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Lunedì 23 Ottobre 2017, San Giovanni da Capestrano
Piero Tasso - CC by-sa
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Visitare Padova - guida breve

 

Abbazia di Praglia

Dedicata a Santa Maria Assunta, l’Abbazia di Praglia sorge a poca distanza dalla città, in una piccola valle tra i Colli Euganei. Essa risale alla fine dell’XI secolo e fu fondata da Maltraverso de’ Maltraversi, lungo l’antica strada che da Padova conduceva ad Este. Praglia fu uno dei maggiori centri da cui prese le mosse la colonizzazione agricola benedettina nell'XI secolo, ed ebbe importanza fondamentale nella ricostruzione e nella bonifica della campagna padovana, devastata dalla invasioni barbariche e abbandonata per quasi mezzo millennio. Aggregata al monastero di Polirone nel 1124, l’Abbazia fu feudo di Federico II nel XIII secolo, e conquistò l’autonomia nel 1304. Nel 1448 essa fu aggregata ai Benedettini di Santa Giustina di Padova, che possedevano buona parte del territorio padovano e numerose abbazie foranee. Su progetto di Tullio Lombardo, nel 1490 i frati procedettero ad un radicale restauro e riedificazione del monastero e della chiesa, che assunsero la forma attuale: la torre campanaria rimane l’unica testimonianza visibile di quello che fu l’originario impianto medievale.
L’Abbazia fu soppressa dai decreti napoleonici del 1810; ripristinata nel 1834 da Francesco I, fu nuovamente soppressa nel 1866. L’anno successivo fu applicata nel Veneto la legge che eliminava tutte le corporazioni religiose: a Praglia restarono solo pochi monaci, con funzioni di custodia. L’Abbazia fu spogliata dei terreni: furono asportati i dipinti, i libri, l’archivio e gli arredi. . Nel 1882 il chiostro botanico, quello pensile , la biblioteca e la chiesa (chiusa al culto) furono dichiarati monumento nazionale mentre il resto della struttura venne adibito ad usi diversi. Nel 1904, dopo alcuni anni di trattative e acquisizioni da privati, ritorna definitivamente in mano ai benedettini che, oltre a riattivare l'importante attività religiosa, si dedicano e specializzano nel restauro di libri antichi e d'arte diventando il punto di riferimento mondiale di questa delicatissima attività. Il nuovo cammino di Praglia, da allora, fu sempre in ascesa, anche durante le due guerre mondiali che videro Praglia schierarsi in prima linea,come luogo di pronta accoglienza, e luogo di custodia d’infiniti e preziosi tesori di storia e d’arte, compresi i quattro cavalli di bronzo della basilica di San Marco a Venezia.
L'abbazia è costituita dalla basilica e dal monastero, ma il complesso è assai articolato e si può così schematizzare:

LA CHIESA ABBAZIALE DELL’ASSUNTA
La chiesa attuale, iniziata nel 1490 forse su progetto di Tullio Lombardo, venne consacrata nel 1545. La semplice facciata, tripartita con un richiamo alla scansione interna, ha un elegante coronamento a volute. Dietro al corpo di fabbrica si erge il campanile romanico, unico resto della chiesa tardoduecentesca. L’interno, a croce latina, è diviso in tre navate da slanciati pilastri ionici, ai cui lati si aprono cinque cappelle, profonde come il transetto.
Sulla controfacciata si può ammirare l’Assunta di Giovan Battista Zelotti; fra le opere nelle cappelle sono notevoli la Consegna delle Chiavi a San Pietro di Domenico Campagnola, e le due lunette di G.B. Bissoni (1634) con i Misteri del Santo Rosario (III cappella a destra). Nel presbiterio è collocato un Crocifisso ligneo di scuola giottesca padovana.
La cupola è decorata da affreschi dello Zelotti raffiguranti i quattro Evangelisti nei pennacchi, scene della Natività ed episodi della vita di Cristo (la Natività, la Circoncisione, Gesù tra i dottori e le nozze di Cana), nel cielo il Trionfo degli strumenti della Passione. Nell’abside figurano i Dottori della Chiesa (Agostino, Ambrogio, Girolamo e Gregorio) con l’Ascensione di Cristo, realizzati da Domenico Campagnola. Lo splendido coro ligneo del 1564 è opera di Giovanni Fiorentino. Nella sagrestia, introdotta da un atrio dove è collocato il dipinto I Benefattori del monastero del 1572 attribuito a Palma il Giovane, si conservano numerosi quadri, tra cui una Gloria di Angeli attribuita a Paolo Veronese.

IL MONASTERO
Lungo il lato occidentale del complesso si apre, con una graziosa loggetta, l’ingresso al monastero articolato in quattro chiostri. Ospita una ricca biblioteca e un importante centro per il restauro del libro.

IL CAPITOLO
Luogo di grande importanza per la vita monastica è il Capitolo perché qui inizia e finisce la vita di ogni monaco; nel capitolo avviene l’ammissione alla prova del noviziato e si conclude la vita dei monaci con la sepoltura dei resti mortali. Questo fatto è sottolineato dalla presenza di un imponente affresco che rappresenta la Deposizione di Cristo opera cinquecentesca di Gerolamo Tessari. Nella sala del capitolo inoltre vengono discusse tutte le questioni importanti per la comunità monacale.

IL REFETTORIO MONUMENTALE
All’esterno del refettorio si ammirano i due grandi lavabi degli inizi del XVI secolo in pietra intarsiata con piombo e marmi policromi, attribuiti alla bottega dei Lombardo, così come il portale d’accesso alla sala. L’interno è ornato da scene del Vecchio e del Nuovo Testamento dello Zelotti e da una Crocifissione di Bartolomeo Montagna. Gli splendidi stalli lignei barocchi intagliati da Bartolomeo Biasi (1726-1730) sono ognuno coronato da un motto di carattere sacro e da un’immagine tratta dalla natura o dalla vita quotidiana, resa esplicita dalla scritta sottostante. Dal Seicento questo spazio non viene più utilizzato dai monaci come mensa ordinaria.

LA BIBLIOTECA
L’antica biblioteca dell’Abbazia è costituita da una grande sala dal soffitto ligneo in cui si può ammirare un importante ciclo pittorico eseguito alla metà del Cinquecento dallo Zelotti.

IL CHIOSTRO BOTANICO
È il chiostro d’ingresso dell’Abbazia, chiamato “botanico” perché era destinato alla coltivazione delle piante officinali per la farmacia del Monastero. I lati del portico hanno colonne alternate di marmo rosso e pietra bianca, sormontate da capitelli con foglie d’acanto. A coronare tutte le murature corre un fregio in cotto.

IL CHIOSTRO PENSILE
Verso la fine del 1400, dove sorgeva l’antico chiostro denominato Paradiso, iniziarono i lavori per quello pensile. La sobria ed elegante costruzione, terminata sicuramente prima del 1549, è attribuita a Tullio Lombardo. Il cortile, che poggia su quattro pilastri, è costituito da piani inclinati per convogliare l’acqua piovana nella grande cisterna sottostante, che alimentava il pozzo centrale. Questo chiostro raccoglie attorno a sé i locali più rappresentativi della vita dei monaci: la chiesa abbaziale, il refettorio monumentale, la biblioteca, il capitolo e la clausura. Dall’angolo sud-est del Chiostro Pensile si può godere la suggestiva vista della campagna e dei vicini colli grazie alla Loggetta Belvedere, intitolata allo scrittore Antonio Fogazzaro per la descrizione datane in Piccolo Mondo Moderno (1901).

IL CHIOSTRO DOPPIO
Da qui prese avvio la grande ristrutturazione rinascimentale del monastero. Destinato fin dall’origine a dormitorio, custodisce ancora le celle di clausura e gli spazi privati dei monaci. Detto “Doppio” perché strutturato su due piani uguali, ha arcate sorrette da colonne sormontate da capitelli decorati a foglie d’acanto e poggiate su un basamento continuo. Quattro lunghi corridoi interni collegano le celle, riservate nel pianterreno ai novizi e al piano superiore ai monaci che hanno emesso la professione solenne.
 

Basilica del Santo

Basilica del Santo La Basilica di Sant'Antonio, conosciuta semplicemente come “il Santo”, è la più importante chiesa di Padova e uno dei monumenti sacri più celebri e visitati del mondo intero. La sua costruzione ebbe inizio nel 1232, un anno dopo la morte di Sant'Antonio, e si protrasse fino al 1310. Il corpo del Santo era stato sepolto, secondo il suo desiderio, nella chiesetta di Santa Maria Mater Domini, accanto al convento da lui fondato nel 1229. Questa chiesetta è il nucleo da cui parte la costruzione della Basilica, che ora la incorpora col nome di Cappella della Madonna Mora.
Dal punto di vista architettonico, la Basilica costituisce un gigantesco edificio - unico al mondo - in cui si fondono armonicamente concezioni e stili diversi: la facciata è romanico-lombarda, gli archi sono gotici, le cupole bizantine, i campanili, a forma di minareto, richiamano l'arte islamica. L’interno, a tre navate, è a croce latina con transetto largo. La navata centrale è divisa in quattro campate dai pilastri, le navate laterali sono sovrastate da volte a crociera.
La Basilica conserva moltissimi capolavori artistici. Abside e pareti sono decorate da affreschi di Giusto de’ Menabuoi. A Michele Sammicheli si devono il monumento al cardinale Pietro Bembo, e quello in onore del nobile veneziano Alessandro Contarini. Al di là della sagrestia, con armadio quattrocentesco, la trecentesca sala del Capitolo ospita un frammento di Crocifissione attribuita a Giotto e brani di affreschi della sua bottega.
In sintesi, le caratteristiche più importanti della Basilica sono:

FACCIATA
Con pareti a mattoni a vista, è alta 28 metri e larga 37; è decorata da quattro arcate cieche a sesto acuto, una galleria e un rosone.

ALTARE MAGGIORE
Gli straordinari bronzi dell'altar maggiore, ideato ed eseguito da Donatello nel 1443-50, raccontano le storie dei miracoli del Santo. Essi furono smontati e smembrati nel 1591, ma vennero recuperati e inseriti secondo una nuova disposizione, durante il restauro curato da Camillo Boito nel 1895; di Donatello è anche, dietro l'altare, la Deposizione in pietra, mentre il monumentale candelabro (1507-1515) con figurazioni sacre e allegoriche è di Andrea Briosco. Nella parte superiore è ritratta la Madonna con Bambino in trono circondata da santi e sovrastata da un crocefisso.

PRESBITERIO
Furono rifatte tutte le pareti, usando opere del Donatello. Le pareti sono decorate da dodici rilievi in bronzo, opera di Andrea Briosco e di Bartolomeo Bellano, che illustrano scene del vecchio testamento. Particolari sono quelle di Caino e Abele, Il Sacrificio di Abramo, Il vitello d’oro e Sansone che fa crollare le colonne del Tempio.

CAPPELLA DEL TESORO
Di architettura barocca, è stata realizzata nel secolo XVII ed è tra le migliori opere di architettura della città. In questa cappella si conservano i preziosi reliquiari della Basilica, tra cui il Reliquario della Lingua incorrotta di Sant'Antonio, capolavoro di Giuliano da Firenze (1434); vi sono inoltre oggetti di oreficeria e liturgici di cui alcuni risalgono al XIII secolo. Particolari sono le navicelle per incenso, di origine rinascimentale.

CHIOSTRI
Dai pressi della sagrestia si ha accesso ai quattro chiostri, costruiti tra il XIII ed il XV secolo: il primo (del Capitolo) corrisponde al nucleo originario del cenobio; il secondo (del Noviziato), reca monumenti di Giovanni Minello e Andrea Briosco, e comunica con il terzo (del Paradiso), coevo, che conserva nove arcate del precedente duecentesco. Dal secondo chiostro si può passare al quarto (del Generale), iniziato nel 1434; uno scalone sale alla ricca raccolta della Biblioteca Antoniana.

CAPPELLA DI SAN FELICE (O DI SAN GIACOMO)
La cappella, voluta da Bonifacio dei Lupi di Soragna (1372-77) e disegnata da Andriolo de' Santi, reca affreschi di Altichiero da Zevio (Leggenda di San Giacomo, dove appaiono Francesco il Vecchio da Carrara e Petrarca, e Crocifissione) che sono tra le massime espressioni dell'arte del '300. Sopra la cappella, l'organo tardo ottocentesco, che conta 4189 canne.

CAPPELLA DEL GATTAMELATA
La tomba del condottiero venne posta all’interno della Basilica, nella luogo della prima navata destra. Quest’opera fu realizzata completamente da allievi di Donatello.

CAPPELLA DELL’ARCA DEL SANTO
Messe senza interruzioni si celebrano presso questa cappella, disegnata dal Briosco nel Cinquecento e affrescata da G.M. Falconetto. L'altare al centro, su disegno di Tiziano Aspetti (1593), ha sul retro l'arca in marmo verde con le spoglie del Santo. La Tomba (Arca) di Sant'Antonio, vi fu collocata il 14 giugno 1310. Di grande qualità sono anche la decorazione plastica (il soffitto di Giovanni Maria Falconetto accoglie i primi stucchi realizzati nel Veneto, 1533), la Santa Giustina di Giovanni Minello (1513) in una delle nicchie dell'attico e, fra i bassorilievi coevi alle pareti, uno è del Sansovino, uno del Sansovino e Minello ed uno di Tullio Lombardo.

CAPPELLA DELLA MADONNA MORA
Una lapide sopra l'altare ricorda che questa cappella è quanto resta dell'antica Chiesa di Santa Maria Mater Domini, edificata nel 1100 ed atterrata in gran parte per far posto alla fabbrica della basilica. Nel 1852 fu ottimamente restaurata, seguendo le tracce dell'antico stile. Le pareti serbano vestigia di buoni ed antichissimi affreschi. L'altare è foggiato a tabernacolo archiacuto ed è un bell'esempio del gusto del Trecento. La statua della Vergine vi fu posta nel 1396.

CAPPELLA DEI CONTI (O DEL BEATO LUCA BELLUDI)
Dalla cappella della Madonna Mora, resto della preesistente chiesa, si ha accesso alla cappella del beato Luca Belludi o dei Conti (1382), decorata dall'ultimo ciclo d’affreschi eseguito da Giusto de' Menabuoi.

MUSEO ANTONIANO
Costituito nel 1895, ma riaperto al pubblico solo nel 1995, il Museo si trova nei locali del chiostro detto dell’Infermeria ed espone il meglio di una collezione raccolta e catalogata su due direttrici:: le testimonianze della venerazione di Sant'Antonio nel corso dei secoli, e il riordino delle tante opere (dipinti, sculture, paramenti e suppellettili sacre) che avevano perso la loro collocazione originaria. Molto interessante è il settore dell'oreficeria. Preziose opere d’argenteria, in gran parte veneta, e alcune presenze di scuola tedesca rappresentano il cuore di questa sezione. Il Museo comprende inoltre elementi d’affreschi proto-rinascimentali d’ambito giottesco e padovano, dipinti di scuola veneziana con autori come Tiepolo, Piazzetta, Balestra, Pittoni, e Ceruti. Altre opere notevoli sono le statue tardo cinquecentesche di Rinaldino di Francia, le tarsie lignee di Pierantonio degli Abbati raffiguranti prospettive della città, la lunetta del Mantegna già sul portale maggiore della basilica, e le 37 statue dell'altare del Santo Sacramento, cui si accompagnano capolavori esposti a rotazione dal Tesoro.
 

Basilica di Santa Giustina

Basilica di Santa Giustina La Basilica benedettina di Santa Giustina domina il Prato della Valle e risale al Cinquecento, ma è stata preceduta da tre chiese: una prima chiesa, paleocristiana, detta Sacello di San Prosdocimo, fu eretta nel V secolo in area cimiteriale, sulla tomba della Martire padovana; una seconda, edificata in onore di Santa Giustina, che fu distrutta dal terremoto del 1117; una terza, tardo-gotica, abbattuta nel Cinquecento, per dar luogo all’attuale. Santa Giustina è quindi la prima chiesa di Padova. Il complesso monumentale comprende la Basilica, una delle più grandi della cristianità, ed il Monastero.
Iniziata nel 1498 dall’architetto Andrea Moroni, e portata a termine da Andrea della Valle, la Basilica cinquecentesca presenta un alto campanile ed otto cupole che ricordano l'architettura orientale. La facciata è rimasta incompiuta e l’esterno è a mattoni a vista. Sulla gradinata, stanno due grifi in marmo rosso di Verona, che fanno parte del bel portale duecentesco.
L'interno, ampio e ben illuminato, è a croce latina e presenta tre navate, divise da grandi pilastri. Le navate laterali sono scandite dalle cappelle, impreziosite da pale d’altare di artisti del Seicento, fra i quali Luca Giordano e Palma il Giovane. Sulla navata di destra, dietro l’Arca di San Mattia, si trova il cinquecentesco Pozzo dei Martiri, che raccoglie le reliquie dei martiri padovani. Poco oltre si trova il Sacello di San Prosdocimo, residuo del complesso primitivo, riccamente decorato con marmi e mosaici.
Assai interessanti sono ancora; la Cappella di San Massimo, con il gruppo marmoreo della Pietà, opera di Filippo Parodi; la trecentesca Cappella di San Luca, che contiene la tomba di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la prima donna laureata nella storia; l'architrave del portale romanico della basilica distrutta nel 1117; l’Arca di San Luca, opera pisana del primo Trecento, decorata con stupendi rilievi in alabastro; gli arredi lignei seicenteschi della sagrestia; gli affreschi di Sebastiano Ricci, nella cappella a sinistra del presbiterio. Prezioso il cinquecentesco coro in noce, intagliato e scolpito da Ricardo Taurigny: la parete di fondo ospita la pala del Martirio di Santa Giustina, uno dei capolavori di Paolo Caliari, detto il “Veronese” (1575 circa).
Il Monastero è importante perché qui - nel Quattrocento - l'Abate Ludovico Barbo iniziò la grande riforma benedettina detta della Congregazione di Santa Giustina. Soppresso dai decreti napoleonici del 1810, fu trasformato in caserma e ospedale militare. Tornò ai benedettini nel 1919 ed eretto nuovamente in Abbazia nel 1943. Splendidi sono il Chiostro del Capitolo, che risale al XII secolo, e il Chiostro Maggiore, detto anche Chiostro Dipinto, perché un tempo era decorato con vari affreschi. Notevole la Biblioteca monastica medioevale e, soprattutto, il rinomato Laboratorio per il Restauro del Libro.
 

Battistero

Battistero di Padova Il Battistero del Duomo è una costruzione in stile romanico-lombardo eretta nel secolo XII. Rappresenta uno dei monumenti artistici più insigni della città. L’interno, a pianta quadrata, presenta un alto tamburo di forma circolare, la cupola e una piccola abside con cupoletta. La struttura ha conservato nel tempo la sua forma lineare e severa, ma già nel 1260 veniva ampliata e arricchita - al centro - da un bel fonte battesimale.
Un secolo dopo, il Battistero divenne Mausoleo dei Carraresi (1378) e fu ampiamente rimaneggiato. In particolare, per volere di Fina Buzzaccarini, moglie di Francesco il Vecchio da Carrara, le pareti interne e la volta della cupola furono decorate dal fiorentino Giusto de’ Menabuoi (1374-1378), con un meraviglioso ciclo di affreschi. Questo ciclo, annoverato fra le massime espressioni pittoriche del tempo, è formato da oltre cento scene, tratte dalle Sacre Scritture. Alle pareti sono rappresentate Storie di Gesù Cristo, di Maria e di San Giovanni Battista; nell’abside sono raffigurate scene dell’Apocalisse; sul tamburo, sono dipinti vari episodi della Genesi. Nella stupenda volta della cupola è rappresentato il Paradiso: vi spicca la figura del Cristo Pantocratore, attorniato da una moltitudine di santi con aureola.
Fina Buzzaccarini e Francesco il Vecchio furono sepolti nel Battistero, ma la tomba fu distrutta dai Veneziani ai primi del Quattrocento. Di essa rimane solo un arcone gotico, in cui Fina è rappresentata - in ginocchio - mentre San Giovanni Battista la presenta alla Madonna seduta in trono. Sopra l’arco, si trova l’Annunciazione, affresco considerato fra i migliori di Giusto.
 

Caffè Pedrocchi

Caffè Pedrocchi, proiettile austriaco sparato durante i moti del 1848 nella sala bianca. Il Caffè Pedrocchi è un locale conosciuto in tutto il mondo, uno dei tre simboli di Padova, con il Prato della Valle e la Basilica del Santo. Su commissione di Antonio Pedrocchi, l’ambiente fu progettato - in forme neoclassiche - dall’architetto veneziano Giuseppe Jappelli, e inaugurato nel 1831. Pochi anni dopo, nel 1838, il Caffè fu ampliato, con l’aggiunta - sul fianco sud - dell’elegante costruzione neogotica del “Pedrocchino”. Nella facciata a nord s’aprono due porticati con belle colonne doriche e quattro leoni in pietra. L’edificio si erge su due piani:

  • il pianterreno costituisce la caffetteria vera e propria, con le sale per gli avventori e i locali di servizio. Le sale prendono il nome dal colore della rispettiva tappezzeria. Particolarmente famosa è la Sala Bianca, che porta ancora il segno del proiettile austriaco sparato durante i moti del 1848;
  • il piano nobile ospita alcune belle sale (sala Rossini, sala egizia ecc.), decorate con stucchi, tendaggi e lampadari tipicamente ottocenteschi ed attualmente utilizzate per mostre ed esposizioni temporanee.


Il Pedrocchi è importante per la sua storia: rappresenta uno spaccato della vita padovana degli ultimi due secoli. Fin dall’inizio - per la sua posizione centrale, prossima all'Università - il locale divenne centro della vita culturale e commerciale della città. Fu chiamato “il caffè senza porte” perché rimaneva sempre aperto, anche di notte; fu frequentato da studenti, artisti, letterati e patrioti e fu teatro dei moti risorgimentali studenteschi del 1848. Alcune targhe ricordano i nomi di illustri visitatori: Ippolito Nievo, Arnaldo Fusinato, Gabriele D'Annunzio, Eleonora Duse, Filippo Tommaso Marinetti. Stendhal, che pure lo ha visitato, ha definito il Pedrocchi “le meilleur d’Italie”. Di proprietà comunale dal 1891, il Caffè ospita le “Gallerie del Pedrocchi” ed il “Museo del Risorgimento e dell’Età contemporanea”.
 

Cappella degli Scrovegni

Nel febbraio del 1300 Enrico Scrovegni acquistava la proprietà dell'Arena, ossia l’area dell’anfiteatro romano, che comprendeva una chiesa dedicata all'Annunciata ed un palazzo. Tre anni dopo, lo Scrovegni iniziò la ricostruzione della Cappella, in segno di espiazione dei peccati del padre Reginaldo. Quest’ultimo, morto ricchissimo, ma in fama di usuraio, è ricordato da Dante, e posto fra i dannati del settimo cerchio dell'Inferno. La chiesetta fu dedicata a Santa Maria della Carità e venne chiamata anche Cappella della Madonna della Carità o della Madonna dell'Arena: fu consacrata il 25 marzo 1305.
L’edificio, di cui non si conosce l’architetto, è in stile romanico ed ha forme lineari. L’interno è formato da un unico ambiente, con copertura a botte: nel presbiterio si trova il sepolcro di Enrico Scrovegni, opera di Andriolo de Santi; sull'altare, Madonna col bimbo e due angeli, statue di Giovanni Pisano; nelle due nicchie dell’abside, Madonne che allattano, di Giusto de’ Menabuoi.
L'intera decorazione - eseguita da Giotto e dai suoi allievi, probabilmente nel 1303-1305 - è considerata uno dei massimi capolavori artistici di tutti i tempi. Il ciclo di affreschi è di enorme importanza per la storia della pittura, perché il realismo che caratterizza la pittura di Giotto è molto innovativo dell’arte figurativa del tempo. Superando decisamente lo schematismo e la staticità dell’arte bizantina, Giotto propone un nuovo concetto di spazialità, un nuovo rapporto tra figure ed ambiente, e dà inizio all’arte moderna. I trentanove affreschi del ciclo giottesco coprono tutte le pareti e la volta.
Così ne scriveva, ai primi del Novecento, Andrea Moschetti: “In tre zone di riquadri, che si stendono lungo le due pareti maggiori, Giotto narra la vita di Maria e - nella vita di Maria - quella di Cristo, dal giorno in cui Gioacchino fu cacciato dal tempio per la sterilità del suo talamo alla discesa dello Spirito Santo sul capo degli Apostoli raccolti. Ciascuna zona sta a sé, come un atto distinto del grande dramma: nella prima è la vita di Maria prima della nascita di Gesù, nella seconda la vita di Gesù prima della sua passione, nella terza la passione, la risurrezione, la glorificazione di Cristo. Nella parete dell'arco trionfale stanno invece i fatti che precedono e preparano, pur non essendone parte, gli avvenimenti ora narrati, come tre diversi prologhi ai tre atti diversi: 1° il Padre Eterno sul trono, adorno dagli angeli, cioè la volontà eterna da cui emanò la salvezza del genere umano, e dinanzi a lui Gabriele già pronto al cenno divino per la sua alta missione; ed è questo come prologo generale che tutto abbraccia il gran dramma; 2° l'Annunciazione e la Visitazione che precedono ai fatti della nascita e della giovinezza di Gesù; 3° il tradimento di Giuda, che ne prepara la passione. Sulla parete di fondo invece, sopra la porta, si spiega il Giudizio universale, l'epilogo del grande dramma, dal quale i buoni usciranno redenti ed eternamente beati, e i malvagi eternamente dannati. Nella volta dieci medaglioni con le effigie di Cristo e di Maria, i due protagonisti, e dei profeti che questi avvenimenti vaticinarono; nelle ricche fasce, pure a medaglioni, che dividono fra loro i riquadri dei dipinti, o scompartiscono il soffitto, busti dei santi e dei dottori della Chiesa, ovvero piccole scene del vecchio testamento in contrapposizione e ad illustrazione delle vicine scene del nuovo. Finalmente nell'alto zoccolo, lungo le due pareti maggiori, a sinistra le figurazioni dei Vizi, a destra quelle delle Virtù, quanto a dire il substrato allegorico di tutto il dramma, le condizioni di peccato e di perfezione dell'anima umana. È il dramma della redenzione e della sublimazione dell'umanità che si svolge sulle pareti affrescate dall'immortale pennello”.
 

Castello

Il Castello è sicuramente uno dei più importanti beni storici, architettonici, artistici e militari di Padova. Esso sorge sull'area della Torre Torlonga, eretta dai Padovani fra il IX e il X secolo, e fu ingrandito da Ezzelino III da Romano, tiranno della città al 1237 al 1256, su progetto di Egidio, detto “Zilio”. Ezzelino utilizzò il Castello come dimora e come prigione: una cupa fortezza, simbolo della sua ferocia. L'intervento principale di "riattamento, accrescimento e abbellimento" risale al periodo di Francesco l da Carrara e fu opera di Mastro Nicolò della Bellanda (1374-78). A tale epoca risalgono le decorazioni a fresco arrivate fino a noi, presenti soprattutto nella porzione d'angolo nord-est a destra dell'ingresso dalla piazza del Castello. I da Carrara provvidero inoltre a collegare direttamente il Castello alla Reggia Carrarese, mediante un passaggio sopraelevato: venivano così uniti i centri del potere politico e militare della città. Con la costruzione delle mura rinascimentali e a seguito del lungo periodo di pace di cui Padova godette, sotto il dominio veneziano, il valore strategico del Castello venne meno. L’edificio ebbe in seguito usi diversi.

  • Nel Settecento, la grande torre fu trasformata in Specola, cioè in osservatorio astronomico. Nella nuova casa dell'astronomo, tutti i muri furono intonacati, nascondendo così i resti delle precedenti decorazioni. Anche lo scalone che dal pianoterra saliva alla torre e alle mura occidentali del Castello, fu in parte modificato per necessità strutturali, pur conservando l'antico percorso.
  • Un grande intervento di trasformazione fu eseguito dal Danieletti nel 1807, quando la struttura fu adeguata a casa di pena. In effetti, il Castello ha svolto funzioni di carcere fino al secondo dopoguerra, e tuttora l'Amministrazione carceraria padovana vi tiene alcuni uffici.


Per quanto riguarda l’interno, al primo piano è stata rinvenuta una parete decorata con pappagalli, che probabilmente apparteneva alla “stanza dei pappagalli”, dove pranzava il Principe quando soggiornava al castello. Anche al pianoterra della casa dell'astronomo sono state rinvenute decorazioni floreali in parte restaurate. Infine, nella volta di un ambiente della torre, è stato riportato alla luce il grande carro, lo stemma dei Carraresi. Una bella testimonianza, rimasta inalterata nel tempo, è la Madonna con Bambino - d’autore ignoto - situata in un ambiente a nord della grande torre, lungo il percorso occidentale delle mura carraresi. L'effigie è collocata all’aperto, in un luogo dove poteva proteggere e incoraggiare i soldati, in caso di attacco al Castello.
 

Chiesa degli Eremitani

Sorge sulla piazza omonima ed è dedicata ai Santi Filippo e Giacomo. E’ chiamata “degli Eremitani” perché dalla foresteria dell’annesso convento transitavano molti pellegrini. L’edificio fu costruito fra il 1276 e il 1306, su preesistenti strutture molto antiche, e su progetto di Fra’ Giovanni degli Eremitani, che disegnò anche la copertura lignea.
L’impianto architettonico della chiesa è tipicamente francescano, per la semplicità imposta dal contenimento dei costi di costruzione, ma non mancano accenni gotici. L'edificio, pur sottoposto a modifiche e restauri nei secoli XIV e XVII - ed anche dopo la seconda guerra mondiale - conserva intatto il fascino delle chiese conventuali del Trecento.
La facciata risale al 1360, ed è divisa in due parti. Quella inferiore è in pietra, con quattro archi ciechi ai lati della porta centrale, mentre quella superiore è in cotto, con lesene, archi e un bel rosone. Dalla parte posteriore della chiesa, si osserva il bell’insieme pittorico della cappella Ovetari, dell’abside, della sacrestia e del campanile, tutte costruzioni romaniche.
L'interno della chiesa è suggestivo e veramente grandioso. L’unica navata è sovrastata dal soffitto ligneo a carena, mentre sulle pareti laterali si alternano fasce di mattoni rossi ed ocra. Vicino all’ingresso si trovano due sepolcri, scolpiti da Andriolo de Santi: quello di sinistra, tomba di Jacopo da Carrara, mostra un’iscrizione in distici latini del Petrarca; quello di destra è la tomba di Ubaldino da Carrara. Subito dopo s’incontra la Cappella del Sacro Cuore, ornata di preziosi affreschi di Giusto de’ Menabuoi, che rappresentano le Virtù e le Arti liberali, e quindi tre piccole cappelle, con frammenti di affreschi trecenteschi, in parte del Guariento. Oltre alla Cappella del Sacro Cuore, quattro sono le cappelle principali:

  • la Cappella Ovetari, eretta da Antonio Ovetari e fatta affrescare dalla moglie. Gli affreschi sono opera di Giovanni d'Alemagna, Antonio Vivarini, Niccolò Pizzolo, Ansuino da Forlì e di Andrea Mantegna, allora diciassettenne. Un bombardamento del marzo 1944 distrusse la Cappella e del Mantegna oggi rimangono solo i due riquadri inferiori della parete destra. L'Assunta che si trova nell'abside e il Martirio di San Cristoforo furono staccati verso la fine dell'Ottocento, perché già danneggiati, e fortunatamente si salvarono dalle bombe;
  • la Cappella Dotto, in cui rimane traccia di un affresco attribuito ad Altichiero;
  • la Cappella Maggiore, corrispondente al Presbiterio, conserva ciò che resta degli affreschi raffiguranti le Storie di Sant'Agostino, San Filippo e San Giacomo minore del Guariento, a cui collaborò anche Niccolò Semitecolo. Il Crocifisso del 1370, dipinto a tempera su tavola, è attribuito ad uno dei due artisti sopra citati. A destra, Cristo incorona la Vergine del Guariento. Il presbiterio contiene anche il mausoleo dell’umanista-giureconsulto Marco Mantova Benavides, opera dell’Ammannati (1546).
  • la Cappella Sanguinacci con il sarcofago di Ilario Sanguinacci, una tra le opere più riuscite dello scultore trecentesco Paolo Jacobello. Nella parete di destra in alto si nota una Madonna in trono col Bambino in piedi, tre santi ai lati e un offerente inginocchiato, attribuita a Giusto de' Menabuoi.


La sacrestia conserva importanti opere d'arte, tra cui un affresco di Altichiero da Zevio.
 

Duomo di Padova

Il Duomo sorge sulla piazza omonima ed è la terza delle chiese costruite su quest’area. La prima fu eretta nel 313, subito dopo l’editto di Costantino e distrutta dagli Ungari nel IX secolo. La seconda è la ricostruzione della prima: terminata intorno al 1024 e consacrata nel 1075, fu distrutta dal terremoto del 1117. Dedicato a santa Maria Assunta, il Duomo che si vede oggi fu realizzato tra il XVI e il XVIII secolo. Il concorso per l’opera fu vinto da Michelangelo, ma i lavori - iniziati nel 1551 - furono affidati ad Andrea della Valle e ad Agostino Righetti, che nell’esecuzione modificarono notevolmente il progetto originario del Buonarroti. Ad eccezione della facciata - che rimase incompiuta - l’edificio fu completato nel 1754, per opera dell’architetto Girolamo Frigimelica, e consacrato nello stesso anno. Non si ha notizia di importanti restauri prima del Novecento, ma solo di quelli effettuati dopo i bombardamenti delle due guerre mondiali.
Dall’esterno, particolarmente da Via Dietro Duomo si notano agevolmente le tre absidi con cui termina la navata centrale, le due absidi terminali del transetto, il campanile, la cupola con l'alto tamburo e la grande lanterna.
L'interno, armonioso e monumentale, è a croce latina. Presenta tre navate separate da pilastri, un transetto e cappelle laterali, il presbiterio rialzato sopra la cripta. Numerose e assai pregevoli sono le opere d’arte che il Duomo conserva. Fra le più importanti: i molti monumenti funerari del transetto, alcuni dei quali risalgono alla chiesa precedente; la Cappella della Madonna dei ciechi, che contiene una preziosa Madonna col bambino di Stefano dall'Arzere; due opere di Pietro Damini, San Girolamo e la pala di Gesù Crocefisso; il cenotafio del Petrarca, che fu canonico del Duomo, opera di Rinaldo Rinaldi. Anche la sacrestia dei Canonici conserva preziose opere d'arte: una Madonna col bambino di Giusto de' Menabuoi, due pannelli con Santi di Giorgio Schiavone; due tele del Tiepolo, raffiguranti San Filippo Neri e San Girolamo Emiliani; una pregevole Deposizione di Jacopo Montagnana; preziosi reliquiari del Quattrocento. Alcune statue scolpite da Giuliano Vangi abbelliscono il nuovo Presbiterio, inaugurato nel 1997. Infine, nella cripta si trovano l'altare di San Daniele, con bassorilievi di Tiziano Aspetti, e un'icona raffigurante la Madonna col bambino che - secondo tradizione - sarebbe appartenuta al Petrarca.
 

Loggia e Odéo Cornaro

Situati dietro la Basilica del Santo, la Loggia e l'Odéo Cornaro sono una delle migliori testimonianze rinascimentali del padovano. Il complesso, oggi proprietà del Comune di Padova, fu costruito da G. Maria Falconetto, su commissione del mecenate Alvise Cornaro. E’ ispirato al modello della villa romana alla periferia della città, in particolare a quella di Marco Terenzio Varrone. Scopo comune dei due edifici era l’intrattenimento di ospiti ed amici del Cornaro.

  • La Loggia è uno splendido fondale fisso, un "teatro all'antica". Essa fu costruita soprattutto per la rappresentazione delle opere teatrali di Angelo Beolco, detto il Ruzante, di cui il Cornaro fu amico e protettore. Il piano terra fu realizzato nel 1524; la facciata è formata da cinque arcate sostenute da semicolonne doriche. Ai lati dell'arcata centrale stanno due Vittorie alate che sembrano scuotere le ali e librarsi nell'aria, quasi in cerca di libertà. Esse sono sormontate da un mascherone con sopra patere e bucrani alternati, di reminescenza classica. Il primo piano è in stile ionico. Fu costruito nel 1534, con l’impiego di finestre vere e finte, e con statue in stucco, opera di Giovanni Rubino, detto “Dentone”: Diana, in atteggiamento guerriero, veste un abito da caccia e rappresenta la luna; Venere porta in mano una fiamma, ha lunghi capelli e veste solo uno stretto manto drappeggiato, mentre un piccolo Cupido le stringe il ginocchio; Apollo, rappresenta il sole e regge con le mani una lira; è vestito solo di un perizoma di foglie di vite. Di tanto in tanto, la Loggia ospita ancora le commedie del Ruzante.
  • L'Odéo era invece dedicato alla musica, ai dibattiti, alla poesia e alle conversazioni erudite. Il primo ordine fu costruito nel 1530 (il secondo più tardi), ed è formato da una specie di arco di trionfo, con edicole e lesene: il fregio soprastante mostra triglifi e finte finestre con due statue che rappresentano il Sole e la Luna. Il Sole è una figura maschile nuda e alata, che tiene in mano una saetta e un’asta. Sul petto tre teste ferine indicano il presente, il passato ed il futuro. La Luna è figura femminile, con uno sfondo di tralci di vite, pampini e grappoli. Le due statue sono avvolte da un serpente, che simboleggia il tempo. Alla porta d'ingresso si trovano due Vittorie alate - dal profilo delicato ed il volto classico - che, come nella Loggia, sembrano librarsi nell’aria. L'interno è diviso in varie sale. La principale è a pianta ottagona, con piccole nicchie alle pareti. Dipinte sono le pareti e la volta a padiglione. All'interno delle nicchie si notano balaustre da cui si aprono paesaggi ideali, che richiamano le decorazioni delle ville romane. Sopra le porte stanno ovali in stucco con figure sacre, mentre, nella volta, sono raffigurati Giove ed altri personaggi mitologici. La decorazione interna è opera di Gualtiero Padovano e Lamberto Sustris per i paesaggi, di Tiziano Minio per gli stucchi.
 

Monumento al Gattamelata

Monumento al Gattamelata In Piazza del Santo, presso la Basilica, s’erge maestoso il monumento equestre di Erasmo da Narni - detto “Gattamelata” - condottiero al servizio della Chiesa, poi di Venezia, nato nel 1370 e morto nel 1443. Il monumento fu voluto dal figlio Giannantonio, e dalla moglie, Jacopa della Leonessa. Oltre che per il compenso (1650 ducati d’oro), Donatello accettò l’incarico perché la statua rappresentava una sfida: un monumento del genere gli avrebbe infatti consentito di confrontarsi direttamente con le analoghe opere dell’antichità. Dopo Roma, nessun artista aveva osato cimentarsi con sculture di tali dimensioni, anche per mancanza dei necessari mezzi tecnici. Le fusioni iniziarono nel 1447, ma l’opera richiese tempo e fatica - specie per la rinettatura e la cesellatura - e fu issata solo nel 1453. Dalle mani di Donatello è uscito uno fra i massimi capolavori del Rinascimento: con i cinque cavalli di San Marco a Venezia, il Monumento al Gattamelata è considerato la più bella statua equestre d’ogni tempo.
Il Monumento nacque come sepolcro di Erasmo. La base, molto semplice, e gli angeli che l’adornano sono certamente opera di un allievo. Ai lati del piedistallo di trachite a forma di sarcofago, stanno le porte della vita, chiusa, e della morte, dischiusa. Donatello effigiò il condottiero sul suo robusto cavallo di battaglia, che procede al trotto. Erasmo - a capo scoperto e vestito con una robusta armatura quattrocentesca - impugna il bastone del comando e sembra indicare alle truppe i movimenti che dovranno condurle alla vittoria. Il gesto imperioso - lento e misurato - e l’occhio del condottiero, freddo e profondo, esprimono, più che lo slancio dell’eroismo, la ferrea volontà di un carattere indomito ed astuto. Alla vigorosa ma calma movenza del guerriero corrisponde l’andare cadenzato e sicuro dell’animale; cavallo e cavaliere formano un tutt’uno, e il magnifico gruppo si staglia nell’azzurro del cielo, con le sue linee eleganti e insieme imponenti. La testa di Medusa sul pettorale della corazza, i putti musicanti attorno alla cintura, una frangia di piastre metalliche con teste virili presenti anche sui ginocchietti, mostrano che Donatello si è ispirato ai classici modelli dell’antichità. Per il ritratto del volto austero e volitivo del Gattamelata, è probabile che Donatello si sia servito di una medaglia che ritraeva il condottiero di profilo, come usava allora.
 

Musei Civici agli Eremitani

Il complesso dei musei Civici di Padova è allestito negli antichi chiostri del convento dei frati Eremitani, che sorge nella piazza omonima. Qui trasferito alla fine dell’Ottocento - e restaurato di recente - il complesso è formato dalle raccolte che derivano dal vecchio Museo del Santo, in cui era confluito il precedente Museo Civico cittadino. Agli Eremitani sono confluiti, infatti, il Museo archeologico (o sezione archeologica); il Museo d'arte medievale e moderna, che comprende la Pinacoteca, la Quadreria Emo Capodilista, la Raccolta dei Bronzetti e delle Placchette, il Museo d’arti applicate e decorative, la Collezione lapidaria, altre raccolte minori; il Museo Bottacin.
Alla parte del complesso propriamente museale va aggiunta la Cappella degli Scrovegni, con i celebri affreschi di Giotto, che sorge nella vicina area dell'anfiteatro romano: per la sua importanza e complessità, la Cappella sarà descritta e analizzata in una scheda apposita.

MUSEO ARCHEOLOGICO
Il primo nucleo del Museo risale al lascito dell'abate Giuseppe Furlanetto (1825), arricchito in seguito da altre donazioni. L'attuale allestimento - iniziato nel 1985 e concluso di recente con l’apertura di nuove sale - prevede un percorso che si sviluppa in sedici sale. Qui è documentata la vita dell’agro patavino, dalla protostoria all’età romana, privilegiando gli ordinamenti cronologici e topografici.
Il percorso museale è scandito da varie sezioni: la preromana, la romana, l’egizia, l’etrusca e la paleocristiana. Importanti gli 88 pezzi - tra cui stupendi candelabri - della "Tomba dei vasi borchiati" (700 a.C.). Notevole è anche la sezione romana, che comprende vari reperti, quali: la testa di Augusto (I secolo), il busto di Sileno (II secolo a.C.), il monumento di Claudia Toreuma (liberta di Tiberio), l’edicola sepolcrale dei Volumni, d'età augustea. La sezione egizia comprende alcuni reperti archeologici scoperti dal famoso esploratore padovano G.B. Belzoni.
Il Museo comprende un’interessantissima mostra dedicata alle armi dell’antichità, che illustra l’origine e lo sviluppo - nel mondo antico - di alcuni strumenti di difesa, di difesa, o usati per la caccia, che molto hanno influito sulla sopravvivenza dell’uomo. Gli oggetti provengono soprattutto dal territorio padovano. Sono selci del Neolitico, in prevalenza cuspidi di freccia e pugnali; dell’Età del Bronzo, c’è una bella spada a codolo piegato, punte di lancia ed asce in lega di rame e in bronzo, alcune delle quali sono simili a quella rinvenuta con l'Uomo del Similaun. D’epoca romana sono le curiose ghiande-missili in piombo, ossia i proiettili usati dai frombolieri, e alcuni reperti collegati al mondo dei gladiatori. Infine, vi sono esemplari di armi longobarde, quali gli scramasax, pesanti coltellacci da combattimento tipici dei popoli franco-germanici nell'alto medioevo.

MUSEO D’ARTE MEDIEVALE E MODERNA
Il Museo si trova al primo piano del complesso e si compone di varie collezioni.

  • La Pinacoteca è la collezione più rilevante. Formata a partire dalla fine del Settecento, essa raccoglie circa 3000 opere, che provengono da istituzioni religiose e cittadine, nonché da donazioni private. Oltre ad una preziosa croce di Giotto e ad alcune tavole del Guariento (pittore di corte dei Carraresi), sono esposte opere di Veneziano, Giovanni da Bologna, Squarcione, Bellini, Romanino, Paolo Veronese, Tintoretto, Costa, Padovanino, Piazzetta, Giorgione, Tiziano e Tiepolo e un’ampia panoramica della pittura veneta dal Quattro al Settecento.
  • La Quadreria Emo Capodilista. Più di cinquecento dipinti della pinacoteca costituiscono la collezione che il conte Leonardo Emo Capodilista donò al Comune di Padova nel 1864. Questa collezione comprende - tra l’altro - preziose tavole di Giorgione e di Tiziano e magnifici quadri di Palma il Giovane e di Quentin Metsys.
  • La Raccolta dei Bronzetti e delle Placchette. Formata soprattutto da lasciti, presenta opere rare, spesso pezzi unici, di bronzisti italiani e stranieri.
  • Il Museo d’arti applicate e decorative. E’ una sezione (del Museo d’Arte Medievale e Moderna), che contiene una preziosa raccolta di mobili, gioielli, tessuti, ceramiche e avori, circa 20.000 incisioni, quasi 3.000 disegni. Dal 2004 questa sezione è esposta a Palazzo Zuckermann.
  • La Collezione lapidaria è allestita nel chiostro minore del complesso. I pezzi conservati rappresentano testimonianze - spesso uniche - di edifici da tempo scomparsi. Con questi reperti è possibile ricostruire, almeno in parte, l’antica immagine della città e i cambiamenti che la storia vi ha apportato.


MUSEO BOTTACIN
Nato tra il 1865 e il 1870, per il lascito di Nicola Bottacin, il Museo contiene 50.000 pezzi, tra monete, medaglie e sigilli ed è una delle collezioni numismatiche più importanti al mondo. Di gran valore sono le monete venetiche (secoli IV-II a.C.), ma preziosi sono pure i medaglioni romani degli imperatori Adriano, Settimio Severo e Magnenzio, il ducato aureo di Francesco I da Carrara, la coppa d'argento dorato di Melchiorre Mayr (secolo XVI). Inoltre, il Museo espone dipinti e sculture, acquistati dal Bottacin per la sua villa triestina. Nei dipinti è possibile individuare due tematiche principali: il soggetto religioso-morale e la scena di genere: Le sculture rivelano una predilezione per un classicismo romantico che unisce la perfezione dei canoni classici con l'espressività, lo spirito e le tematiche del realismo romantico.
La biblioteca del Museo, fra le specializzate, è una delle più importanti d'Europa. Comprende attualmente circa 25.000 volumi e opuscoli di numismatica, araldica, glittica, sfragistica, nonché le raccolte complete delle principali riviste numismatiche che si pubblicano nel mondo.
 

Palazzo Bo (Università)

Dopo quella di Bologna, l’Università di Padova è la più antica d’Italia: in effetti, essa fu fondata nel 1222 da un gruppo di docenti e di studenti che si erano allontanati dallo Studio bolognese. Da allora, Padova divenne centro culturale di grande prestigio e richiamò da tutta Europa maestri insigni e una moltitudine d’allievi.
La sede storica dell'Università era in origine l'Albergo del Bo, regalato ad un macellaio da Francesco da Carrara, signore di Padova, per sdebitarsi delle provviste di carne fornite durante l'assedio della città nel 1405. Nel 1539 il palazzo divenne di proprietà dell'Università: da allora è sede principale dell'Ateneo e ancor oggi viene familiarmente chiamato “il Bo”. Attualmente, il Palazzo ospita il rettorato e la facoltà di giurisprudenza.
Percorrendo l'atrio degli Eroi, verso la scala che porta al Rettorato, sono ricordati gli studenti caduti per la guerra dell'indipendenza e la libertà dal 1848 al 1945. La statua del timoniere di Enea, Palinuro, celebra il periodo della Resistenza, quando l'Università di Padova ebbe, unico ateneo in Italia, la medaglia d'oro al valor militare. Il disegno della scala soprastante è di Gio Ponti come la decorazione delle pareti raffigurante il nascere e lo svilupparsi dell'umanità, della cultura e delle scienze. Poco oltre, gli stemmi di antichi scolari arricchiscono il doppio loggiato del cortile antico, attribuito ad Andrea Moroni.
Ai piedi di una delle scale d'accesso alle logge è collocata la statua di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, prima donna al mondo che, proprio all'Università di Padova, conseguì la laurea in filosofia nel 1678. Dal lato meridionale del cortile antico si passa al cortile nuovo, opera dell'architetto Fagioli, caratterizzato da un altorilievo di Attilio Selva, elogio al coraggio in battaglia degli studenti. Dal 1995 l'atrio ospita una scultura lignea di Kounellis, dedicata a tre grandi docenti — il rettore Concetto Marchesi e i professori Meneghetti e Franceschini — impegnati contro la cultura del regime fascista, nell'Ateneo e nella società, in unità di intenti nonostante la diversa provenienza politica. Dal ballatoio del cortile antico si accede alla sala dei 40, antica Aula Magna. Questa sala deve il suo nome ai ritratti di grandi stranieri studenti dell'Università.
Nella sala si trova la cattedra di Galileo Galilei, costruita affinché potesse insegnare ai suoi numerosissimi studenti nella “scuola grande dei leggisti”, l'attuale Aula Magna. L'Aula è riccamente decorata di stemmi originali e di stucchi del Tommasini.
Di grande suggestione è il Teatro Anatomico fatto costruire da G. F. di Acquapendente nel 1594, fu il primo Teatro Anatomico stabile nel mondo. Nel Settecento, in quest'aula insegnò anche Giovanbattista Morgagni, padre della moderna anatomia.
 

Prato della Valle

Prato della Valle Detto “Prato senza erba”, il Prato della Valle è una grande piazza ellittica, divenuta uno dei simboli di Padova (con la Basilica del Santo ed il Caffè Pedrocchi). Con un’estensione di circa 90.000 mq, il Prato è la maggiore piazza della città, ed una delle più grandi d'Europa.
In epoca romana, lo spazio fu sede di un vasto teatro, lo Zairo, e di un circo per le corse dei cavalli. Durante le persecuzioni contro i primi cristiani, il circo fu utilizzato per i combattimenti: qui furono martirizzati Santa Giustina e San Daniele. Nel Medioevo, invece, fu sede di fiere, giostre, gare, assemblee cittadine e del mercato degli animali. Pur essendo a ridosso delle mura cittadine, mantenne a lungo il suo aspetto paludoso e malsano, dovuto alla conformazione a catino del terreno, dove l’acqua ristagnava. L’Abbazia di S. Giustina - che ne era proprietaria - non aveva mezzi per provvedere alla bonifica. Ci pensò il nobile veneziano Andrea Memmio, Provveditore a Padova della Serenissima, con l'aiuto dell'abate-architetto Domenico Cerato. Nel 1775 essi attuarono una radicale bonifica e crearono una canalizzazione sotterranea destinata a far defluire le acque dell'anello centrale, che tuttora vediamo, valicato da 4 ponti, recingere una specie di grande aiuola circolare, denominata Isola Memmia.
Le statue che ornano la piazza, 38 lungo l'anello interno all'Isola Mummia e 40 lungo quello esterno, furono scolpite in pietra di Costozza tra il 1775 e il 1883 e sono opera di artisti diversi. Esse rappresentano i più illustri figli della città, padovani di nascita o d'adozione. Soltanto gli spazi dell'ingresso ai quattro ponti furono riservati a personaggi politici, a Dogi e Papi.
Passeggiando attorno alla grande piazza si possono ammirare le variopinte case che creano una vivace scenografia:

ABBAZIA DI S. GIUSTINA
Vedi. la scheda “Basilica di Santa Giustina”.

PALAZZO ANGELI
Fu dimora di illustri personaggi, fra i quali il cardinale Giovanni Bessarione, celebre umanista, che vi abitò fino al 1472, anno della sua morte; poi anche Andrea Memmo, (procuratore di Venezia e ideatore del progetto di ripristino di Prato della Valle, tra il 1775 e il 1776) che ospitò probabilmente Giacomo Casanova. Nella parte inferiore, è dotato di un porticato sul quale si aprono le finestre del mezzanino e dove si trova la lapide che ricorda la prima corsa del trotto ospitata in Prato della Valle il 22 agosto 1908. Qui vi è anche un’Annunciazione cinquecentesca affrescata da un pittore Veneto. Il Palazzo ospita il Museo del Precinema (vds. la scheda “musei Vari”).

PALAZZO VERSON (GIÀ GRIMANI)
L'edificio insiste su un'area occupata sin dal tardo trecento da vari caseggiati. Tra il 1520 e il 1561 l'intero blocco edilizio fu acquistato dalla famiglia Grimani; che fece apportare parecchi rimaneggiamenti, soprattutto fra il 1561 e il 1630. L'aspetto attuale della facciata è settecentesco, ma internamente è occupato da un solenne scalone ad un'unica rampa coperta da volta a botte, con riquadrature a motivi geometrici in origine decorate da affreschi.

PALAZZO ZACCO
Fu costruito fra il 1555 e il 1557, su progetto di Andrea Moroni. La facciata con ampio portico a sette arcate su pilastri bugnati, presenta il corpo centrale comprendente tre grandi finestre ad arco, un lungo poggiolo e due ali simmetriche con due finestre a poggiolo. Una cornice distingue il piano nobile dall'ultimo piano, caratterizzato da una serie di finestre quadrangolari. Sul cornicione si imposta un coronamento a lunette e guglie alternate e nel mezzo un abbaino con iscritta una serliana cieca. Completano la facciata due stemmi in pietra d'Istria.

Loggia Amulea
(vds. la scheda “Loggia Amulea”)

ALTRI EDIFICI
  • Palazzo Sartori: qui il 1° agosto del 1866 Vittorio Emanuele II liberatore veniva ospitato dalla contessa Adele Sartori- Piovene: a ricordo di quell'episodio è stata affissa una targa;
  • Palazzo Fiocco: eretto dall'umanista fiorentino Palla Strozzi nel 1441, fu poi rimaneggiato da Bartolomeo Ammannati, al quale si può forse attribuire la statua di Nettuno, collocata entro la nicchia posta al fianco della gradinata di accesso. Nell'area del giardino sorgeva la chiesa di Betlemme con l'annesso convento delle monache agostiniane. Sul muro che limita il giardino a oriente è infissa una lapide che ricorda il valente paleografo Brunacci. L'unico resto reale del casinetto di Palla pare sia lo stipite della porta.
  • Dove sorge oggi la pizzeria Zairo, sorgeva un tempo il Teatro Vacca, che ebbe vita fino al 1791. Detto teatro dello Stallone, perché un tempo era adibito a ricovero del bestiame.
  • Caserma Salomone, sistemata in una parte del vecchio convento adattato allo scopo. Nel lato meridionale del porticato d'accesso è il sacrario della 58° Fanteria che contiene un mosaico con San Martino che dona il mantello al povero eseguito su bozzetto e cartone da Lucio Grossato nel 1950.
  • Foro Boario: costruito nel 1914 dall'ing. Alessandro Peretti, fu decorato nel timpano dallo scultore padovano Antonio Pennello. Esso sorge sull'area dov'era il convento e la chiesa della Misericordia delle monache Benedettine, distrutti all'inizio del 1800.
 

Reggia e Loggia dei Carraresi

REGGIA
I Carraresi entrano nella Storia di Padova poco dopo il Mille, ma è solo nel 1339 - con Ubertino - che conquistano il potere. Segno tangibile della nuova Signoria è la costruzione della reggia, subito intrapresa da Ubertino. L’edificio - costruito intorno al 1343 - era racchiuso da una possente cinta muraria ed era collegato alla prima cinta di mura della città, da un corridoio pensile chiamato “traghetto”. La reggia conteneva due “Palazzi” (di Ponente e di Levante), collegati da un corpo centrale. Il grande cortile interno era circondato da un bel porticato a colonne. Dalle logge superiori, si accedeva alle due sale di ricevimento: la trecentesca Sala Tebana e la cinquecentesca Sala degli Eroi o dei Giganti. Quest’ultima - stupendamente affrescata e poi decorata da D. Campagnola, Gualtiero Padovano e Stefano dell’Arzere - fa ora parte del Palazzo Liviano. Il “traghetto” fu distrutto nel 1777, il cortile e gran parte del palazzo di Ubertino furono demoliti verso la fine dell’Ottocento.

LOGGIA
La Loggia Carrarese è l’unico edificio sopravvissuto dell’omonima Reggia. Realizzata nel 1343, da un certo Domenico da Firenze, essa si sviluppa su un doppio ordine di eleganti colonne in marmo veronese ed architravi lignei. In antico, la Loggia ospitava le stanze private dei Carraresi e, di fronte ad essa, si stendeva un ampio spazio verde chiamato “Praetto”. Quando morì Ubertino (1345), i Carraresi vollero creare un luogo di devozione per la famiglia e per gli ospiti. Si provvide allora a chiudere la Loggia cosiddetta “esterna”, facendone una Cappella, che fu affrescata dal Guariento con scene del Vecchio Testamento (1355-1360). Attualmente la Loggia è sede della prestigiosa Accademia Galileiana di Scienze Lettere ed Arti.
 

Teatro Anatomico

Su progetto di Paolo Sarpi, il Teatro anatomico dell’Università di Padova fu realizzato nel 1594, per volere di Girolamo Fabrici di Acquapendente. Il Fabrici era un eminente chirurgo e professore dell’Ateneo patavino, inventore delle illustrazioni anatomiche a colori. Attraverso un Consigliere della Nazione Germanica, venne a sapere che gli studenti tedeschi di medicina lamentavano la mancanza di un “teatro” per seguire le lezioni di anatomia. E subito provvide, realizzando il Teatro anatomico, ritenuto il più antico del mondo.
Il Teatro si trova nel Palazzo del Bo, può contenere fino a 300 persone e presenta una forma ovale ad anfiteatro, con sei ripide gallerie digradanti, illuminate da lampade. Sul fondo sta ancora il tavolo che serviva per le lezioni. In origine, l’ambiente era provvisto di un tetto mobile, per consentire la fuoriuscita dei cattivi odori generati dalle dissezioni. Un lucernario a soffitto fu realizzato nel 1844 per utilizzare la luce solare. Dal 1861 il Teatro ebbe anche una sala comunicante attigua per le esercitazioni degli allievi. Per le lezioni di anatomia venivano sezionati i cadaveri dei condannati a morte. Affinché le lezioni potessero svolgersi regolarmente, venivano nominati i cosiddetti “Massari” che avevano il compito di procurare i cadaveri necessari. Quando le esecuzioni capitali divennero rare, il Teatro anatomico cessò di funzionare (1872). Realizzato secondo i canoni stilistici del Rinascimento, il Teatro non subì nel tempo alcuna modificazione.
 

Tomba di Antenore

Tomba di Antenore “Antenore, scampato agli Achei, poté
penetrare i golfi illirici, spingersi senza pericolo
nei regni dei Liburni, oltre le sorgenti del Timavo …
Qui egli fondò la città di Padova e stabilito
una colonia troiana, dando il suo nome al popolo;
qui ha appeso le armi d’Ilio, qui ora riposa composto
in placida quiete”. (Eneide, I, 242 ss.)


Così Virgilio consacra la leggenda sofoclea d’Antenore, alludendo anche alla sepoltura dell'eroe troiano nella città da lui fondata, Padova. La tradizione fu rinverdita nel 1274 quando - durante i lavori per la costruzione di un ospizio - emerse in contrada San Biagio un'arca di marmo contenente una duplice bara di cipresso e di piombo: un'epigrafe metrica su lamina di bronzo indicava che la bara stessa apparteneva al mitico fondatore della città. Il committente dei lavori di scavo, il giudice ed umanista Lovato de' Lovati, ritenne di aver scoperto le spoglie del mitico eroe troiano e propose di collocare il sarcofago a ridosso della Chiesa di San Lorenzo, davanti alla sua stessa abitazione. Nel 1283-1285 le spoglie furono sistemate all'interno dell'edicola, che ancora oggi si ammira nel centro cittadino. Nel 1334 l'arca fu riaperta per onorare "il sangue troiano" e in quell'occasione fu trovata l'aurea spada d’Antenore - su cui erano incisi versi poetici - che il popolo padovano cedette ad Alberto della Scala.
Nel corso dei restauri del 1995, fu individuato nel monumento un tassello rettangolare di cm. 20x58,5, perfettamente squadrato e nascosto da uno strato d’unto accumulatosi negli anni. Attraverso il tassello si poté vedere che il sarcofago conteneva una cassa di legno, scoperchiata. Nella cassa giaceva uno scheletro incompleto. Il teschio era al di fuori della cassa e presentava un notevole foro sulla fronte, certamente provocato da un’arma da taglio; il foro occipitale sembrava invece essere stato allargato meccanicamente. La cassa conteneva inoltre un femore d’altro soggetto, alcune ossa femminili, un frammento di faccia fetale, un piccolo resto di fauna. Un frammento osseo fu inviato a Tucson in Arizona per l'esame al carbonio: il responso fu che le spoglie appartengono ad un uomo vissuto tra il III ed il IV secolo d.C. Tale dato esclude definitivamente che le ossa contenute nel sarcofago possano essere di Antenore.