona di Cristo, conservata in un reliquario d'oro e d'argento.
Il soffitto alto e bello, ha una travatura ricca d'oro a vari colori, e fu restaurato nel 1811, dopo un incendio che aveva distrutto parte del tetto. Notevoli le cappelle riccamente decorate. Il Duomo contiene la preziosa urna in cui si conservano le viscere di San Luigi re di Francia, il cui cadavere in viaggio dall’Africa, rimase a Monreale per qualche tempo.
Al secondo piano del palazzo, è da vedere la Sala di re Ruggero - ricca di mosaici - nonché quella del duca di Montalto, il Salone d'Ercole e le antiche prigioni.
Il Chiostro del Duomo si trova nell'attiguo monastero. È una costruzione prettamente medievale formata da un vasto portico che cinge un gran piano. Il portico è sostenuto da archi piegati ad angolo ottuso che poggiano su duecento colonne geminate, tutte di vario disegno e ricche di mosaici. Eleganti e bizzarre le sculture dei capitelli, lavorate con delicatezza e levità: vi sono rappresentate figure dell' Antico e del Nuovo Testamento, animali simbolici e fatti storici, fra i quali, re Guglielmo che offre il tempio a Dio. Purtroppo, gran parte delle colonne e dei capitelli furono rovinati dalle soldatesche di passaggio. Fra le cose pregevoli del monastero è da ricordare un quadro rappresentante San Benedetto e che è ritenuto come la tela più pregevole di Pietro Novelli, detto il Monrealese.
 

Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea Renato Guttuso

Dal 1973, la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea è ospitata al piano nobile di Villa Cattolica a Bagheria, poco lontano da Palermo. La villa - grandiosa e barocca - fu costruita da F. Bonanno, principe di Cattolica , nella prima metà del Settecento.
La Galleria è importante perché conserva la più completa raccolta di opere di Renato Guttuso, grande pittore del Novecento, nato appunto a Bagheria. Ma vi sono esposte anche opere di altri artisti - contemporanei di Guttuso - che ebbero diretti contatti artistici con lui e che rappresentano varie correnti artistiche del tempo. In sintesi, nella prima sala si ammirano alcuni dipinti del pittore siciliano O. Tomaselli, mentre nelle sale successive sono esposte opere di P. Rizzo, e di altri artisti, quali l’Accardi, il Greco, il Sanfilippo e il Basaldella.
Nel giardino di Villa Cattolica si può vedere la stupenda tomba-scultura di Guttuso, realizzata dall'amico Giacomo Manzù. L'opera si presenta come una grande urna azzurra, con colombe in volo.
 

Galleria Regionale della Sicilia - Palazzo Abatellis

La Galleria è nata subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, per accogliere le sezioni medievale e moderna del Museo Archeologico. Essa è ospitata nel Palazzo Abatellis, detto anche Palazzo Patella, costruito intorno al 1495, su progetto di Matteo Carnelivari. Il palazzo rappresenta uno dei migliori esempi d’arte gotico-catalana e rinascimentale in Sicilia, si sviluppa su due livelli e circonda uno bel cortile che s’intravede appena varcato il maestoso portale. Di recente, Palazzo Abatellis è stato restaurato - in modo splendido - dall’architetto Carlo Scarpa.
Nella Galleria - realizzata grazie all'attività di raccolta di Antonino Salinas, archeologo e appassionato d'arte, tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo - sono esposte opere pittoriche che spaziano dall’XI al XVII secolo. Il nucleo più consistente delle collezioni della Galleria si è formato nel corso dell’Ottocento, prima con cospicue donazioni da parte di privati e, più tardi, con la legge di soppressione delle corporazioni religiose. Opere principali sono:

  • il Busto di Eleonora d’Aragona, di Francesco Laurana 1430-1502). E’ una scultura in marmo di cm 50, perfetta espressione di bellezza femminile.
  • L’Annunziata, di Antonello da Messina. Antonello è famoso, tra l’altro, per aver introdotto in Italia la pittura ad olio di derivazione fiamminga, conosciuta probabilmente durante i suoi viaggi. Assai abile nel rappresentare la luce che giunge sulla scena da più punti, e nella costruzione dei giochi di colore, Antonello conferiva pienezza e volume alle sue tele, anche grazie ad un uso sapiente della prospettiva.
  • Il Trionfo della Morte. Risale al XV secolo e rappresenta la medievale concezione della morte che spaventa i giovani, scaglia frecce mortali contro prelati e vescovi, ma risparmia i poveri e i malati che implorano pietà.


Di estremo interesse sono anche gli intagli lignei di arte araba, le ceramiche ispano-moresche del XIII-XVI secolo, i frammenti lignei e marmorei, le sculture del Cagini, gli affreschi, i dipinti di Palma il Giovane, di Veneziano e di Giovanni di Nicola; di J. Gossaert, detto il "Mabuse", si può ammirare il Trittico di Malvaglia assieme ad altre opere di J. Provost.
 

La Cattedrale di Palermo

Procedendo lungo l'asse del Cassero - l'attuale Corso Vittorio Emanuele - con le spalle al mare, s’incontra il pianoro su cui sorge la Cattedrale. Il pianoro, già area cimiteriale, presenta un colonnato di marmo realizzato in parte dallo scultore Vincenzo Gagini (1574-75). Tra il 1655 e il 1673 furono realizzate delle statue che ancora oggi ornano la recinzione. Ma la storia della Cattedrale è ben più antica. Nel IV secolo, dopo l’emanazione dell’editto di Costantino, i Palermitani, nel luogo in cui aveva celebrato il santo vescovo Mamiliano e in cui molti fedeli avevano trovato il martirio, costruiscono la loro prima Cattedrale. Questa chiesa fu distrutta dai Vandali e di essa nulla ci è pervenuto. Nel 604 è consacrato alla Vergine Maria un nuovo grande tempio, di cui è rimasta, probabilmente, la Cripta, a pianta basilicale di forma quadrata. Nell’anno 831 gli Arabi conquistano Palermo e trasformano la Cattedrale del seicento in una grande moschea detta “Gami”. Nel 1072 i Normanni, presa Palermo, restituiscono la moschea al culto cristiano. Verso il 1185, all’epoca dell’Arcivescovo Gualtiero Offamilio, fu completata la demolizione della vecchia moschea e la realizzazione della basilica attuale, che in epoche successive fu arricchita con numerose decorazioni.
La cattedrale, mirabile esempio di sovrapposizione di stili, è sicuramente tra le architetture più rappresentative della città di Palermo. L’edificio attuale è il risultato di una serie di interventi che, in epoche differenti, hanno contribuito ad arricchirlo e a renderlo unico ed irripetibile. I campanili presenti sulle quattro torri sono del XIV secolo, mentre il portale principale, quello laterale e la sacrestia risalgono al secolo successivo; Nella seconda metà del Quattrocento, furono realizzati il portico medievale ed il nuovo Palazzo Arcivescovile. Tra il 1781 e il 1801, l'intervento dell'architetto Ferdinando Fuga, modificò fortemente l'impianto, realizzando l'attuale transetto e modificandone sia la cupola che i pilastri, stravolgendo irrimediabilmente i canoni linguistici della struttura originale. Ancora oggi, comunque, nonostante tale intervento, la cattedrale di Palermo presenta come stile predominante quello fatimita, orientaleggiante, che la rende unica tra le architetture dell'occidente cristiano.
L’interno è riccamente decorato con splendidi affreschi e mosaici del XII e XIII secolo e presenta diverse sculture del Gagini e del Villareille; contiene inoltre la famosa Assunzione del Velasquez che accompagna altri dipinti di autori sconosciuti. Nella cripta sono conservate le tombe, ben 21, degli arcivescovi di Palermo e il famoso Tabularium, un archivio storico di importanti documenti in Latino, Greco, e Arabo. Nella cripta si trova anche il cosiddetto Tesoro della Cattedrale. Il tesoro comprende varie opere d’arte che vanno dall’epoca normanna all’Ottocento: in particolare, la famosa corona dell’imperatrice Costanza d’Aragona, moglie di Federico II; uno stupendo breviario miniato del Quattrocento; un bel calice quattrocentesco, con il sigillo della Maestranza degli Orafi di Palermo; un reliquiario della Croce del Cinquecento. Di notevole interesse sono anche i paramenti ecclesiastici riccamente decorati e vari strumenti liturgici d’argento. Infine, vi si possono ammirare le tombe di Enrico VI, Federico II e di Costanza d’Aragona, alcuni passi del Corano incisi in una colonna, e la settecentesca urna d’argento che conserva le reliquie di S. Rosalia, protettrice di Palermo.
 

La Cuba

La Cuba è l'ultimo monumento creato dai Normanni a Palermo. Essa è, con La Zisa, l'edificio che più rappresenta l'architettura fatimita, ossia araba, in Sicilia.
Sulle origini del nome regna molta incertezza: l'ipotesi più probabile è che Cuba significhi "casa quadrata". L’edificio fu costruito da Guglielmo II nel 1180: per la costruzione, il re si avvalse di architetti arabi. Prossimo al palazzo reale, il posto in cui sorse la Cuba era un grande parco chiamato Genoardo, ossia “paradiso in terra”, perché ricco di acque e di magnifici giardini. La costruzione era ad un solo piano, diviso in tre parti, priva di appartamenti privati. Era circondata da un laghetto quadrato, oggi scomparso. In definitiva, la Cuba era un grande padiglione dove il re soggiornava nelle ore diurne, assisteva a feste e cerimonie, riposava e si rinfrescava durante le giornate più afose.
Dall'esterno, l’edificio si presenta in forma rettangolare, lungo 31,15 metri e largo 16,80. Al centro di ogni lato sporgono quattro corpi a forma di torre. Il corpo più sporgente costituiva l'unico accesso al palazzo dalla terraferma. I muri esterni sono ornati con arcate ogivali. Nella parte inferiore si aprono alcune finestre separate da pilastrini in muratura. I muri spessi e le poche finestre si pensa siano dovuti ad esigenze climatiche, offrendo maggiore resistenza al calore del sole. Inoltre, si ritiene che la maggior superficie di finestre aperte fosse sul lato nord-orientale, perché meglio disposta a ricevere i venti freschi provenienti dal mare, temperati ed anche umidificati dalle acque del bacino circostante.
L'interno della Cuba era divisa in tre ambienti allineati e comunicanti tra loro. Al centro dell'ambiente interno si vede un impluvio a forma di stella a otto punte, che serviva come bacino di raccolta delle acque piovane. La sala centrale era abbellita da muqarnas (stalattiti delle quali ne rimane solo una); vi erano quattro colonne e le stanze laterali erano adibite a luoghi di servizio e come corpo di guardia. Nella sala, ubicata sul lato nord, si trova un'iscrizione araba, datata 1180, che viene così tradotta: " … nome di Dio clemente e misericordioso. Bada qui, fermati e mira! Vedrai l'egregia stanza dell'egregio tra i re di tutta la terra Guglielmo II. Non v'ha castello che sia degno di lui. ...Sia lode perenne a Dio! Lo mantenga ricolmo e gli dia benefici per tutta la vita" .
Dopo i Normanni, lo splendore della Cuba e del suo parco si spense. Il "paradiso della terra" fu devastato; gli Angioini infierirono sugli alberi e le vigne, che erano stati coltivati con tanta cura. La Cuba cadde nell'oblio. Solo il Boccaccio, nel suo Decamerone, vi ambientò una delle sue più belle novelle, la sesta novella della quinta giornata.
Durante la peste del 1575-1576, la Cuba fu trasformata in lazzaretto. Successivamente, il governo borbonico vi insediò la cavalleria. Nel 1860 tutta l'area militare e la Cuba divennero proprietà dello Stato Italiano. Di recente la Cuba è stata ceduta alla Regione Siciliana, che, dopo un valido restauro, ha restituito all’edificio il suo legittimo splendore.
 

La Zisa

La Zisa, facciata Il Castello della Zisa (dall’arabo “magnifico”, “splendido”) fu costruito in piena dominazione normanna, ed è una delle più significative testimonianze dell’arte arabo-normanna in Sicilia. La costruzione, voluta da Guglielmo ? d'Altavilla, fu progettata da architetti arabi e terminata nel 1175, sotto il regno di Guglielmo II. In epoca normanna, il castello fu usato come residenza estiva.
Osservando l’edificio, si nota subito lo stile architettonico di origine araba a cui i sovrani normanni si ispiravano tantissimo. In effetti, i Normanni, subentrati agli Arabi nella dominazione dell'Isola, furono fortemente attratti dalla cultura dei loro predecessori. I sovrani vollero residenze ricche e fastose come quelle degli emiri ed organizzarono la vita di corte sul modello di quella araba, adottandone anche il cerimoniale ed i costumi. Fu così che la Zisa, come tutte le altre residenze reali, venne realizzata alla maniera "araba" da maestranze di estrazione musulmana, tenendo a modello i palazzi dell'Africa settentrionale e dell'Egitto, a conferma dei forti legami che la Sicilia continuò ad avere, in quel periodo, con il mondo culturale islamico del Mediterraneo.
La Zisa delle origini era inserita nel grande parco reale di caccia del Genoardo (paradiso in terra), che si estendeva ad occidente della città. Tutti gli edifici reali ricadenti in esso (oltre alla Zisa, il palazzo dell'Uscibene e i padiglioni della Cuba e della Cuba soprana) erano circondati da splendidi giardini, irrigati ed abbelliti da fontane e grandi vasche, utilizzate anche come peschiere.
La costruzione è a pianta quadrangolare, sul cui prospetto principale si aprono finestre bifore e tre vani ricchi di fregi, decorazioni, stucchi e soffitti a stalattiti. All'interno del castello sono bellissime camere decorate in stile arabo, la più famosa delle quali è sicuramente la sala centrale che presenta un elegante mosaico e una fontana al centro. Sulla volta dell’arco di ingresso sono dipinti alcuni diavoli che hanno alimentato una misteriosa leggenda: si dice che siano i custodi di un incantesimo che nasconde il tesoro dell’imperatore; durante la festa dell’Annunziata essi si muovono, storcono la coda e non è possibile contarli con esattezza. Col passare dei secoli, la struttura subì varie modifiche; nel Trecento fu realizzata la merlatura, distruggendo parte dell'iscrizione in lingua araba che coronava l'edificio. Nel Seicento, il castello divenne residenza di Don Giovanni di Sandoval: fu realizzato lo stemma dei due leoni all’ingresso, si modificarono molti ambienti e le finestre sui prospetti. Col la morte dei Sandoval nel 1808, divennero proprietari i Notarbatolo, principi di Sciara, che utilizzarono la Zisa fino al 1950 quando la Regione Sicilia espropriò il castello. Negli anni ‘80 il castello, restaurato, fu restituito alla pubblica fruizione.
Le sale della Zisa ospitano un piccolo museo che espone significativi manufatti di matrice artistica islamica, provenienti da vari paesi del Mediterraneo. Tra questi sono di particolare rilevanza le eleganti musciarabia, paraventi lignei a grata (composti da centinaia di rocchetti incastrati fra di loro) e utensili di uso comune o di arredo (candelieri, ciotole, bacini, mortai) realizzati prevalentemente in ottone, con decorazioni incise e spesso impreziosite da agemine (fili e lamine sottili) d’oro e d’argento.
 

Loggia dell'Incoronazione

Prima che l’Arcivescovo Gualtiero Offamilio riedificasse La Cattedrale di Palermo (nel 1185), la Loggia era una cappella unita al Duomo da un portico. Ora essa sorge a nord della cattedrale, presso la cappella di Santa Maria Incoronata. Gli storici affermano che la Loggia era il luogo ove venivano incoronati i re di Sicilia, che da qui si mostravano al popolo plaudente. A cavallo fra il Cinquecento ed il Seicento la struttura fu modificata, in particolare con l’aggiunta della balaustra. Da allora, la Loggia cambiò “funzione”, divenendo luogo d’incontro preferito della nobiltà palermitana.
 

Mercato della Vucciria

Nell’antico quartiere della Loggia - fra Via Roma, la Cala, il Cassaro e Piazza San Domenico - si trova il caratteristico mercato della Vuccirìa, il più noto di Palermo. La Vuccirìa è un mondo a sé, un concentrato di colori, di odori, di sapori, di voci antiche: se n’accorse anche il pittore siciliano Renato Guttuso (1912-1987), che della Vuccirìa ha lasciato un quadro stupendo. Sorto fra il X e l’XI secolo, con l’interramento del porto antico, questo mercato offre di tutto, ma specialmente generi alimentari. Sembra infatti che il suo nome derivi - in epoca angioina - da una storpiatura del termine “boucherie”, che in francese indica il mercato della carne, ma qualcuno sostiene che il nome rifletta la confusione che vivacizza ogni mercato, e che nel dialetto palermitano chi chiama appunto “vuccirìa”. In ogni caso, nel Cinquecento, il mercato viene chiamato “bocceria della foglia”, chiaro segno che vi si commercia anche frutta e verdura. Il nome attuale sarà adottato nel Settecento. Nel 1783 il Viceré Caracciolo riordinò il mercato: fu eretta una serie di portici, oggi scomparsi, e creata una loggia quadrata con una bella fontana di marmo. Verso la fine dell’Ottocento, il mercato si estese fino a Piazza Garraffello.
Inoltrarsi nei vicoli di questo mercato, ricercare il “genius loci”, gustare il cicaleccio e il richiamo dei venditori, fingere di contrattare sul prezzo, è un’esperienza irripetibile: è un ultimo tuffo in un mondo che - dopo secoli di vita - va lentamente scomparendo.
 

Mercato di Ballarò

Sorge nella piazza omonima, nel quartiere Albergheria, ed è probabilmente il più antico mercato alimentare di Palermo, vivace e colorito come quello della Vuccirìa: ne scrive già, nei suoi appunti, un viaggiatore arabo del X secolo. Le origini del nome di questo mercato sono incerte: sembrano prevalere le ipotesi che Ballarò derivi da “Balhara”, antico villaggio presso Monreale, da cui giunsero a Palermo i primi mercanti arabi, o da “Vallaraya”, nome di un re indiano della regione del Deccan, da cui provenivano diverse spezie. Nelle vicinanze della piazza nacque - nel 1743 - Giuseppe Balsamo, più noto come Conte di Cagliostro, personaggio famoso in Europa per le sue arti di negromante, che fondò la massoneria di rito egizio. Ancor oggi la figura di Cagliostro resta affascinante e a Ballarò si possono trovare indicazioni per visitare il luogo natale del “Conte”.
 

Oratorio di Santa Cita (Oratorio del Rosario in Santa Cita)

Fu realizzato nel Seicento dalla Compagnia del Rosario in Santa Cita, di fianco alla chiesa omonima. L’Oratorio - orientato ad esaltare l’intervento della Madonna nella lotta fra cristiani ed infedeli - è il capolavoro di Giacomo Serpotta, massimo decoratore barocco dell’epoca, che vi lavorò dal 1685 al 1690 circa. Incaricato di decorare in stucco il vasto ambiente, il Serpotta vi inserisce i quindici Misteri del Rosario, la raffigurazione della Battaglia di Lepanto e numerose statue allegoriche di Virtù. La sua freschezza nella composizione e l’eccezionale inventiva si notano particolarmente nei putti che animano la stupenda controfacciata. Lungi dal restare semplici figure marginali, essi diventano presenze vive della sacra rappresentazione: sembrano interpretare giocosamente gli episodi evangelici dei Misteri, sdrammatizzandoli con un richiamo al sorriso. Anche la Battaglia di Lepanto, ormai vinta, viene descritta “guardando in avanti”: la scena sembra indicare che - dopo la conquista - la cristianità deve rinascere e ricostruire. Insomma, dagli stucchi serpottiani sprizza la luce e la speranza. L'altare è delimitato da raffinate cantorie ornate di angeli, ed arricchito da una tela di Carlo Maratta, "Madonna col Rosario".
Nel 1717 Serpotta tornò a decorare il presbiterio con le due statue di Giuditta e Ester, frutto del suo nuovo stile maturo appena mostrato nel vicino oratorio del Rosario in San Domenico. Il recente restauro ha rivelato la presenza di interessantissimi disegni autografi del Serpotta sulle pareti dell'oratorio.
 

Palazzo Aiutamicristo (Palazzo Ajutamicristo)

Su progetto di Matteo Carnelivari - il maggior architetto del tempo - lo splendido palazzo fu fatto edificare, intorno al 1490, da Guglielmo Aiutamicristo barone di Misilmeri e di Calatafimi. Lo stile è gotico-catalano, con evidenti influssi rinascimentali. Notevoli sono il portale d’ingresso e il duplice loggiato che prospetta sul cortile interno. Il progetto iniziale prevedeva una struttura grandiosa, che però fu realizzata solo in parte. L’impegno si dimostrò eccessivo, anche per il barone, banchiere di origine pisana, che pur disponeva di larghi mezzi. In ogni modo, ne uscì un palazzo di grande pregio architettonico, che - superbamente arredato all’interno - non tardò a richiamare ospiti illustri.
Nei primi anni del Cinquecento vi albergò la regina Giovanna, moglie del re Don Ferrante di Napoli; nel 1535 vi fu ricevuto l’imperatore Carlo V, che preferì Palazzo Aiutamicristo al palazzo reale, ritenuto non consono alla imperiale magnificenza; nel 1544 vi prese alloggio Muley Hassan, re di Tunisi, poco prima di essere accecato dal figlio Ajaja; nel 1576 vi fu accolto Don Giovanni d’Austria, fratello del re Filippo II, vincitore della battaglia di Lepanto.
Nel 1588 Margherita Aiutamicristo concesse in affitto il palazzo a Francesco Moncada, primo principe di Paternò, che presto chiederà, ed otterrà, di tramutare l’affitto in proprietà.
 

Palazzo Chiaramonte-Steri

Nel 1306 Manfredi Chiaramonte il Vecchio acquistava dal Convento di Santa Maria di Ustica e di S. Onofrio, il terreno su cui sorge l’edificio. Non è noto quando e da chi fu iniziata la costruzione del Palazzo, ma poiché il Chiaramonte era Gran Giustiziere Capitano di Palermo ed Ammiraglio del Regno, è probabile che ad iniziare i lavori sia stato lui, intorno al 1307.
Il Palazzo è chiamato anche Steri (da “hosterium”, palazzo fortificato), ed è il primo esempio del nuovo stile architettonico che si affacciava in Sicilia all’inizio del Trecento: lo stile, detto appunto “chiaramontiano”, che si caratterizzava per la facciata elegante e raffinata, coronata da feritoie ed adornata da splendide finestre con archi ogivali a sesto acuto.
Il Palazzo ha una storia segnata da avvenimenti cruenti e terribili. L’ultimo dei Chiaramonte, Andrea, nel 1396 fu decapitato davanti al suo palazzo. Poi lo Steri passò al regio demanio. Sotto il re Martino fu sede della Corte; quindi, intorno al 1400, vi si stabilirono i siniscalchi e i tribunali. Nel 1601, dopo che nel 1598 la Regia Magna Curia fu trasferita al Palazzo dei Normanni, lo Steri divenne sede del Tribunale della Santa Inquisizione. In quel tempo fu costruito il Carcere dei Penitenziati e nello stesso Steri ebbero sede le spaventose prigioni dei Filippini. Il Tribunale fu chiuso nel 1782 dal Viceré Caracciolo, il quale diede poi alle fiamme l’archivio segreto e gli strumenti di tortura. Per qualche anno lo Steri fu sede del Rifugio dei Poveri di S. Dionisio e successivamente della Regia Impresa del Lotto. Dal 1800 al 1958 il Palazzo ospitò nei piani superiori gli Uffici Giudiziari e, al pianoterra, gli uffici della Dogana. All'interno - al primo piano - si trova la Sala Magna o dei Baroni, con uno splendido soffitto ligneo, considerato una vera e propria "enciclopedia medievale": conta trentadue storie, per lo più bibliche, mitologiche o cavalleresche, dipinte a tempera nel 1380 dai pittori Darenu da Palermo, Simone da Corleone e Cecco da Naro. In una delle sale è esposta "La Vuccirìa" di Renato Guttuso. Il celebre quadro, dipinto nel 1974, è un’opera in cui lo spirito del celebre mercato palermitano, con il suo colore, le sue suggestioni, il suo stordimento fatto di odori e di voci, viene evocato nell’espressionismo vitale di una figurazione esuberante e magniloquente.
Oggi il Palazzo Chiaramonte-Steri è sede del Rettorato dell'Università di Palermo. Solo una minima parte degli ambienti è aperta al pubblico.
 

Parco della Favorita

Situato ai piedi del monte Pellegrino, è il grande parco creato nel 1799 da Ferdinando III di Borbone, quando la Rivoluzione Partenopea - spinta dalle truppe napoleoniche - lo cacciò da Napoli (ove regnava col nome di Ferdinando IV). Sembra che il sovrano volesse riprodurre le bellezze della reggia di Portici. Comunque non si fece scrupolo di espropriare tutta una serie di terreni, per realizzare il suo progetto: un parco di circa 400 ettari che fu chiamato la Reale Tenuta della Favorita. La Favorita fu nello stesso tempo un parco ove godere il fresco nelle afose giornate estive, un luogo per esperimenti agricoli con grandi coltivazioni di agrumi, olivi, frassini, noci e sommacco, e una riserva di caccia. Ferdinando era un appassionato cacciatore e - tra i sentieri del parco - cacciava fagiani, pernici, beccacce e i conigli che popolavano la fitta boscaglia di leccio e lentisco.
Il Parco, cui si accede da Piazza Leoni, si estende dalle falde del Monte Pellegrino alla contrada Pallavicino. Due lunghi viali, intitolati ad Ercole e Diana, attraversano parallelamente il parco; destinati originariamente al passeggio, sono oggi delle arterie di comunicazione molto frequentate, perché collegano la città con la nota località balneare di Mondello. Il Viale d’Ercole termina con una fontana ottocentesca in stile neoclassico, con al centro una statua del mitico eroe recentemente restaurata. I due viali sono intersecati perpendicolarmente dal viale Pomona, dedicato alla dea della frutta e dei giardini.
Nel Parco Ferdinando fece costruire, su progetto del Marvuglia, anche una residenza: la curiosa Palazzina Cinese di stile orientaleggiante. La costruzione adiacente, nello stesso stile, oggi ospita il Museo Etnografico G. Pitrè . Il Parco ospita inoltre Villa Niscemi, stupenda residenza ricca di antichi arredi ed opere d'arte, l'ippodromo del trotto, lo stadio ed altre strutture sportive. Attualmente il Parco della Favorita fa parte della Riserva Naturale Orientata Regionale “Monte Pellegrino”, estesa su 1020 ettari, istituita nel 1995 per il mantenimento delle tradizionali attività agro-silvo-pastorali.
 

Quattro Canti (Piazza Vigliena, Ottagono del Sole, Teatro del Sole)

La Piazza dei Quattro Canti - denominata Piazza Vigliena - si trova all’incrocio dei due principali assi viari di Palermo: Corso Vittorio Emanuele e Via Maqueda. Venne compiuta nei primi anni del Seicento, per volere del viceré spagnolo marchese di Villena, su disegno dell'architetto Giulio Lasso. Dopo il 1617, direttore dei lavori fu l’ingegnere Mariano Smiriglio, che cambiò profondamente l’assetto decorativo previsto inizialmente. Nel corso del tempo, la piazza ha avuto diversi nomi: Teatro del Sole, perché in ogni stagione due dei quattro cantoni sono sempre illuminati dal sole; Ottangolo, per la sua particolare conformazione geometrica; Occhio della Città, o Teatro della Città; perché ospitava le più importanti manifestazioni cittadine. Ancor oggi, la piazza è uno dei punti più frequentati della città.
La piazza rappresenta il punto d’arrivo di una vera rivoluzione urbanistica. Prima di essa, la costruzione di un edificio condizionava la sistemazione urbanistica; dopo di essa, sono le strade e le piazze che determinano l’evoluzione della città.
La piazza è di stile architettonico corretto e le quattro facciate uniformi sono adorne di fregi e di intagli assai pregevoli e di dodici statue, disposte su tre ordini: le statue del primo ordine, che simboleggiano le quattro stagioni, si trovano ciascuna su di una fontana posta fra due colonne di marmo; quelle del secondo ordine, sono le statue dei sovrani spagnoli Carlo V, Filippo II, Filippo III e Filippo IV, sono poste in nicchie fra due colonne scannellate; infine, quelle del terzo ordine sono le statue delle quattro sante vergini palermitane: Santa Cristina, Santa Ninfa, Sant’Oliva e Sant’Agata. Queste ultime statue sono sormontate da grandi aquile marmoree con le armi regie sul petto e due scudi ai lati, uno del viceré e l'altro del Comune.
 

Santuario di Santa Rosalia

Rosalia visse nel XII secolo: era figlia del duca Sinibaldo di Quisquina delle Rose e nipote - per parte di madre - di re Ruggero d'Altavilla. Per non essere costretta ad un matrimonio non voluto, ma sicuramente anche per vocazione, fuggì dal suo castello e visse da eremita, da ultimo sul monte Pellegrino, dove morì verso il 1170.
Nel 1624 Palermo fu colpita dalla peste, ma - secondo la tradizione - il morbo cessò miracolosamente quando furono ritrovate e portate in processione le spoglie attribuite a S. Rosalia. La devozione alla santa, già viva in precedenza, si accrebbe enormemente e S. Rosalia fu scelta come patrona della città. Nel 1625, sul luogo del ritrovamento fu innalzato il santuario, a 430 metri di altitudine.
L'imponente complesso è formato dal convento e dalla grotta del ritrovamento. Il santuario non presenta un particolare stile architettonico, ma è reso unico dalla singolare posizione e dall’atmosfera di fede che vi regna. La facciata secentesca si appoggia alla roccia. Sul lato sinistro, entro un'edicola, è posta una statua marmorea della Santa, che risale al Settecento. La chiesa è stata ricavata dalla grotta, profonda circa 25 metri e larga 10, ove furono probabilmente ritrovate le reliquie. All’interno della grotta si conserva una bella statua della santa, scolpita da Gregorio Tedeschi nel 1625. Il manto che la riveste - prima d’argento e poi dorato - risale al 1748 e fu donato da Carlo III di Borbone.
 

Teatro Massimo

Commissionato per celebrare l’unità d’Italia e situato in Piazza Verdi, il Teatro Massimo “Vittorio Emanuele” è considerato fra i più belli d’Europa, secondo solo all’Opéra di Parigi. La costruzione del teatro, su progetto di G.B. Filippo Basile, iniziò nel 1875 e durò ventidue anni: per la costruzione stessa fu necessario demolire le mura del Monastero delle Stimmate, ed altri edifici, tra cui una chiesa, un monastero ed una porta. Dal 1891 i lavori continuarono sotto la guida di Ernesto Basile, figlio del progettista: oltre alla definizione del teatro, si provvide a sistemare l’illuminazione della piazza, a rifare il Palazzo Francavilla e a realizzare i due bei chioschi Ribaudo e Vicari. Il teatro fu finalmente inaugurato il 16 maggio 1897, con l’opera Falstaff di Giuseppe Verdi.
L’edificio è di stile neoclassico. Sulla grandiosa scalinata esterna si possono ammirare due notevoli gruppi in bronzo - La Lirica del Rutelli e La Tragedia del Civiletti - e due leoni. La grande sala è sormontata da una bella cupola ad emisfero.
L’attività lirica continuò fino al 1974, quando il Massimo fu chiuso perché non rispondente alle nuove norme di sicurezza: venne riaperto solo nel 1997 e da allora ospita la stagione ufficiale, con opere, balletti e concerti. Sul frontone del Teatro un'epigrafe dice che l'arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Queste parole si sono rivelate profetiche: la riapertura del Massimo, infatti, ha coinciso con la rinascita culturale della città.
 

Teatro Politeama

Teatro Politeama, particolare della facciata. L’imponente Teatro Politeama Garibaldi sorge in Piazza Ruggero Settimo. Fu edificato in stile neoclassico dall’architetto Giuseppe Damiani Almeyda. I lavori iniziarono nel 1867 e terminarono nel 1891; tuttavia, l’inaugurazione ebbe luogo nel 1874 - quando il teatro era ancora incompleto - con l’opera I Capuleti e i Montecchi di Bellini.
Del Teatro Massimo il Politeama condivide lo stile ed il periodo di costruzione, ma i due teatri hanno avuto - fin dall’inizio - una diversa destinazione. In effetti, “Politeama” significa teatro in cui si danno rappresentazioni di vario genere. L'edificio è semicircolare e presenta due ordini di colonnati, uno ionico ed uno dorico. La facciata, riccamente decorata, ricorda lo stile di Pompei ed è dominata dalla Quadriga di Apollo, gruppo bronzeo realizzato dal Rutelli. Il tetto è coperto da una grande cupola in ferro. Da novembre a maggio il Politeama propone una ricca stagione di concerti e balletti. Alcune sale del Teatro ospitano la Civica Galleria d’Arte Moderna.
 

Villa Giulia

Villa Giulia (detta anche Villa Flora) è un parco stupendo, fra i più belli d’Italia, che sorge sulla pianura di Sant’Erasmo, nei pressi dell’Orto Botanico. Il parco fu disegnato da Nicolò Palma nel 1778 e dedicato alla moglie del viceré spagnolo, Donna Giulia d’Avalos Guevara: fu quindi ampliato nel 1866, e divenne il primo parco pubblico di Palermo.
La Villa è fornita di due ingressi: uno dal lato del mare, di fronte al Foro Italico, uno da Via Lincoln, a pochi passi dall’Orto Botanico, e si caratterizza come giardino all'italiana a pianta quadrata e a schema geometrico con raggi concentrici, al cui interno, oltre a distese di verde ineguagliabili, stanno vasche con pesciolini, bimbi che giocano divertiti e persone che si godono pace e relax in mezzo a due arterie fra le più trafficate e caotiche della città (Via Lincoln ed il Foro Italico).
All’interno della Villa si trovano opere d'arte di inestimabile valore e incredibile bellezza, tra i quali busti di personaggi illustri di Palermo, il Genio di Palermo con la sua splendida fontana annessa (opera settecentesca di Ignazio Marabitti) e la meravigliosa fontana posta nel piazzale centrale, circondata da quattro esedre neoclassiche a nicchione.