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Basilica di San Gaudenzio (e Cupola Antonelliana)

Novara / Italia
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La Basilica prospetta su Via Gaudenzio Ferrari (il pittore, nato verso il 1516). Il tempio, dedicato a San Gaudenzio – primo vescovo e patrono di Novara – fu ricostruito nel Cinquecento e prese il posto dell’antica Basilica gaudenziana, posta fuori le mura. Su disegno dell’architetto Pellegrino Pellegrini, detto il Tibaldi, i lavori di costruzione ebbero inizio nel 1577 e terminarono nel 1659.
L’esterno è dominato dalla Cupola Antonelliana, struttura ardita alta circa 121 metri che è il simbolo principale della città. Essa fu eretta nel 1840 dall’architetto Alessandro Antonelli, l’autore dell’omonima Mole torinese. Essa è una vera e propria meraviglia architettonica, formata da una struttura autoportante a blocchi successivi che terminano nella lanterna. Sulla sommità della Cupola fu posta, nel 1878, la statua del Salvatore, opera dello scultore Pietro Zucchi. Notevole, anche se sovrastato dall’imponenza della Cupola, è il campanile, costruito nel Settecento su disegno dell’architetto Benedetto Alfieri. L’ingresso, monumentale, mostra un bel portone in noce lavorato, abbellito da rosoni e teste in ferro fuso: anch’esso è opera dell’Antonelli.
L’interno della Basilica è a croce latina, con un’unica navata e cappelle laterali, tre per lato. In uno scurolo (cripta sopraelevata) di Francesco Castelli, è custodita l'urna con le spoglie di San Gaudenzio. Nella volta Stefano Maria Legnani (secolo XVII) dipinse San Gaudenzio portato in Cielo dagli angeli. Nella cappella della Natività è collocato un famoso polittico di Gaudenzio Ferrari. Il polittico è a due ordini: nel superiore, la Natività al centro, Gabriele annunciante a sinistra e Maria annunciata a destra; nell'inferiore, la Vergine col Figlio e Santi in mezzo, a sinistra San Pietro e il Precursore, a destra San Paolo e San Gaudenzio: quindi la predella con pitture analoghe. La Basilica contiene inoltre, pregevoli opere pittoriche di Bernardino Lanino (XVI secolo), del Moncalvo, del Morazzone, di Giovanni Mauro della Rovere e di Tanzio da Varallo.
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