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Lunedì 5 Dicembre 2016, San Saba
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Cappella degli Scrovegni

Padova / Italia
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Nel febbraio del 1300 Enrico Scrovegni acquistava la proprietà dell'Arena, ossia l’area dell’anfiteatro romano, che comprendeva una chiesa dedicata all'Annunciata ed un palazzo. Tre anni dopo, lo Scrovegni iniziò la ricostruzione della Cappella, in segno di espiazione dei peccati del padre Reginaldo. Quest’ultimo, morto ricchissimo, ma in fama di usuraio, è ricordato da Dante, e posto fra i dannati del settimo cerchio dell'Inferno. La chiesetta fu dedicata a Santa Maria della Carità e venne chiamata anche Cappella della Madonna della Carità o della Madonna dell'Arena: fu consacrata il 25 marzo 1305.
L’edificio, di cui non si conosce l’architetto, è in stile romanico ed ha forme lineari. L’interno è formato da un unico ambiente, con copertura a botte: nel presbiterio si trova il sepolcro di Enrico Scrovegni, opera di Andriolo de Santi; sull'altare, Madonna col bimbo e due angeli, statue di Giovanni Pisano; nelle due nicchie dell’abside, Madonne che allattano, di Giusto de’ Menabuoi.
L'intera decorazione - eseguita da Giotto e dai suoi allievi, probabilmente nel 1303-1305 - è considerata uno dei massimi capolavori artistici di tutti i tempi. Il ciclo di affreschi è di enorme importanza per la storia della pittura, perché il realismo che caratterizza la pittura di Giotto è molto innovativo dell’arte figurativa del tempo. Superando decisamente lo schematismo e la staticità dell’arte bizantina, Giotto propone un nuovo concetto di spazialità, un nuovo rapporto tra figure ed ambiente, e dà inizio all’arte moderna. I trentanove affreschi del ciclo giottesco coprono tutte le pareti e la volta.
Così ne scriveva, ai primi del Novecento, Andrea Moschetti: “In tre zone di riquadri, che si stendono lungo le due pareti maggiori, Giotto narra la vita di Maria e - nella vita di Maria - quella di Cristo, dal giorno in cui Gioacchino fu cacciato dal tempio per la sterilità del suo talamo alla discesa dello Spirito Santo sul capo degli Apostoli raccolti. Ciascuna zona sta a sé, come un atto distinto del grande dramma: nella prima è la vita di Maria prima della nascita di Gesù, nella seconda la vita di Gesù prima della sua passione, nella terza la passione, la risurrezione, la glorificazione di Cristo. Nella parete dell'arco trionfale stanno invece i fatti che precedono e preparano, pur non essendone parte, gli avvenimenti ora narrati, come tre diversi prologhi ai tre atti diversi: 1° il Padre Eterno sul trono, adorno dagli angeli, cioè la volontà eterna da cui emanò la salvezza del genere umano, e dinanzi a lui Gabriele già pronto al cenno divino per la sua alta missione; ed è questo come prologo generale che tutto abbraccia il gran dramma; 2° l'Annunciazione e la Visitazione che precedono ai fatti della nascita e della giovinezza di Gesù; 3° il tradimento di Giuda, che ne prepara la passione. Sulla parete di fondo invece, sopra la porta, si spiega il Giudizio universale, l'epilogo del grande dramma, dal quale i buoni usciranno redenti ed eternamente beati, e i malvagi eternamente dannati. Nella volta dieci medaglioni con le effigie di Cristo e di Maria, i due protagonisti, e dei profeti che questi avvenimenti vaticinarono; nelle ricche fasce, pure a medaglioni, che dividono fra loro i riquadri dei dipinti, o scompartiscono il soffitto, busti dei santi e dei dottori della Chiesa, ovvero piccole scene del vecchio testamento in contrapposizione e ad illustrazione delle vicine scene del nuovo. Finalmente nell'alto zoccolo, lungo le due pareti maggiori, a sinistra le figurazioni dei Vizi, a destra quelle delle Virtù, quanto a dire il substrato allegorico di tutto il dramma, le condizioni di peccato e di perfezione dell'anima umana. È il dramma della redenzione e della sublimazione dell'umanità che si svolge sulle pareti affrescate dall'immortale pennello”.
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