Login / Registrazione
Venerdì 23 Giugno 2017, San Giuseppe Cafasso
follow us! @travelitalia

Visitare Messina - guida breve

 

Acquario di Messina (Acquario Comunale)

L’Acquario si trova all’interno di Villa Mazzini, in Piazza Unità d'Italia. La struttura nasce nel 1957, per volontà e sforzi dell' Istituto Sperimentale Talassografico di Messina, all'interno di Villa Mazzini. Unica struttura di tal genere in Sicilia, fa parte del ristretto gruppo di Acquari storici d'Italia. E’ dotato di ventidue vasche espositive, con un volume totale di 100.000 litri di acqua marina, otto acquari che riproducono ambienti acquatici del mondo, circa 100 specie ittiche ospitate. Le singole vasche, che hanno una capacità che varia dagli 8.000 ai 3.000 litri d'acqua, ospitano specie ittiche del Mar Mediterraneo; sono presenti, inoltre, molte specie di organismi bentonici (anellidi, poriferi, tunicati, eccetera) e di alghe che colonizzano spontaneamente le vasche.
Le vasche dell'Acquario ricevono acqua di mare prelevata direttamente dallo Stretto di Messina attraverso potenti elettropompe. Ogni anno vengono prelevati dal mare circa sessanta milioni di litri d'acqua. Ogni vasca è alimentata separatamente attraverso un getto d'acqua marina, immesso dall'alto sotto pressione; in questo modo, con l'acqua viene fornita, sotto forma di bollicine, una certa quantità d'aria che assicura l'areazione della vasca. I pesci e gli altri organismi che popolano le vasche vengono alimentati, in media, tre volte la settimana, con pesci, crostacei, molluschi, mangime secco, vegetali, tenendo conto delle esigenze di ogni singola specie. Gli animali sono distribuiti nelle vasche secondo criteri ben precisi: devono infatti convivere pacificamente. Le vasche ricevono luce naturale attraverso un lucernaio posto sul tetto dell'edificio; inoltre, un’illuminazione artificiale integra la quantità di luce necessaria per consentire una buona osservabilità degli ospiti da parte dei visitatori.
 

Campanile del Duomo

Il campanile originale risale ad epoca normanna. Fu danneggiato nel terremoto del 1783 e abbattuto definitivamente nel 1863, perché pericolante. Nel 1930, l’Arcivescovo Paino volle ricostruirlo con la conformazione originaria, affidando l'incarico all’architetto Valenti, per la parte architettonica e all’ingegner Giannelli, per quella statica. Ne uscì il campanile attuale, alto 60 metri, di cui 48 destinati alla torre e 12 al corpo della cuspide. La base è quadrata e misura metri 9,60 per lato.
Il campanile contiene l’orologio astronomico meccanico più famoso e fra i più grandi del mondo, realizzato dai fratelli Ungerer di Strasburgo. Concepito per dare in sette scene la rappresentazione della storia civile e religiosa di Messina, l’orologio fu inaugurato il 13 agosto del 1933, come ricorda una lapide.
L'apice del campanile è composto da una cuspide quadrangolare, attorniata da altre quattro cuspidi più basse, che racchiudono i quattro quadranti delle ore, uno per ogni lato. I quadranti hanno un diametro di 2.40 m e sono posti in una zona in cui vi è una rientranza del campanile, tanto che attorno ad essi vi è un terrazzino belvedere, aperto al pubblico. Sotto i quadranti si posizionano a scendere le seguenti sette scene: Il Leone, il Gallo con Dina e Clarenza (due eroine messinesi che salvarono la città dall’assedio francese del 1282) e le campane dei quarti e delle ore, la Madonna della Lettera con l'angelo San Paolo e quattro ambasciatori messinesi, le scene bibliche (adorazione dei pastori, adorazione dei re Magi, resurrezione di Cristo, discesa dello Spirito Santo), la chiesa di Montalto, il decorso della vita umana, i giorni della settimana. Cinque scene su sette si mettono in movimento ogni giorno dopo il rintocco delle ore 12, mentre le altre due sono in movimento nell'arco della giornata.
Nel lato sud del Campanile, quello rivolto verso la facciata del Duomo, vi sono le rappresentazioni delle fasi lunari, il planetario e il calendario perpetuo.
 

Chiesa di San Giovanni di Malta

La struttura primitiva risale al 535: fu fondata dal monaco benedettino Placido, figlio del nobile romano Tertullo. Nel 541 Placido ricevette in visita i suoi fratelli Eutichio, Vittorino e Flavia che perirono con lui in seguito all'attacco dei saraceni. La Chiesa e un bellissimo palazzo in città ospitarono per lungo tempo il Gran Priorato dei Cavalieri di Malta, dopo che i Cavalieri stessi furono cacciati da Rodi nel 1136. Messina fu scelta come residenza del Grande Maestro, che qui restò fino al definitivo trasferimento dell’Ordine a Malta.
Il tempio fu ricostruito nel 1588, su disegno dell’architetto-scultore Jacopo Del Duca, allievo di Michelangelo: durante i lavori fu ritrovato il corpo di San Placido e, nel 1608, furono scoperti anche i resti dei fratelli.
Dopo il sisma del 1783, la Chiesa fu nuovamente ricostruita. Suddivisa in tre navate, conteneva diciannove altari, con lo stemma di Michele Paternò, Gran Priore dell'ordine dei cavalieri di Malta. Il terremoto del 1908 la rese impraticabile e solo sette dei diciannove altari si salvarono. Attualmente soltanto due di questi altari sono rimasti all'interno della chiesa, che custodisce le tombe dei santi sopra menzionati, e il sepolcro del grande scienziato messinese Francesco Maurolico.
La chiesa fu riaperta al culto nel 1925, ma poco resta del suo splendore di un tempo. Una parte dell’area è stata ceduta per la costruzione dell’attuale Palazzo della Prefettura.
 

Chiesa di Santa Maria Alemanna (Chesa di Santa Maria degli Alemanni)

La Chiesa di Santa Maria Alemanna (o degli Alemanni) sorge sulla via omonima ed è l’unica chiesa in stile gotico puro esistente in Sicilia. Incerta è la data di costruzione, che però è collegata all’ordine dei Cavalieri Teutonici – voluto a Messina da Ferdinando II di Svevia – e si pone intorno al 1220. Appare certo che, nella costruzione, furono impiegate maestranze del nord Europa. Il tempio fu riparato nel 1485, poi fu affidato all’amministrazione della Magione. Nel 1571, dopo la battaglia di Lepanto, vi trovò ricovero il Cervantes. Abbandonata al degrado, la Chiesa fu quasi completamente distrutta da un fulmine nel 1612. Il sisma del 1783 completò la distruzione: l’edificio fu dichiarato inagibile e adibito a magazzino fino al 1874. Seguì un tentativo di restauro, perseguito con poco impegno. Il terremoto del 1908 rispettò i ruderi, ma il successivo piano regolatore alterò i caratteri originari dell’edificio, soffocandolo con la sollevazione delle vie circostanti e la costruzione di nuovi edifici. Un tentativo di restauro si ebbe negli anni ’30, ma il progetto fu abbandonato per il sopraggiungere della guerra. Lo stesso progetto fu ripreso negli anni ’50. Si ricorse all'anastilosi, cioè alla ricomposizione degli alzati con elementi originari: ciò che restava del tempio fu smontato e parzialmente ricomposto con armature in cemento armato. Notevoli sono gli eleganti archi a sesto acuto e i capitelli di età medievale, scolpiti con motivi floreali, con esseri mostruosi e figure umane. I portali originali sono conservati al Museo cittadino.
Dopo il recente restauro conservativo, ottimamente riuscito, l'edificio ospita varie iniziative culturali.
 

Chiesa di Santa Maria della Valle (Badiazza)

Poco fuori Messina, nell’alta valle del torrente Ritiro, in una vallata ai piedi dei Peloritani, sorge la bellissima chiesa medievale di Santa Maria della Valle o della Scala, nota anche come la “Badiazza”. La sua fondazione risale all'XI secolo e fu opera di monache Benedettine che, accanto alla Badia, avevano costruito anche un monastero di cui si hanno scarsi resti. La costruzione del complesso è legata a un fatto leggendario cui si ispirava un quadro, conservato in chiesa, raffigurante una Madonna con accanto una scala. Nel 1282, durante la guerra del Vespro, gli angioini che assediavano la città la saccheggiarono e la incendiarono. Ricostruita e ampliata da Federico II d'Aragona, la Chiesa fu abbandonata dopo la grande peste del 1347. I numerosi straripamenti dei torrenti e i terremoti ne hanno continuato il declino. La Chiesa, restaurata di recente, è un bell'esempio di arte medievale che accomuna vari aspetti dell'architettura siciliana del tempo.
L'esterno, per l'intero perimetro, è caratterizzato da una merlatura restaurata di recente. L’interno, a croce latina, è diviso in tre navate di cui la più grande è quella centrale. Le navate sono delimitate da poderosi pilastri sormontati da bei capitelli a motivi vegetali con foglie uncinate e croci. La cupola, crollata nel novecento ma visibile in alcune stampe, era emisferica: probabilmente fu influenzata dall'architettura araba. Poco resta del patrimonio artistico della chiesa. Le absidi erano ricoperte da ricchi mosaici in stile bizantino eseguiti in età sveva di cui ci resta un piccolo frammento, oggi al museo, raffigurante la testa di San Pietro. Nel Museo Regionale è anche uno splendido tondo in maiolica del la Madonna della frutta (o Madonna col Bambino), attribuito a Luca della Robbia del XV secolo. Il dipinto della Madonna della Scala, trasferito nel nuovo monastero in città, è andato perduto con il terremoto del 1908.
 

Duomo di Messina

Dedicato a Santa Maria Assunta, il Duomo di Messina sorge sulla piazza omonima ed è uno dei più antichi, ma anche dei più nuovi d'Italia. Terremoti e incendi hanno punteggiato la sua esistenza, condividendo la storia della città, colpita più volte da sismi disastrosi. La costruzione si ritiene ultimata verso il 1150, ma la sua consacrazione avvenne sotto gli Svevi, il 22 settembre 1197, alla presenza di Enrico VI, figlio del Barbarossa. L’edificio subì varie modifiche: lo stravolgimento maggiore si ebbe nel Seicento, quando la purezza delle linee medievali fu appesantita da stucchi e decori barocchi. Solo negli anni '20 del Novecento, con la ricostruzione dopo il terremoto del 1908, fu restituita al Duomo l'originaria sobrietà propria delle cattedrali normanne. Tra manomissioni, interventi e modifiche, il duomo continuò la sua storia fino al 13 giugno 1943, quando finì sotto i bombardamenti degli alleati: l'incendio che ne seguì portò alla distruzione dell'interno e di tutto l'apparato decorativo. L'opera di rifacimento, secondo le linee tracciate nei restauri degli anni '20, fu rapida. Già nell'agosto 1947, la Chiesa fu riaperta al culto e insignita del titolo di Basilica da Papa Pio XII.
La facciata è dominata dai tre portali tardo-gotici originali. Il più importante è quello centrale, prezioso e intricato ricamo di pietra in cui spiccano motivi religiosi e profani, scene di vita quotidiana e agreste; fu realizzato fra il '300 e il '500. Il portale di sinistra, del '400, mostra una vergine benedicente, incastonata fra motivi animali e vegetali. Quello di destra, datato 1518, presenta nella lunetta la figura di San Placido.
All'interno, la pianta basilicale è scandita, nella navata centrale, da due serie di tredici colonne. Lo slancio degli archi a sesto acuto accompagna lo sguardo verso le capriate lignee del soffitto, ridipinte dopo il '43, ispirandosi ai giochi di colore arabo-bizantini. In fondo, nell'abside centrale, emerge l'imponente mosaico del Cristo Pantocratore, fedele riproduzione di quello trecentesco. Dodici cappelle delle navate laterali sono occupate da statue raffiguranti gli apostoli. Il progetto originario dell'allestimento è opera del Montorsoli; le statue originali sono state realizzate fra il '500 e il '700, ma purtroppo distrutte nei bombardamenti del '43; le attuali sono copie realizzate da diversi artisti. La chiesa è chiusa dal transetto, dove è collocato un grandioso organo polifonico, fra i maggiori d'Europa, composto di cinque tastiere, 170 registri e più di 16 mila canne. L'altar maggiore, dedicato alla Madonna della Lettera, patrona di Messina, è realizzato come una macchina scenica a baldacchino, adorna di marmi e rame dorato. Alla sua realizzazione, iniziata nel 1682 e terminata nella seconda metà del '700, contribuirono Pietro Juvarra e Guarino Guarini.
In appositi locali è ospitato il Tesoro del Duomo, che espone pregevolissimi arredi, paramenti sacri e antichi reliquiari in materiale prezioso. Il pezzo forte del tesoro del Duomo è costituito dalla "Manta d'oro" del peso di venti libbre, realizzata nel 1668 dal fiorentino Innocenzo Mangani. Decorata con pietre preziose e gioielli, la Manta serve a rivestire il quadro della Madonna della Lettera, che campeggia sull'altar maggiore.
 

Fontana del Nettuno

La Fontana del Nettuno si trova in Piazza Unità d'Italia, proprio di fronte al Palazzo della Prefettura. E’ opera dello scultore Giovan Angelo Montorsoli, allievo del Buonarroti, che si avvalse della collaborazione di Francesco Maurolico, umanista e matematico messinese. Nell’opera lo scultore toscano rappresenta un'allegoria delle acque dello Stretto, dominate da Nettuno che incatena le furibonde sirene Scilla e Cariddi, rendendole inoffensive. Il Nettuno è quindi un'allegoria della forza fisica e morale della Città che doma le avversità.
La fontana, ultimata nel 1557, fu collocata nella zona del porto antistante le mura cittadine, dalla quale nel 1934, fu spostata nel sito odierno con il Nettuno rivolto verso il mare. Il bacino è a pianta ottagonale, ornato agli angoli da pannelli con tridenti, conchiglie e delfini. In corrispondenza dei lati corti si trovano vasche di forma ovale che ricevono e versano l'acqua attraverso teste di leoni e divinità marine. Sul bordo della vasca sono incisi i nomi dello scultore, del Viceré Giovanni Cerda, dei Senatori e dei "provisori delle acque". La statua di Nettuno col tridente in mano è posta su un alto piedistallo, che si alza dal centro della vasca, con cavalli marini, stemmi e mascheroni in rilievo. Ai due lati sono poste le figure mitologiche di Scilla e Cariddi, caratterizzate da una Potenza espressiva tipicamente manieristica. Le statue di Nettuno e Scilla sono copie degli originali, danneggiati dai bombardamenti borbonici del 1848 e oggi custoditi al Museo Regionale.
 

Fontana di Orione

Situata in Piazza Duomo, la Fontana di Orione fu completata nel 1553 dallo scultore toscano Giovan Angelo Montorsoli, discepolo di Michelangelo. La struttura – che lo storico dell’arte Bernard Berenson definiva come “la più bella fontana del Cinquecento europeo” – sorgeva a completamento dell'acquedotto civico che recava in città le acque del Camaro: doveva abbellire la piazza e fornire acqua ai cittadini.
La fontana è a pianta dodecagonale e si sviluppa in più vasche sovrapposte attraverso un complesso apparato figurativo desunto dalla mitologia classica e adattato alle finalità celebrative del monumento. Sotto la fonte si trova il tratto terminale dell'acquedotto con un’importante iscrizione dettata dallo scienziato messinese Francesco Maurolico: NILVS EGO IGNOTVM SEPTENA PER OSTIA FESSUS HIC CAPVT IN CREMIO ZANCLA REPONO TVO. (Io, il Nilo diviso in sette foci, le mie ignote origini nascondo nel tuo seno, o Zancle).
L'intero fonte è costruito con marmi pregiati: sulla base si erge il basamento della fontana che si sviluppa su tre gradini e mantiene la pianta dodecagonale. La grande vasca presenta quattro lati rientranti in cui sono alloggiate altrettante vasche ovali, mentre otto dadi posti al suo esterno reggono altrettante statue in pietra nera di mostri mitologici. La grande vasca è inoltre sostenuta da una serie di cariatidi e telamoni a mezza figura, mentre sui quattro lati rientranti sono sdraiate statue raffiguranti i fiumi Tevere, Nilo, Ebro e Camaro che versano acqua nelle vasche sottostanti da brocche capovolte. Il complesso apparato scultoreo risponde all'esigenza di vantare le remote origini della città, attribuite al mitico cacciatore Orione.
 

Museo Regionale

Il Museo Regionale sorge in Viale della Libertà, lungo la riviera nord della città, in prossimità del torrente Annunziata. Sede museale è l'ex filanda Barbera-Mellinghoff, costruzione tardo ottocentesca, individuata già nel 1908, dopo il terremoto, come sede del museo e poi riattata e riaperta al pubblico nel 1922. L'attuale sede museale è aperta al pubblico dal 1922, ma negli anni ha subito molti lavori di ristrutturazione e risistemazione degli ambienti espositivi; gli interventi più consistenti risalgono agli anni Ottanta e sono quasi conclusi quelli che prevedono l'ampliamento in un edificio adiacente.
Il Museo illustra la civiltà figurativa espressa dalla città attraverso i secoli (XII-XVIII), sottolineata da personalità come quelle di Antonello da Messina, di Girolamo Alibrandi, di Polidoro e di Caravaggio, che furono le punte emergenti della cultura artistica messinese. Al nucleo iniziale delle collezioni provenienti dal Museo Civico si aggiungono, dopo il 1908, dipinti ed opere scultoree, nonché preziosi manufatti decorativi, appartenuti a edifici danneggiati dal sisma e poi abbattuti. Si è così formato un patrimonio di opere che, accanto ai dipinti e alle sculture di autori prestigiosi e di artisti locali, annovera oggetti d’arte decorativa di grande rilevanza.
 

Porta Grazia

La barocca Porta Grazia, monumentale e artistico accesso alla Cittadella spagnola, fu costruita verso la fine del Cinquecento. Essa fu demolita alla fine degli anni ’50 del Novecento, e rimontata in cima alla gradinata di Piazza Casa Pia, dove si trova tutt'oggi. Il nome di questa splendida porta deriva da una preesistente chiesa che si dovette abbattere per far posto alla Cittadella. La porta ad arco è ornata da tre mascheroni grotteschi in marmo, mentre il resto della struttura è in calcare. Due pilastroni incorniciano la porta vera e propria, sormontati da ricchi capitelli e ghirlande. Ai lati due grandi finestre ottagonali, riccamente ornate, sembrano racchiudere la struttura. Il riquadro sopra l’arco accoglieva un'iscrizione del 1681, caduta durante il terremoto del 1894.
 

Santuario di Montalto

Il Santuario sorge sul colle della Caperrina. Fu il primo edificio di culto ricostruito dopo il terremoto del 1908 ed è dedicato alla Madonna delle Vittorie. La sua costruzione è legata alla leggendaria apparizione della Madonna in difesa dei messinesi assediati dai Francesi nel corso della guerra del Vespro (1282): si narra che la Vergine deviasse le frecce dei nemici e coprisse con le sue vesti bianche le mura, rendendole invisibili.
Costruito alla fine del Duecento, dopo la visita della Madonna a un fraticello del luogo, il complesso fu distrutto dal terremoto del 1908, ricostruito nel 1911 ed ampliato nel 1928. Fin dalla fondazione il Santuario fu affidato alle Suore Cistercensi che avevano il loro monastero presso la Fiumara San Michele.
Il prospetto, rivolto verso il mare, fu rifatto nel 1930 ed è affiancato da due campanili a cuspide. Tra le opere conservate nell’interno spiccano il Trono in marmo della Madonna, del Munaò (1915); e, sempre di marmo, la stupenda balaustra, due acquasantiere della fine del Settecento e un fonte battesimale scolpito dal Diletti.
 

Teatro Vittorio Emanuele

Il Teatro si affaccia su Via Garibaldi, sull'area che dal Trecento ospitava la Chiesa del Carmine e, dal 1738 le Carceri cittadine. Il 2 ottobre 1838 Ferdinando II di Borbone ordinò la costruzione di un nuovo teatro, accogliendo le istanze dei Messinesi che non erano più soddisfatti dal vecchio teatro La Munizione. Dopo qualche polemica, i lavori iniziarono nel 1842 e durarono dieci anni: il Teatro fu inaugurato il 12 gennaio 1852, compleanno di Ferdinando II, con l’opera "Il Pasha di Scutari" di Gaetano Donizetti, il cui titolo originale "Marin Faliero" era stato censurato dai Borboni perché ricordava il Doge veneziano che, nel Trecento, si era ribellato contro l'aristocrazia della città.
Il prospetto mostra un portico a tre arcate su cui poggiano eleganti colonne doriche; sopra, un loggiato avanzato che consentiva il passaggio delle carrozze; su di esso si ammira un gruppo scultoreo in marmo, realizzato nel 1847 da Saro Zagari, che rappresenta Il Tempo che scopre la Verità. L'esterno, in pietra siracusana, a bugnato, è di chiara architettura neoclassica con la parte frontale ornata da sculture e bassorilievi dello Zagari che rappresentano scene della vita di Ercole e sedici drammaturghi e musicisti famosi.
L'interno, completamente rifatto, comprendeva una sala a ferro di cavallo e quattro ordini di palchi bianco-oro; il soffitto era stato dipinto da Giacomo Conti e gli splendidi stucchi realizzati da Placido Di Bella. Il sipario, dipinto da Michele Panebianco, rappresentava Gelone che accorda pace ai vinti Cartaginesi. Il teatro comprendeva inoltre vari locali e sale che servivano per iniziative mondane e culturali. L’acustica era perfetta.
La sera del 27 dicembre 1908 fu rappresentata l'Aida di Giuseppe Verdi; poche ore dopo il terremoto distruggeva la città e buona parte del teatro. Tuttavia il sisma risparmiò il perimetro dell'edificio e le parti decorative. Per le priorità della ricostruzione di Messina, unite allo scoppiare della prima e della seconda guerra mondiale e ai bombardamenti alleati, fecero abbandonare per lungo tempo la ricostruzione del Teatro. Non mancò l’incuria dell’uomo. Solo negli anni ’50 furono eseguiti alcuni restauri, che consentirono nelle serate del 28 e 29 dicembre 1958, per il cinquantenario del terremoto, un'edizione ridotta dell'Aida. Negli anni '70 si provvide allo svuotamento totale del teatro e in seguito, dall'agosto 1982 al dicembre 1985, al suo ripristino. La nuova inaugurazione – in data 25 aprile 1985 – fu affidata al maestro Giuseppe Sinopoli, compositore di origine messinese. Oggi il teatro Vittorio Emanuele si presenta con l'esterno originale e l'interno completamente rifatto. Il soffitto è decorato da un dipinto di Renato Guttuso: il Mito di Colapesce.