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Giovedì 21 Settembre 2017, San Matteo
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Visitare Livorno - guida breve

 

Bottini dell'Olio

Posti in Viale Caprera, i Bottini dell'Olio sono una delle più caratteristiche architetture del quartiere livornese, noto come Venezia Nuova: per molto tempo, la struttura è stata un laboratorio di rilevanza particolare per il sistema di depurazione e conservazione degli oli. Il primo edificio fu costruito, tra la fine del Seicento e i primi del Settecento, su un’area precedentemente occupata da un capannone di legnami. Nel progetto iniziale, era previsto un salone rettangolare con due file di otto pilastri ciascuno. A usufruire dei contenitori, erano soprattutto i mercanti, sprovvisti di magazzini propri, e disposti a pagare un canone mensile.
Nel 1721 fu esaminata la possibilità di ampliare la struttura, con l’occupazione di un capannone e di un magazzino attigui al fabbricato, e - naturalmente - la creazione di altre vasche. L’ingrandimento, decretato nel 1729, fu progettato da Antonio Foggini, realizzato da Giovanni Del Fantasia e completato nel 1733. Il nuovo edificio, separato da quello precedente, vi era collegato da un doppio passaggio. L’intera struttura, collegata al porto da un canale, conteneva oltre 300 bottini, con una capienza complessiva di circa 24.000 barili d'olio, ossia 8.000 ettolitri. L'edificio ospitava un laboratorio per la depurazione e vari uffici per tarare barili e botti.
La funzione per la quale i Bottini dell’Olio erano stati costruiti, sarà assolta fino alla seconda metà dell’Ottocento. In seguito diverranno locali a uso di deposito vario, specialmente di granaglie.
Bombardati durante la seconda guerra mondiale, i locali furono adibiti a ricovero dei senzatetto e a magazzino degli attrezzi del Comune. Dopo l’accurato restauro degli anni ottanta, sono ora utilizzati per esposizioni e manifestazioni culturali.
 

Cappella di San Ranieri

Dalla Chiesa di Santa Giulia, attraversato un cortile, s’incontra la Cappella di San Ranieri. Come ricorda una lapide, la Cappella fu eretta sopra il vecchio Camposanto di Santa Giulia, all’epoca di Ferdinando I, negli anni tra il 1696 e il 1701. La costruzione di questa cappella dedicata al Santo Patrono della città di Pisa è spiegata dal fatto che all’epoca Livorno non era sede vescovile bensì dipendeva, appunto, dalla vicina Pisa.
All’esterno, sul fianco destro, è un’immagine marmorea della Madonna proveniente da una chiesa del primitivo villaggio labronico, sovrastata da una lapide dettata da Pietro Vigo, a ricordo della fondazione della città. L’interno si presenta come una piccola aula rettangolare voltata; il pavimento, a commesso marmoreo, è scandito dalle lastre terragne con stemmi; gli stalli lignei addossati alle pareti sono degli inizi del Settecento. Sulle pareti, sei episodi della vita di San Ranieri, inseriti in finte cornici e inquadrati in architetture dipinte; sopra il cornicione, quattro figure allegoriche: la “Speranza”, la “Temperanza”, la “Fede” e la “Carità”; nella volta, l’“Apoteosi di San Ranieri”. L’altare è caratterizzato dalle marmoree colonne tortili, mentre il sovrastante dipinto è una copia recente (1969) del “Miracolo di San Ranieri”, il cui originale si trova nel Duomo di Pisa. Il pavimento, infine, ospita nove sepolture di eminenti cittadini e familiari dei fondatori dell'Oratorio. Alla base dell'altare, su due lapidi tombali e su alcuni schienali del coro, si nota la croce patente a otto punte di colore rosso, propria dell'Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano. Si ritiene quindi che alcuni confratelli o loro familiari, finanziatori della costruzione, fossero anche cavalieri stefaniani.
L’ultima guerra danneggiò gravemente gli affreschi della volta e delle pareti, e soltanto al termine di un accurato restauro, l’Oratorio di San Ranieri è stato riaperto al pubblico.
 

Casini d'Ardenza

Nel quadro della risistemazione ottocentesca del litorale di Livorno, i Casini d'Ardenza furono costruiti per accogliere i mercanti e i villeggianti durante il periodo estivo. Il complesso è stato progettato e costruito dall'architetto Giuseppe Cappellini, famoso anche per aver progettato il Teatro Goldoni. La costruzione, portata a termine in breve tempo, entrò in funzione verso il 1845.
I Casini sono costituiti da tredici palazzine - con 322 stanze – unite in un solo corpo di fabbrica, disposto a forma di omega e aperto verso la passeggiata a mare. La facciata principale è caratterizzata da una struttura tripartita. Un portico a cinque arcate precede la struttura. Il frontone triangolare che sovrasta il porticato è munito di orologio. Anche le strutture laterali sono precedute da porticato.
Il complesso comprendeva una sala da ballo, una trattoria, sale da gioco e biliardo, scuderie e parco all'inglese sul retro. Esso divenne famoso quando fu abitato dal Granduca Leopoldo II e la sua corte: ciò gli valse il nome di Casini Granducali. Venute meno le ambizioni della committenza, gli appartamenti furono via via venduti a diversi proprietari privati.
 

Chiesa di Santa Giulia

La Chiesa di Santa Giulia sorge sulla via omonima e fu costruita tra il 1602 e il 1603, su terreno concesso alla comunità da Ferdinando I. Una lapide apposta nell’ingresso ricorda il gesto del granduca. L’edificio fu eretto per la Confraternita più antica di Livorno, quella del Santissimo Sacramento e Santa Giulia, probabilmente nata già nel Duecento. Il progetto fu probabilmente opera di Alessandro Pieroni.
La facciata appare spoglia e priva delle statue dei santi che un tempo la adornavano; quelle di San Gennaro e Sant’Antonio furono portate in Seminario mentre quelle di San Pietro e San Paolo furono distrutte durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, quando andarono perduti anche il ricco archivio della Confraternita, gran parte dell’arredo e il soffitto ligneo.
L’interno, a navata unica, presenta un altare maggiore, realizzato in marmo da Nicolò Carducci nel Seicento. L’altare è sormontato da un quadro raffigurante la Santa, opera di scuola giottesca del Duecento. Sotto l’altare è collocato il prezioso Reliquiario foggiato in argento e rame dorato come l’armo della città: la Fortezza cui sovrasta una piccola statua di Santa Giulia, contenente parti del corpo della Santa. Notevole è anche il prezioso paliotto d’argento, realizzato dall’orafo Antonio Leonardi nel 1682. Nell’atrio, sulla sinistra, si trova una piccola cappella dedicata alla Madonna di Lourdes, dalla quale, attraverso un corridoio in cui è esposta una tela di Giovan Battista Mercati raffigurante la Crocifissione della santa e una pregevole opera di Francesco Curradi (1570-1661), si accede all’Oratorio di San Ranieri.
 

Cisternone

Il cosiddetto Cisternone sorge sulla piazza omonima. Fu costruito per dotare Livorno di un grande serbatoio d'acqua in grado di alimentare a lungo le fonti cittadine in caso di guasti degli Acquedotti, e al contempo per filtrare l'acqua proveniente da Colognole, eliminando ogni impurità residua. Su progetto di Pasquale Poccianti, la costruzione dell’edificio in stile neoclassico iniziarono i nel 1829. L’opera fu inaugurata nel 1842 dal Granduca Leopoldo II ed è tuttora in funzione: è sempre stata usata per gli scopi per cui è nata.
La facciata è adorna di un intercolunnio dorico di otto possenti colonne; sovrasta una grande nicchia ai lati della quale dovevano sedere due statue in marmo rappresentanti le due piccole sorgenti, la “Mora” e la “Camorra” che mandavano le loro limpide acque in questo grande deposito da oltre undici miglia da Colognole, attraversando il Cisternino di Pian di Ruota. Vi furono poste due statue provvisoriamente in gesso, che, in seguito al deturpamento ambientale, furono poi tolte, senza peraltro essere sostituite con statue di marmo. Sopra la porta si trovano iscrizioni latine che accennano alla storia della costruzione degli acquedotti e della vasta cisterna. La cisterna è larga 38 metri, lunga 42, e contiene oltre 10.000 metri cubi d'acqua, che può avere la profondità di 5 metri e mezzo.
 

Duomo di Livorno (Cattedrale di San Francesco)

Il Duomo di Livorno (o Cattedrale di San Francesco), prospetta su Piazza Grande, al centro della città. Iniziato nel 1594 su disegno di Alessandro Pieroni, l’edificio fu costruito da Antonio Cantagallina e consacrato nel 1606. Nel 1607 fu eretto il campanile e nel Settecento furono aggiunte le cappelle laterali, il transetto e il Battistero. Nel 1629 il Duomo fu elevato al titolo di “Insigne Collegiata”. Nel Settecento la chiesa fu ampliata con l’aggiunta di due cappelle laterali, che mutarono la pianta rettangolare in una a croce latina. Successivamente, nel 1817, su progetto di Gaspero Pampaloni, fu aggiunto il campanile a pianta quadrata in sostituzione di quello a vela seicentesco. Distrutto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, il Duomo fu poi ricostruito, seguendo fedelmente il modello originale.
La facciata, molto semplice, è preceduta da un portico marmoreo con colonne binate doriche sormontato da terrazze. Quella precedente era aggraziata da un peristilio a colonne binate di ordine dorico che armonizzavano con quelle delle logge della piazza.
L’interno, come si è osservato, è a croce latina e presenta un’unica navata. Le opere d'arte qui conservate sono per lo più quelle originali, in gran parte restaurate. Del soffitto in legno, intagliato da Vincenzo Ricordati detto l'Imperatore, non resta purtroppo alcuna traccia e al suo posto si possono ammirare tre grandi tele: il “Trionfo di Santa Giulia” di Jacopo Ligozzi, la “Assunzione della Madonna” di Domenico Cresti da Passignano, e “San Francesco che riceve il bambino da Maria” di Jacopo Chimenti da Empoli, dipinte tra 1619 e 1623.
Entrando, sulla destra, si nota il bel monumento al marchese Marco Alessandro Del Borro (1702- 1705), opera di Giovan Battista Foggini, e quello dedicato al conte Carlo Ginori, entrambi celebri governatori di Livorno. L'altar maggiore, riccamente decorato con marmi pregiati, presenta ai lati due testine d'angelo erroneamente attribuite al fiammingo François Duquesnoy, ed è sovrastato da un crocifisso settecentesco con croce moderna.
 

Fortezza Nuova

Le origini della Fortezza Nuova, parte del Baluardo di San Francesco, risalgono alla fine del Cinquecento, e si collocano nel quadro del progetto – commissionato dal governo mediceo all’architetto Bernardo Buontalenti – che tendeva a dare alla città di Livorno un nuovo assetto urbanistico. In realtà, il progetto originario non prevedeva un fortilizio vero e proprio, bensì una cinta muraria di forma pentagonale, munita di cinque bastioni e di un sistema di fossi che racchiudeva l’abitato ricongiungendosi alla Fortezza Vecchia.
Nel 1589 il progetto fu poi modificato per realizzare l’attuale fortezza, ricavata utilizzando e modificando all’occorrenza il Bastione di San Francesco e quello di Santa Barbera. Il progetto definitivo è frutto della collaborazione tra il Buontalenti, Don Giovanni de´ Medici e altri ingegneri quali Claudio Cogorano e Alessandro Pieroni. I lavori cominciarono nel gennaio 1590 con la posa della prima pietra, adattando due bastioni del progetto buontalentiano (quello di San Francesco, rivolto verso nord - est e quello di Santa Barbara, verso nord), e terminarono nel 1604.
Verso la fine del Seicento la fortezza fu in parte smantellata per fare posto a nuove aree edificabili. Infine, i bombardamenti della seconda guerra mondiale distrussero la maggior parte della struttura. Oggi i resti della Fortezza sono all’interno di uno specchio d’acqua collegato alla terraferma da un sistema di ponti, alcuni dei quali mobili. Le sue mura sono un classico esempio di architettura militare. Dall’ingresso principale si accede ai piani superiori che vedono la presenza degli antichi edifici di servizio.
Fino alla fine della seconda guerra mondiale la Fortezza venne usata per scopi militari. Nel dopoguerra la struttura fu invece utilizzata come centro di raccolta di materiale e di macerie, in seguito alla lunga e faticosa ricostruzione degli edifici e delle strade del centro storico. Dopo il terremoto del 1950 vi furono insediati alloggi prefabbricati per i senzatetto. Il restauro fu completato nel 1972 e la parte superiore è da allora adibita a spazio verde pubblico oltre che sede di eventi e manifestazioni.
 

Fortezza Vecchia

La Fortezza Vecchia è stata eretta per volere del governo fiorentino, che ne comincia a progettare la costruzione dopo aver acquistato Livorno da Genova nel 1481. Scopo della sua realizzazione è prevalentemente difensivo: si trattava di proteggere il porto di Livorno dalle scorribande saracene, ma anche di creare, per Firenze, il corrispondente fiorentino allo scalo di Pisa.
I lavori iniziano nel 1506, quando l'architetto Antonio da San Gallo è chiamato a Livorno per studiare un progetto di fortificazione che possa inglobare due strutture pisane preesistenti, il Mastio di Matilde e la Quadratura. A seguire le operazioni, almeno inizialmente, è chiamato il cardinale Giulio de' Medici, futuro papa Clemente VIII. I lavori si interrompono tra il 1526 e il 1530, ma vengono poi ripresi dal nuovo Granduca Alessandro, che nel frattempo ha domato la rivolta antimedicea. Nel 1543 Cosimo I fa costruire in cima alla Fortezza la sua residenza, purtroppo distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. L'edificio diventa ben presto anche un punto di appoggio per le navi spagnole: nel 1563, per esempio, Fortezza Vecchia diventa il supporto logistico delle galee iberiche che partono per soccorrere Orano, assediata dai Turchi.
Con l'avvento degli Asburgo-Lorena (1737) la Fortezza cambia le sue funzioni. Non più necessaria alla difesa (Pisa è ormai una città del Granducato e i pirati non effettuano più scorrerie sul Tirreno), la struttura viene riadattata a collegio militare, a partire dal 1769. Nel 1795 ospita una caserma. Negli anni successivi si ricavano dalle sue stanze numerosi appartamenti.
La storia della Fortezza è contraddistinta da episodi curiosi. Corre voce che Cosimo I abbia qui perpetrato l'omicidio del figlio Garzia, reo di aver ucciso il fratello. In realtà entrambi i figli del Granduca sarebbero morti per una febbre contratta in una battuta di caccia. Un’altra stranezza si verificò nel 1734: dopo una violenta tempesta, i Livornesi hanno trovato una balena di sette metri, trascinata dal mare ai piedi della Fortezza.
 

Monumento dei Quattro Mori

Il Monumento dei Quattro Mori sorge in Piazza Micheli ed è uno dei simboli di Livorno. L’opera, dedicata a Ferdinando I de’ Medici, fu realizzata nei pressi della possente cinta muraria, davanti alla piccola darsena che lo stesso granduca Ferdinando I aveva fatto scavare sul finire del Cinquecento per ampliare il porto. Il gruppo scultoreo aveva sostanzialmente un obiettivo: attestare l'autorità granducale agli occhi dei numerosi viaggiatori che avrebbero fatto scalo in città.
L'opera è costituita da quattro mori in bronzo, incatenati alla base di un alto piedistallo, su cui s’innalza appunto la statua marmorea di Ferdinando I; il granduca indossa l'uniforme dell'Ordine dei cavalieri di Santo Stefano, istituzione militare fondata da Cosimo I de’ Medici per combattere i pirati ottomani nel Mediterraneo.
La statua del granduca fu realizzata da Giovanni Bandini, che vi lavorò dal 1595 al 1601. Rimasta per anni ai margini della piazza della darsena, solo nel 1617 fu innalzata sul piedistallo, alla presenza di Cosimo II de´ Medici, succeduto al padre Ferdinando nel 1609.
Nel 1621 Pietro Tacca fu incaricato di completare l´opera del Bandini con l´aggiunta, alla base del piedistallo, di quattro mori incatenati. Il compito fu portato a termine in più riprese, tra il 1623 e il 1626. Le quattro statue dei mori costituiscono certamente la parte più rilevante dell'opera. Pietro Tacca scelse modelli di diversa etnia ed età tra i prigionieri del Bagno dei Forzati, la vasta prigione poco distante dalla Fortezza Vecchia. Per alcuni i quattro mori rappresenterebbero le diverse età dell’uomo; per altri, i bronzi rappresentano invece personaggi reali (un certo Alì Salentino e i suoi tre figli, prigionieri nel bagno livornese). Certo è che le accentuate torsioni dei corpi e le smorfie dei visi esprimono silente dolore e rassegnazione, e rappresentano – con grande realismo ed eleganza – la tremenda condizione della prigionia.
 

Santuario di Montenero (Madonna delle Grazie di Montenero)

Poco a sud di Livorno, sulla collina di Montenero, sorge l'omonimo Santuario, dedicato alla Madonna delle Grazie. Tradizione vuole che il Santuario, legato ad un evento miracoloso, sia stato fondato nel 1345. Si narra che un pastore storpio, trovata un’immagine miracolosa, la trasportò sul colle e fu guarito della sua infermità. Nacque una piccola chiesa, che fu in ingrandita dai Gesuati nel Quattrocento, e assunse la forma attuale verso la metà del Settecento. La sacra immagine che vi è custodita è da allora fonte di devozione e di grazie e il Santuario è diventato meta di numerosi pellegrinaggi.
Nelle pareti laterali una Galleria raccoglie una notevole collezione di ex-voto, forse la maggiore d’Italia, formata di oggetti offerti, per la maggior parte, da navigatori e marinai. La collezione dimostrare la profonda devozione dei fedeli, ma consente anche di ricostruire uno spaccato di storia semplice di diversi periodi: i costumi, i paesaggi, le strade, i mezzi di trasporto. Si tratta di immagini di persone comuni, pescatori, contadini, pastori; alcune immagini sono semplici e grossolane, altre esprimono vera e propria arte popolare. Si possono ammirare anche lavori di autori celebri. Tra queste spiccano: ''Il cavallino" di Giovanni Fattori e "Il motociclista" di Renato Natali. Il santuario comprende il Famedio, ossia il luogo di sepoltura riservato ad alcuni illustri Livornesi, tra cui Giovanni Fattori.
 

Terrazza Mascagni

Sul lungomare di Livorno – nel luogo ove un tempo sorgeva il Forte dei Cavalleggeri – si trova l’affascinante Terrazza Mascagni. Si tratta di un magnifico belvedere in stile Liberty – formato da una balaustra di 4100 colonnine di marmo, e da una pavimentazione di 34.800 piastrelle a mosaico, bianche e nere – intitolata al grande compositore livornese Pietro Mascagni. La Terrazza, costruita tra il 1925 e il 1928, fu ampliata nel dopoguerra: nel 1935 vi fu aggiunto il Gazebo in cui furono date numerose rappresentazioni musicali. Fino al 1943, fu chiamata Terrazza Ciano.
Il vasto piazzale offre uno stretto contatto sia col mare, sia col verde che la circonda e col gazebo. Nelle giornate di sole, ma anche in quelle nuvolose, la Terrazza offre un bellissimo spunto per una passeggiata, e ogni momento ha la sua particolarità, resa ancora più suggestiva dal pavimento a scacchiera con mattonelle bianche e nere. Dalla Terrazza si godono meravigliosi panorami del mare e delle isole dell’arcipelago toscano: l’Isola d’Elba, la Capraia e la Gorgona.
 

Torre del Fanale (Fanale dei Pisani)

Chiamata semplicemente “il Fanale”, la Torre fu edificata nel 1302 dalla repubblica Pisana, sia come faro sia come difesa costiera. Pochi anni prima, nel 1286, Genova aveva infatti distrutto la Torre della Meloria, in seguito alla storica vittoria su Pisa del 1284. Il progetto è attribuito a Giovanni Pisano, mentre si conoscono con certezza i nomi dei capimastri - Rocco Entello De Spina e Bonaggiunta Ciabatti - ritrovati incisi su una pietra alla base della torre. Il Fanale era in pietra delle cave di San Giuliano, con una larga base conica sulla quale, proprio come ora, sembrano poggiarsi due tronchi di cono l’uno su l’altro, ciascuno dei quali terminanti con una corona merlata. In realtà si tratta di sette cilindri sovrapposti con diametri via via decrescenti. Si raggiungeva la sommità tramite una scala a chiocciola. Il faro, compresa la lanterna, raggiungeva i 51 metri di altezza. Nel 1584 il granduca Francesco I fece erigere dei magazzini nel basamento e adibì la lanterna a lazzaretto, il primo in Italia dopo Venezia.
La bellezza della torre originaria le valse le Lodi di Petrarca, che la cita nel suo “Itinerario siriaco”, quelle del cronachista fiorentino Goro di Stagio Dati, che la definì uno dei più bei fari del mondo; pare abbia addirittura ispirato Dante nel celebre verso “sta come torre ferma che non crolla / giammai la cima per soffiar di vento”. Galileo Galilei vi compì numerosi esperimenti, per la messa a punto del suo cannocchiale.
Distrutto il 20 Giugno 1944 ad opera dei guastatori tedeschi di Kesselring, il Fanale fu ricostruito com’era e inaugurato il 16 Settembre 1956 nell’anno delle celebrazioni per il 350° anniversario della proclamazione di Livorno città.
 

Torre del Marzocco

La magnifica torre ottagonale, rivestita di marmo bianco di Pisa, si compone di sei ripiani e di un ballatoio con bellissimo fregio e cornicione a cuspide. Fu edificata dai Fiorentini nel 1423, due anni dopo aver acquistato Livorno. Probabilmente disegnata da Lorenzo Ghiberti, la Torre fu costruita per scopi di prestigio e di difesa costiera, sui resti dell’antica Torre Rossa di Porto Pisano. Essa prese il nome da un simbolico “Marzocco” fiorentino o leone di rame dorato fissato sulla sommità a guisa di banderuola. Nel 1535 il duca Alessandro de’ Medici vi fece costruire intorno un fortino, ancora visibile. Naturalmente, il fortino era provvisto di magazzini per rifornimenti e di locali per i corpi di guardia e i soldati. Dal Marzocco si combatté strenuamente, sia durante l’assedio di Livorno del 1496, da parte delle truppe dell’imperatore Massimiliano, sia nell’eroica difesa del 1849.
Alla sommità della Torre sono scolpite, su altrettanti scudi di marmo, le quattro armi di Firenze: Il Giglio della Città, la Croce del popolo, il Leone della repubblica, e l’Aquila di parte Guelfa con un drago negli artigli. Oltre ad altri stemmi e fregi per ogni angolo è indicato con una iscrizione il corrispettivo vento di provenienza. L’interno comprende sette piani e un’ingegnosa cisterna di raccoglimento pluviale al pianterreno in cui l’acqua, sospinta dai venti sulle pareti della torre, veniva incanalata da un cordone marmoreo cavo.
 

Villa Maria

Nota anche come Villa Capponi o Villa Lazzara, Villa Maria fu eretta verso la metà del Settecento dai marchesi Capponi, all'interno di una proprietà ben più vasta di quella attuale. Nel 1809 la villa fu venduta a Michele Rodocanacchi e quando - nel 1818 - passa in eredità al figlio Pietro, vengono apportate sostanziali modifiche alla struttura originaria: la Villa viene ampliata con un ampio pronao, sul lato nord-est, e sopraelevata di un piano; viene poi eretta la torretta di gusto medievale. Viene anche realizzato l'ingresso a forma di castelletto su via Calzabigi, che portava a quello che probabilmente era l'ingresso principale.
Nel 1904 la Villa diventa di proprietà di Giovanni Lazzara, un commerciante e produttore di corallo, che v’installa il suo laboratorio e arricchisce la proprietà con nuovi ambienti, e il parco con nuovi alberi altissimi, tuttora presenti.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Villa fu sede del comando tedesco; nel 1960 fu donata al Comune di Livorno, per ospitare un edificio pubblico a destinazione culturale. Dopo alcuni lavori di restauro e riadattamento, la Villa diventa sede del Museo Progressivo di Arte Contemporanea, in cui si espongono opere importanti di proprietà del Comune. Successivamente, il complesso subisce notevoli riduzioni: i terreni intorno alla villa vengono lottizzati, per fare spazio a nuovi insediamenti abitativi e l'edificio perde la posizione baricentrica che aveva in origine. Dal 1989 al 2006, anno della sua chiusura, la struttura ha ospitato la sezione di storia locale della Biblioteca Labronica.