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Martedì 19 Settembre 2017, San Gennaro
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Visitare Lucca - guida breve

 

Chiesa dei SS. Giovanni e Reparata (e Battistero)

La chiesa di Santa Reparata, con l’annesso Battistero intitolato a San Giovanni, si trova nella zona meridionale dell’antica Lucca romana. L’edificio fu eretto nel IV secolo, come Cattedrale cittadina. Nominata per la prima volta nel testamento del vescovo Valprando (754), la chiesa rimase sede vescovile fino agli inizi del VIII secolo - quando il titolo di cattedrale fu trasferito a San Martino - ma mantenne il diritto al fonte battesimale.
L’edificio attuale fu realizzato nel primo Seicento, per volontà e iniziativa del priore Cesare Turrettini. La facciata presenta forme tardo rinascimentali, ma conserva l’originario portale romanico, che risale alla seconda metà del XII secolo. L’interno è diviso in tre navate. A denotare chiaramente l’impiego di materiale romano di spoglio, sono soprattutto le colonne scanalate e il primo capitello a sinistra, adornato di foglie d’acanto. Il soffitto ligneo è a cassettoni e fu completato durante il priorato del Turrettini (1598-1622).
Il complesso - formato dal Battistero e dalla chiesa - è importante perché insiste su una vasta area archeologica. Questa fu aperta al pubblico nel 1992, dopo una lunga campagna di scavi che ha portato alla luce l’impianto della basilica paleocristiana del IV secolo e dell’adiacente battistero coevo. Sotto la basilica romanica, sono stati ritrovati alcuni resti della prima Cattedrale di Lucca, dedicata a Santa Reparata. Sotto il Battistero, invece, gli scavi hanno recuperato cinque diversi livelli di stratificazione che corrispondono a dodici secoli di Storia di Lucca. Oltre a quelli indicati, i reperti più antichi sono: un frammento di pavimentazione di una domus romana del I secolo a. C., alcuni resti di terme del I-II secolo d.C., alcune sepolture di epoca longobarda, alcuni resti del Battistero altomedievale e della cripta carolingia; il fonte battesimale, decorato da tarsie di marmi policromi.
 

Chiesa di San Frediano

Secondo la tradizione, fu lo stesso vescovo di Lucca, Frediano, a fondare la chiesa nel VI secolo, dedicando la nuova "Basilica longobardorum" a San Vincenzo. Nell'VIII secolo i resti del santo patrono di Lucca furono sepolti nella cripta, e fu quindi cambiata la dedicazione del tempio. L'edificio sorgeva fuori della cerchia muraria, presso la porta nord, ed era orientato con la facciata ad occidente. Intorno al 1112 la chiesa fu rifatta e ampliata, con facciata rivolta ad oriente. Nel Duecento l'edificio fu rialzato di oltre 3 metri, e fu inserito in facciata il grande mosaico di tipo bizantino. Ristrutturazioni e modifiche proseguirono fino al Cinquecento.
Attualmente, la basilica presenta un’ampia facciata in calcare bianco. Nella parte absidale della chiesa si eleva il possente campanile merlato a coda di rondine. Il paramento della torre campanaria fu rifatto nell'Ottocento. Al fianco settentrionale del tempio, si addossano gli edifici che ospitarono - fino al 1780 - il grande convento dei Canonici Lateranensi.
L'interno si divide in tre navate coperte, con capriate a vista e affiancate lateralmente da varie cappelle gentilizie. Di grande rilievo, sulla destra, è il fonte battesimale romanico a forma di vasca circolare, che risale alla metà del XII secolo. Notevole è la decorazione scultorea, dovuta ad artisti diversi: sul rivestimento esterno del fonte si trovano Storie di Mosè e Passaggio del Mar Rosso; sulle altre lastre della vasca Buon pastore e sei profeti; e nella coppa centrale Apostoli e i mascheroni da cui sgorgava l'acqua. Nella cappella adiacente sono conservati i resti di Santa Zita, morta nel 1278. In fondo alla navata destra si accede ai locali dell'Opera, dove si trovano dipinti e arredi sacri interessanti.
Stupendo il dossale dell'altare della Cappella Trenta, opera di Jacopo della Quercia. Infine, nella navata sinistra s’incontra la Cappella di Sant’Agostino, affrescata nel 1508 da Amico Aspertini, con gli splendidi Miracolo di San Frediano e Traslazione del Volto Santo. Sempre dell'Aspertini è l'affresco presso il portale maggiore, con Madonna, quattro santi e un angelo che suona il liuto.
 

Chiesa di Santa Maria Forisportam

Conosciuta anche come Santa Maria Bianca, la chiesa di Santa Maria Forisportam ha questo nome perché fino al secolo XIII si trovava fuori dalla cerchia delle mura romane, che passavano dalla vicina Via della Rosa. L’edificio fu eretto verso il 1180. L’impianto è a tre navate, con transetto ed abside. Il primo ordine è articolato in loggiati ciechi retti da semicolonne in facciata e nell’abside, da lesene nei fianchi e nei transetti. Una loggetta architravata completa l’abside.
Nella bella facciata in tipico stile romanico-lucchese, rivestita di un austero paramento bianco, si aprono tre portali sormontati da architravi decorati con motivi classici. L’interno mostra ancora elementi d’epoca romana e i colonnati medievali con capitelli, ma l’interno stesso fu notevolmente modificato nel corso dei secoli, soprattutto nel Cinquecento, quando vi furono collocate nuove opere, fra le quali due del Guercino: una Santa Lucia e un’Assunta. L’altar maggiore è opera di Vincenzo Civitali (1595).
Romana è anche la colonna "mozza" che si trova nella piazza: nel Medioevo essa era usata per indicare il termine del palio cittadino che si svolgeva sul lato esterno delle mura romane.
 

Duomo di Lucca

Tradizione vuole che il Duomo - intitolato a San Martino - sia stato fondato da San Frediano nel VI secolo. L’edificio fu ricostruito intorno al 1060, dal vescovo di Lucca, Anselmo da Baggio, futuro papa Alessandro II, e quindi rinnovato tra il XII e il XIII secolo.
La facciata - realizzata da Guidetto da Como e datata 1204 - s’ispira chiaramente a quella del Duomo di Pisa, ma si arricchisce d’elementi originali, tipici dello stile romanico-lucchese. Al piano terra s’apre un profondo porticato con tre ampie arcate sorrette da massicci pilastri compositi, sovrastati da tre ordini di loggette, che richiamano il Duomo pisano. Le tre arcate non sono d’uguale ampiezza, per l'asimmetria della facciata, che si restringe in prossimità del campanile, merlato, risalente anch'esso al XIII secolo.
Tra due arcate del portico era in origine collocato il gruppo statuario di San Martino che dona il mantello al povero, databile intorno al 1233, uno dei primi gruppi statuari medievali svincolati dalla funzione di scultura architettonica. Ora il gruppo originale è conservato all'interno del Duomo, e qui è sostituito da una copia. I portali della facciata sono stati decorati a più mani: nella lunetta del portale centrale spicca un rilievo con l'Ascensione di Cristo, mentre nelle specchiature tra i portali si trovano le Storie di San Martino e un Ciclo dei Mesi; nella lunetta del portale laterale destro sta il Martirio di San Regolo, mentre il portale sinistro mostra rilievi con Storie dell'infanzia di Cristo e una Deposizione, attribuiti alla scuola di Nicola Pisano.
L'interno, rinnovato nella seconda metà del Trecento, è a tre navate, divise da pilastri con transetto sporgente e abside semicircolare. Vi si conservano preziose opere d'arte, tra le quali si distinguono in particolare: in sacrestia, un dipinto di Domenico Ghirlandaio raffigurante la Madonna con il Bambino tra i Santi Pietro, Clemente, Paolo e Sebastiano; sugli altari della navata di destra un'Adorazione dei magi di Federico Zuccari e un’Ultima cena di Jacopo Tintoretto; nella cappella del santuario c’è la Madonna ed il Bambino tra Santi, opera di Fra' Bartolomeo (1509).
Ma i capolavori assoluti - che da soli arricchiscono il Duomo e lo rendono unico - sono il Monumento funebre di Ilaria del Carretto ed il Volto Santo. Vediamoli con qualche dettaglio.

  • Nella sacrestia è visibile il Monumento funebre di Ilaria del Carretto, seconda moglie di Paolo Guinigi, morta giovanissima l’8 dicembre 1405. L’opera fu eseguita a partire dal 1406 da Jacopo della Quercia e - in origine - era collocata nel transetto meridionale della cattedrale presso un altare patronato della famiglia Guinigi. Nel 1430, alla caduta della Signoria dei Guinigi, il monumento fu spogliato di tutte quelle parti che rendevano possibile riferirlo al tiranno, quali la lastra con lo stemma, poi recuperata, e un’iscrizione commemorativa, andata perduta. L’opera raggiunse la collocazione attuale nel 1887 dopo aver subito vari spostamenti all’interno della chiesa. Nella serenità della morte, Ilaria giace distesa su un basamento di marmo, fra decorazioni di putti e festoni, d’ispirazione classica. La testa poggia su un cuscino e gli occhi son chiusi: Ilaria sembra ritratta nel sonno. La veste, raffinata e leggiadra, ha una Foggia particolare, e forse corrisponde a quella indossata da Ilaria sul letto di morte. Ai suoi piedi è raffigurato un cane, simbolo della fedeltà coniugale. L’opera, delicata e perfetta, sembra avvolta da una mesta malinconia. Essa è frutto della straordinaria fusione tra il gusto tardo-gotico di matrice francese, che si manifesta soprattutto nel panneggio a pieghe sottili e parallele, con il sorgente gusto rinascimentale di ascendenza fiorentina, che si rivela nel dolce modellato della figura e del volto. Questa levigatezza era già stata notata nel Cinquecento da Giorgio Vasari, che scriveva: “… Jacopo di leccatezza pulitamente il marmo cercò di finire con diligenza infinita”, e che considerava quest’opera uno dei massimi capolavori della scultura del Quattrocento.
  • Al centro della navata sinistra sorge la cappella che custodisce il Crocefisso ligneo noto come "Volto Santo". Il tempietto è opera di Matteo Civitali, datata 1484. Circa il Crocefisso, narra la leggenda che esso sia stato scolpito in un cedro del Libano da Nicodemo, aiutato dagli angeli nel modellare le sembianze di Cristo. Tenuta nascosta per secoli e poi posta su una barca e affidata al mare aperto, la sacra immagine veleggiò miracolosamente per il Mediterraneo, approdando davanti al lido di Luni, dopo essere sfuggita ai pirati. Fu posta su un carro trainato da giovenchi, che liberamente si diressero verso Lucca, conducendo il Crocefisso alle porte della città, da cui non è più uscito. Probabilmente, il Volto Santo di Lucca fu eseguito tra l’XI ed il XIII secolo, forse ad imitazione di un più antico modello orientale. In origine il Crocefisso era in legno policromo, ma - con l'andar degli anni - il fumo delle candele e dell'incenso, hanno steso sulla figura una patina molto scura. Ogni anno, nei giorni 3 Maggio, 13 e 14 Settembre, in occasione delle feste religiose cittadine, il Volto Santo viene rivestito di preziosi ornamenti d'oro conservati nel Museo della Cattedrale. Da sempre il "Volto Santo" di Lucca è oggetto di gran venerazione e meta di pellegrinaggi dall'Italia e dagli altri paesi europei.
 

Mura di Lucca

Nel sistema di fortificazioni della città, è possibile individuare quattro fasi cui corrispondono altrettanti periodi di costruzione. La prima cerchia, di cui oggi rimangono poche tracce, è costituita dalle antiche mura romane. Fra l'XI e il XII secolo fu iniziata la costruzione della prima cinta medievale, o seconda cerchia, ultimata verso la metà del Duecento. Dovuta all’espansione urbanistica, la seconda cinta medievale, o terza cerchia, fu realizzata fra la seconda metà del Trecento e i primi decenni del Quattrocento, come ampliamento della precedente.
L'ultima espansione delle Mura, la quarta cerchia, rappresenta un rilevante esempio di applicazione della scienza militare del Cinquecento e del Seicento. In effetti, la costruzione fu decretata dalla Repubblica lucchese nel 1504, per adeguarsi ai progressi della tecnica militare e garantire una difesa più sicura della città, che temeva le spinte espansionistiche della Firenze medicea. I lavori, iniziati nel 1545 e terminati verso il 1650, videro via via impegnati importanti architetti militari, come il modenese Jacopo Sighizzi, il milanese Alessandro Resta, Ginese Bresciani da Firenzuola, gli urbinati Baldassarre Lanci, Francesco Paciotto, Pietro Vagnarelli, e i fratelli Matteo e Muzio Oddi; l'unico architetto lucchese che partecipò ai lavori fu Vincenzo Civitali.
Le Mura seguono in alcuni tratti l'andamento dei precedenti tracciati medievali e sono formate da undici baluardi congiunti da cortine per una lunghezza totale di oltre quattro chilometri. I baluardi, che garantivano la protezione di un tratto di mura o delle porte, furono eretti in modo tale che ognuno potesse controllare i due vicini. Costruiti con forma e caratteristiche diverse fra loro, incorporarono i torrioni edificati fra il 1516 e il 1522 agli angoli della cinta medievale.
Il baluardo di San Frediano, quello più antico, è l'unico che si presenta in forma rettangolare. In seguito furono costruiti bastioni ad orecchioni rotondi o a musoni squadrati, assai sporgenti rispetto alle cortine e quindi più adatti alle nuove tecniche di difesa. Su ogni baluardo si trova un piccolo edificio per il corpo di guardia, la "casermetta" (tuttora esistente). All'interno del baluardo furono ricavati grandi ambienti per i cavalli, i soldati e le munizioni. Sia i baluardi sia le cortine sono rivestiti da una camicia di mattoni, fabbricati nelle fornaci della Lucchesia. La camicia, verso l'esterno della città, è formata da una scarpa inclinata delimitata in alto da un cordone di pietra (toro), al di sopra del quale si trova un parapetto verticale. Verso l'interno, le mura presentano una scarpata erbosa (terrato) costituita da una grande quantità di terra ammassata e pressata. Una vasta area senza alberi e case, attraversata da fossi con acqua, detta "tagliata" (oggi drasticamente ridotta), circondava l'intero circuito murario.
Le tre porte originarie delle mura rinascimentali sono Porta San Pietro, Porta Santa Maria e Porta San Donato, costruite nella seconda metà del Cinquecento. Si trattava di porte fortificate, dotate di un ponte levatoio azionato da catene, di una saracinesca, di un portone ferrato anteriore e di uno posteriore. Soltanto nel 1811 fu aperta una quarta porta, denominata Elisa in onore di Elisa Bonaparte Baciocchi, che non aveva più le caratteristiche militari delle altre porte, presentandosi piuttosto come un arco di trionfo. Altre due porte, denominate Vittorio Emanuele e San Jacopo, furono realizzate rispettivamente nel 1911 e nel 1931.
Le Mura erano dotate di un apparato bellico imponente: l'artiglieria era formata da colubrine per tiri di lunga gittata, da cannoni per il lancio delle palle metalliche e da petriere per il lancio delle pietre. I cannoni, costruiti da una fonderia cittadina, erano in bronzo. Anche la polvere da sparo era prodotta in una fabbrica di salnitro della città. Quest’enorme apparato difensivo in realtà non fu mai impiegato a scopo bellico, anche perché - durante uno dei due avvicendamenti con l’esercito francese avvenuti dopo il 1799 - gli Austriaci si erano portati via i 124 cannoni di grosso calibro che difendevano le mura e la città. Da allora le Mura hanno perso ogni valore militare. La struttura fu messa alla prova una sola volta, nel 1812, durante la disastrosa alluvione del Serchio. In quell’occasione furono chiuse e tamponate tutte le porte e la città rimase illesa.
Dopo il Congresso di Vienna, il nuovo Ducato di Lucca fu affidato ai Borbone di Parma, nella persona della duchessa Maria Luisa. Nel 1818 la duchessa incaricò l'architetto Lorenzo Nottolini di sistemare a verde una parte delle Mura. Nel 1820 fu istituito l'Orto Botanico. La riconversione dell'antico sistema difensivo ad uso civile, per il tempo libero e lo svago, fu ulteriormente accentuata nel 1840 quando fu costruito, sul Baluardo Santa Maria, il Caffè delle Mura, poi demolito e ricostruito arretrato nel 1885. Nel 1866 le Mura - che allora appartenevano al Regio Governo, come tutte le fortezze - furono acquistate dal Comune di Lucca. Oggi l’intero anello delle Mura si presenta come simbolo di Lucca: è un vasto parco pubblico alberato, luogo di passeggio amato dai Lucchesi e dai turisti, è il dannunziano “arborato cerchio” che ancora abbraccia e idealmente protegge la città.
 

Museo della Cattedrale

Il Museo della Cattedrale si trova in Via Arcivescovado, presso l’Oratorio di San Giuseppe. E’ stato realizzato nel 1992, per custodire ed esporre: anzitutto i sacri arredi realizzati nei secoli per le solenni funzioni liturgiche del Duomo, ma anche le opere scultorie e pittoriche che - rimosse dai siti originari per una migliore conservazione o per essere sostituite da opere più recenti - giacevano nei depositi o in sacrestia. Salvo i codici ed i corali miniati, raccolti in un’unica sala, le opere sono disposte secondo un criterio cronologico: è quindi possibile percepire il gusto artistico delle epoche via via rappresentate.
Tra le opere esposte spiccano: un dittico in avorio di Areobindo, risalente alla prima metà del VI secolo; un cofanetto in rame e smalti eseguito a Limoges, raffigurante il martirio di San Tomaso Becket; la famosa Croce fiorita, detta “dei Pisani”, splendido pezzo di oreficeria del primo Quattrocento; uno stupendo cofanetto in cuoio, impresso e dipinto di fattura fiamminga.
L’arte lucchese del Quattro-Cinquecento è presente con alcuni plutei della recinzione presbiteriale realizzata da Matteo Civitali, da dipinti di Vincenzo Freudiani, da preziose argenterie di Francesco Marti, dal pastorale con il gruppo equestre di San Martino che dona il mantello al povero, e dal reliquiario di San Sebastiano, in forma di tempietto circolare.
Vasta e preziosa è la collezione di paramenti sacri e di pianete in seta, ricamati con motivi floreali e geometrici. L’esposizione comprende un notevole nucleo di argenterie realizzate a Lucca tra il XV e il XIX secolo.
Nella sala delle sculture che provengono dal Duomo, prevalgono per importanza e bellezza: una testa di vescovo dell’XI secolo, l’Apostolo di Jacopo della Quercia e la statua di Fra' Fazio, allegoria del contribuente alle spese di costruzione della chiesa. Infine, in una sala separata, sono raccolti gli ornamenti del Volto Santo, usati ancora oggi il 3 di maggio e il 14 settembre per “vestire” il venerato simulacro di Cristo conservato in Cattedrale. Tra questi ornamenti si ricordano il fregio trecentesco posto sopra la veste di Gesù Cristo, la sfarzosa corona in oro e pietre preziose e il collare eseguiti verso la a metà del Seicento, e il fantastico gioiello - con diamanti e smalti - attribuito all’orafo francese Gilles Légaré attivo alla corte di Luigi XIV, il Re Sole.
 

Museo Nazionale di Palazzo Mansi

Palazzo Mansi, che sorge in Via Galli Tassi, fu eretto negli anni a cavallo fra il Cinquecento ed il Seicento, abbattendo vecchie costruzioni e accorpandone altre. L’attuale aspetto esterno e sistemazione interna - soprattutto delle volte e delle pareti - sono il risultato di una lunga serie di lavori e rifacimenti, iniziati nella seconda metà del Seicento e conclusi nel Settecento inoltrato.
Assai caratteristica è la forma dello scalone: ad unica rampa, esso percorre la facciata esterna e sbocca al piano nobile in un loggiato che si apre sul giardino. Dall'atrio del piano terreno si accede all'appartamento estivo, ornato da notevoli affreschi del Sei-Settecento. Il piano nobile è caratterizzato da sale riccamente decorate, con arredi del XVII e XVIII secolo ed arazzi fiamminghi. Il Palazzo fu acquistato dallo Stato nel 1965, per diventare - nel 1977 - Pinacoteca e secondo Museo Nazionale, dopo quello di Villa Guinigi. L’esposizione museale si trova nelle sale che ospitavano un tempo la ricca collezione-quadreria dei Mansi, venduta dall’ultimo duca di Lucca - Carlo Ludovico di Borbone - quando dovette abbandonare la città (1847). La parte più cospicua della Pinacoteca si deve alla donazione del Granduca Leopoldo II di Toscana, quando la città fu annessa al Granducato lorenese. Fra i molti capolavori che essa contiene, ci limitiamo a segnalare: il prezioso Ritratto di giovinetto, opera cinquecentesca del Pontormo, e la tavola con La continenza di Scipione, dipinta dal Beccafumi, pure dei primi decenni del Cinquecento.
Il percorso classico inizia con la visita alla famosa sala degli specchi. Si prosegue col salone della musica, affrescato da Giovan Gioseffo del Sole, da cui si accede alla piccola cappella del palazzo, e ai tre salotti tappezzati di arazzi fiamminghi. Dopo ci troviamo nella Pinacoteca vera e propria.
Molto interessanti i mobili del palazzo, di epoche comprese tra il Seicento ed il Settecento, che sono tra i pochi ad essere conservati dell'arredo originario. Dal terzo salotto si accede alla nota Sala dell'Alcova, o “Camera degli Sposi” allestita tra il XVII ed il XVIII secolo, con tappezzerie in raso ricamate. Splendido esemplare di artigianato il letto a baldacchino, ricamato in velluto, separato dal resto della sala da un arco in legno intagliato e dorato che poggia su cariatidi. L’appartamento monumentale, un tempo vanto del palazzo, è ora fulcro del Museo. Splendidamente conservata, adornata di sete ed arazzi stupendi, di ori, di stucchi e decorazioni in legno finemente intagliato, la camera è un vero gioiello d’arte e di bellezza.
Nelle sale seguenti si trovano dipinti e mobili che provengono da collezioni private cittadine o per lasciti o per acquisti. Nel mezzanino è presente un laboratorio di tessitura artigianale, mentre un'altra zona del Palazzo, appositamente allestita, ospita la sezione Didattica dei musei Lucchesi.
 

Museo Nazionale di Villa Guinigi

Il Museo ha sede nella dimora suburbana di Paolo Guinigi, signore di Lucca dal 1400 al 1430. Il patrimonio esposto è un esempio - abbastanza tipico - di raccolta artistica che rappresenta la cultura figurativa di un particolare territorio: come si osserva facilmente, le raccolte comprendono quasi esclusivamente opere prodotte per Lucca, o per signori lucchesi.
Il nucleo principale della collezione è formato da beni ecclesiastici trasferiti al Demanio dopo l'unificazione d’Italia, integrati via via con depositi di vari enti, legati, donazioni da privati ed acquisti. Villa Guinigi, fu destinata a museo civico solo nel 1924, tappa finale - come si è detto - “di una serie non proprio edificante di destinazioni d'uso”. Nell'immediato dopoguerra, la Villa, con annesso il Museo, furono cedute dal Comune allo Stato, che provvide ad una completa ristrutturazione del fabbricato, opera che riportò la Villa allo splendore originario.
Nel giardino esterno vi sono alcuni reperti archeologici e medioevali, tra i quali i leoni posati un tempo sulle mura urbane. All'interno della Villa, il settore archeologico è stato ampliato di recente, grazie agli importanti ritrovamenti degli ultimi anni: vi sono collocati i reperti di Lucca e del territorio, dalla preistoria al periodo tardo romano. Ancora al pianterreno, trovano due salette, dedicate alle collezioni numismatiche e alle ceramiche.
Poi comincia il percorso medioevale: del periodo più antico sono presenti soprattutto frammenti di decorazioni architettoniche e, in ogni caso, opere legate all'architettura. Vi sono anche esempi di oreficeria longobarda. Quindi sono esposte le opere di Ambito di Biduino, uno dei più noti maestri della Lucca del Duecento, e le colonnine ed i capitelli che provengono dalla facciata di San Michele in Foro, opera di Guidetto da Como, attivo nel Trecento in varie chiese di Lucca.
Al piano superiore vi sono dipinti e sculture di rara bellezza, databili dal Duecento agli inizi Quattrocento. Che quello sia stato un periodo molto produttivo per l'arte lucchese, è dimostrato dal fatto che il Museo conserva opere di Angelo Puccinelli e Giuliano di Simone. Negli ultimi anni del 1400 vi furono a Lucca artisti di gran nome, come il Ghirlandaio e Filippo Lippi, che influenzarono notevolmente la cultura cittadina: in particolare, aumentarono di molto le botteghe pittoriche, così come quelle di orafi e scultori.
Nelle sale 12 e 13 sono esposte opere di Matteo Civitali e Francesco Marti, assieme alla bella pala di Amico Aspertini, il grande pittore bolognese, che lasciò in San Frediano lo stupendo ciclo pittorico. Nel corridoio e nelle due sale successive si trovano tele databili dalla metà del Cinquecento ai primi decenni del Seicento, con opere dei maestri Vasari, Zuccari, Passignano e Lomi. La sala 17 ospita dipinti di Guido Reni, del Lanfranco e di Pietro da Cortona, mentre la sala 18 è tutta dedicata a Pietro Paolino, pittore lucchese che si ispira al Caravaggio. L'esposizione del Museo Villa Guinigi si conclude con una ricca testimonianza della pittura settecentesca, con tele di Lombardi, Brugieri e Luchi.
 

Palazzo Arcivescovile

Il primo nucleo del Palazzo fu costruito a sud della città, sui resti delle mura romane, nei primi decenni del Duecento. Secondo una lapide ancora esistente nella parte antica, l’edificio fu voluto dal vescovo Roberto, che ne prese possesso nel 1224. Non è noto chi sia stato il progettista. Certo è che la costruzione medievale - di dimensioni piuttosto ridotte, rispetto all’attuale palazzo - fu più volte ampliata nei secoli.
Nella seconda metà del Quattrocento, il vescovo Stefano Trenta fece aggiungere una nuova costruzione sul lato nord e innalzare di due piani il preesistente palazzo, per sistemazione meglio gli uffici della Curia. In quest’occasione fu realizzato un gran salone per le riunioni del clero.
Un secolo dopo, il vescovo Alessandro I Guidiccioni fece rifare l’appartamento e aggiungere il noto “studiolo” che - secondo la moda cinquecentesca - fu decorato a grottesche. Il soffitto dello studiolo presenta ai lati scene di caccia e di pesca, mentre la parte centrale è dominata da un tempietto, stilizzato a forma di esedra, nel quale arde un fuoco. Le pareti mostrano quattro medaglioni dipinti, con elementi architettonici che presentano animali fantastici immersi in un paesaggio e, in alto, tre segni zodiacali per ciascuno. Sempre nelle pareti è raffigurato lo stemma prelatizio dei Guidiccioni. Nel corso del Cinquecento fu realizzata anche la galleria che collegava il palazzo con la cattedrale di San Martino. Questa galleria fu distrutta nel 1938, in seguito ai lavori di isolamento della cattedrale, ma il passaggio sotterraneo tra i due edifici esiste ancora.
Nel Seicento il palazzo fu nuovamente ampliato, per volere dei vescovi Girolamo Buonvisi e Giulio Spinola. I nuovi locali appaiono oggi decorati in stile barocco, con soffitti a cassettoni dipinti, pareti affrescate e arredamento d’epoca. Dal 1982, il piano nobile del palazzo è adibito a scopi culturali. Ospita, infatti: l’Archivio arcivescovile, con una ricca collezione di pergamene, la Biblioteca Capitolare, che possiede importanti codici miniati, e l’Ufficio dei Beni Culturali della Diocesi.
 

Palazzo Ducale (Palazzo Pubblico)

L’imponente Palazzo Ducale - noto anche come Palazzo della Signoria e, più tardi, come Palazzo Pubblico - è ora sede dell’Amministrazione provinciale di Lucca. L’edificio sorge sull'area della famosa Augusta, la fortezza fatta erigere da Castruccio Castracani nel 1322 e demolita quarant'anni dopo. Una parte della massiccia costruzione fu risparmiata e divenne sede del Consiglio degli Anziani della Repubblica lucchese. Il palazzo subì alcuni ampliamenti e restauri nel corso del Quattrocento, ma nel 1576 fu gravemente danneggiato per l'esplosione della polveriera, colpita da un fulmine. Poco dopo, Bartolomeo Ammannati fu incaricato di ricostruire completamente l’edificio. In particolare, l’Ammannati realizzò l'ala sinistra del palazzo, dove si ammira ancora oggi la bella loggia che s’affaccia sul cortile degli Svizzeri e su piazza Napoleone. Il progetto globale restò incompiuto. All’inizio del Settecento Filippo Juvarra presentò due progetti: il primo, forse troppo oneroso, fu subito accantonato; il secondo fu accettato e fu così possibile completare la facciata, costruire l’ala nord con l’ingresso monumentale, e restaurare il secondo cortile. Mancava ancora il lato occidentale. Solo nel 1806 il regio architetto Lorenzo Nottolini pose mano alla completa risistemazione del palazzo - in senso neoclassico - e dell’intera piazza. Il notevole intervento ottocentesco fu patrocinato prima da Elisa Bonaparte Baciocchi e poi - dal 1819 - dalla duchessa Maria Luisa di Borbone. Dopo l’unificazione d’Italia, il Palazzo divenne proprietà dei Savoia ed il suo patrimonio finì disperso nelle varie case reali. Ciò nonostante, si possono ancora ammirare: la Galleria delle Statue, la Sala degli Svizzeri, la Sala degli Staffieri, la Loggia degli Ammannati e poco altro.
Oltre agli uffici della Provincia, il Palazzo ospita vari enti: l'Istituzione Centro Tradizioni Popolari, la Fondazione Paolo Cresci per la Storia dell'Emigrazione Italiana, l'Istituto Storico Lucchese, l'Istituto per la Resistenza, il Forum Unesco, l'Accademia Lucchese delle Scienze Lettere ed Arti, l'Istituto di Studi Calabresi e il Museo del Risorgimento.
 

Palazzo Moriconi Pfanner

Palazzo Pfanner è una delle più importanti residenze signorili della città. Si erge sul bordo delle Mura di Lucca e risale alla seconda metà del Seicento. Appartenne alla famiglia Moriconi per pochi anni e - alla fine del Seicento - passò in proprietà della famiglia Controni. Nel 1860 la proprietà fu acquistata da Felice Pfanner, che utilizzò l’edificio come fabbrica di birra; la birreria rimase aperta fino al 1929.
L’originaria struttura seicentesca si caratterizza per lo scalone esterno posto sul lato posteriore della villa. Ai Controni si devono gli affreschi del salone monumentale e il disegno e le statue del giardino barocco, attribuito a Filippo Juvarra. Il giardino stesso si sviluppa tra l'attuale palazzo a sud e Le Mura urbane a nord, come già si nota nella carta del Sinibaldi del 1843.
Palazzo Moriconi Pfanner ospita una mostra permanente di costumi di corte lucchesi, del Settecento e dell’Ottocento.
 

Teatro del Giglio

Fu costruito nel 1817 dall'architetto Giovanni Lazzarini, sulle rovine del vecchio teatro pubblico, detto di San Girolamo, ed è l'unico rimasto tra i numerosi teatri esistenti a Lucca nell’Ottocento.
La facciata neoclassica si caratterizza per i suoi mezzi pilastri e frontone triangolare, ed è ornata con bassorilievi a motivi musicali. Le originarie decorazioni interne sono attribuite al fiorentino Cattani; quelle attuali sono moderne. Il teatro prende il nome in omaggio ai Borboni, artefici della ricostruzione dell'edificio, che avevano nello stemma i gigli d'oro. Nel 1831 vi fu il primo grande successo: la rappresentazione del Guglielmo Tell di Rossini, sotto la direzione di Niccolo Paganini. Per tutto l'Ottocento, il Teatro ospitò le migliori compagnie della scena italiana, gli artisti più celebri e le opere più belle dei grandi protagonisti del melodramma italiano, da Verdi a Rossini, da Bellini a Mascagni, dando ovviamente grande rilievo alle opere dei compositori lucchesi: Catalani, Luporini, Puccini. Ogni anno il Teatro del Giglio presenta programmi stagionali di rilievo, articolati in prosa, lirica e musica sinfonica. Il Teatro accoglie all’interno una ricca Biblioteca, con una videoteca che raccoglie tutte le registrazioni degli spettacoli dal 1985 ad oggi ed alcune collane di musica colta e di teatro.
 

Torre delle Ore

Nel lontano 1390 il Consiglio Generale di Lucca decise di far costruire un orologio e di collocarlo nella Torre dei Quartigiani o dei Diversi, in Via Fillungo. Un secolo dopo, la torre fu acquistata dal Comune e divenne Torre Civica: l’orologio fu dotato di quadrante, per rendere visibili le ore, che in precedenza erano solo scandite dal tocco delle campane.
Col tempo la tecnica dell’orologio cambiò profondamente. Nel 1752 l'Offizio sopra le Entrate della Repubblica Lucchese - ossia il Fisco cittadino - affidò al ginevrino Simon Louis l’incarico di costruire un nuovo meccanismo da sostituire al precedente. Il nuovo orologio fu realizzato con un sistema di spartimento delle ore a scaletta, collegato ad una ruota che regola il suono delle ore e dei quarti. Nel 1754, con la collaborazione del lucchese Sigismondo Caturegli, furono montati il nuovo quadrante - su cui erano verniciate le dodici cifre romane e le lancette nuove - e le campane, realizzate dal fonditore lucchese Stefano Filippi.
La Torre delle Ore, recentemente restaurata, è considerata la torre più alta di Lucca. Dalla sommità - che si raggiunge dopo aver superato i duecentosette gradini della scala di legno, ancora in ottime condizioni - è possibile vedere il paesaggio che si affaccia sulla piana lucchese, ed anche il meccanismo dell'orologio a carica manuale, uno dei più interessanti d’Europa.