Nel prologo de “La Betìa”, Angelo Beolco detto il Ruzante (o Ruzzante), noto commediografo padovano del Cinquecento, scriveva il panegirico della sua città. “Ma dov’è l’aria migliore? Dov’è il miglior pane? Dov’è il miglior vino? … Dov’è città più bella? Dove più forte? Dove sono tante belle chiese, guarda, come quella del Santo? Dove tante belle piazze? Dove sono tanti bei fiumi? Dove tanti bei portici, che puoi andare al coperto dappertutto, e piova pure, se vuole? Dove sono tanti dotti di tutte le scienze, che tutti da tutto il mondo corrono in folla a imparare, se non qui?”
Alla fine del Settecento, Goethe descriveva la città come «Alberi sopra alberi, cespugli sopra cespugli, case bianche a non finire che occhieggiano tra il verde».
Ne “Le Città del Silenzio” il D'Annunzio così cantava Padova, tratteggiando col verso alcuni luoghi e monumenti, ma soprattutto cogliendone l’anima e l’atmosfera tipicamente “venete”.
«Non alla solitudine scrovegna,
o Padova, in quel bianco april felice
venni cercando l'arte beatrice
di Giotto che gli spiriti disegna;
né la maschia virtù d'Andrea Mantegna,
che la Lupa di bronzo ebbe a nutrice,
mi scosse; né la forza imperatrice
del Condottier che il santo luogo regna.
Ma nel tuo prato molle, ombrato d'olmi
e di marmi, che cinge la riviera
e le rondini rigano di strida,
tutti i pensieri miei furono colmi
d'amore e i sensi miei di primavera,
come in un lembo del giardin d'Armida.»
Il volto della città è indubbiamente cambiato. L’opera del tempo e la mano dell’uomo si sono fatte sentire a Padova come altrove. Negli ultimi cinquant’anni il “miracolo economico” si è verificato anche qui; il cemento ha seppellito molto verde e le “case bianche a non finire” si sono notevolmente scurite.
Eppure, passeggiando per le vie di Padova - specie all’ombra degli innumerevoli portici, o nelle grandi piazze - ascoltando il dialetto musicale e le arguzie popolane del mercato della frutta, gustando il religioso silenzio che circonda il “Santo”, osservando il viavai del “Bo”, guardando le chiese, i palazzi, i monumenti, si sente ancora il respiro antico delle origini medievali, il fascino del passato; si può ancora scoprire la bellezza calma - quasi “casalinga” - della Padova di un tempo, il vero volto della città.
Si scopre, ad esempio, che il degrado ambientale e architettonico riguarda solo una parte del tessuto urbano, ma che buona parte di questo tessuto - localizzato soprattutto nel centro storico - ha mantenuto grazia di forme e purezza di linee. Si riscopre, ma non dispiace, che l’architettura cittadina ha un’ottica sostanzialmente provinciale, e che in essa sono confluiti - filtrati - stili e concezioni che vengono di lontano, allusioni orientaleggianti, ad esempio, come nelle cupole di Sant’Antonio o di S. Giustina. Torna alla mente che Padova non ha ospitato architetti di prima grandezza: Falconetto non è Palladio, Andrea Bosco e Andrea da Valle sono lontani dal Bramante … L’architettura di Padova è stata definita “di tono minore”, ma solo per rilevare che la sua bellezza nasce dalla costante, forse inconsapevole, ricerca di un equilibrio urbanistico, in cui - bandito l’appariscente - convivono l’imponenza e la modestia, il palazzo nobiliare e la casa del semplice. Questa caratteristica è rara, e non sempre debitamente apprezzata. Essa impone che la “scoperta” della città, da parte del forestiero, avvenga, non con l’impatto del grandioso, né con la ricerca del gioiello architettonico, ma attraverso una serie continua di sensazioni e scenografie cangianti, nello sforzo di catalizzare forme, linee, colori e suoni.
Il discorso cambia radicalmente se dall’esterno ci si sposta all’interno, cioè se dall’architettura si passa alle arti figurative: pittura e scultura. Si noterà, non senza stupore, che in questo campo Padova ha sempre voluto ed ottenuto il meglio. Qui Giotto ha dipinto il suo capolavoro: gli affreschi della Cappella degli Scrovegni; qui Donatello ha realizzato - tra l’altro - il monumento equestre al Gattamelata, che si erge altero e possente sulla Piazza del Santo; qui il Mantegna ha magnificamente affrescato la Cappella Ovetari nella Chiesa degli Eremitani; qui Giusto de’ Menabuoi ha posto mano per decorare il Battistero del Duomo. Qui , in provincia, lontano dai grandi centri di potere, hanno operato i massimi artisti - soprattutto italiani - di ogni epoca: oltre a quelli già nominati, Altichiero, Paolo Uccello, Filippo Lippi, Tiziano, Paolo Veronese, Tiepolo, Antonio Canova, per nominare solo i maggiori. Impalpabile, ma reale, è poi quell’atmosfera che solo una grande Università riesce a trasmettere. La si nota soprattutto in centro, nel modo scanzonato con cui gli studenti si presentano - o attaccano i “papiri” a destra e a manca - nella caccia alle matricole e nei festeggiamenti ai neo-laureati. Ma, più seriamente, è un’atmosfera intellettuale che investe e impregna e caratterizza gli atteggiamenti dei Padovani: indovini che questi sono fieri della loro istituzione, per cui tutti sono nominati “gran dottori”, anche se l’enorme afflusso di studenti ha creato non pochi problemi alla città.
E infine cogli anche il rispetto, l’affetto e la venerazione che i cittadini portano a Sant'Antonio, portoghese di nascita ma definitivamente padovano di adozione. I Padovani sentono di avere, ed esercitano, quasi un diritto di esclusiva su questo Santo. La venerazione e la confidenza arrivano al punto che Antonio è considerato il “Santo” per antonomasia, senza bisogno di nome proprio. Anche questa è una peculiarità di Padova, e non la meno importante.

