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Sabato 24 Settembre 2016, Beata Vergine Maria della Mercede
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Carbone

Lessinia / Italia
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La Lessinia ammantata soprattutto di boschi cedui di castagni e di faggi, non poteva mancare di dar vita ad un mestiere dipendente da questo suo patrimonio, il mestiere del carbonaio, che fu uno dei fondamenti della sua - riconosciamolo - magra economia, perché il "carbone dolce" prodotto sull'Altopiano soddisfaceva ai bisogni di tutto il territorio veronese. Nei pressi, di Giazza - uno dei Tredici Comuni del Vicariato della Montagna e del Carbone - c'è una località denominata Val Griobe; nel dialetto d’origine tedesca, vivo un tempo, «grobe» indicava la radura dove i carbonai innalzavano la carbonaia, quindi dovremmo interpretare il nome: Valle della Radura. Di queste radure in mezzo ai boschi della Lessinia se ne trovano parecchie, anche se il "carbone dolce" non si produce più, sostituito un po' alla volta dal carbone fossile, dal gas proveniente dalla distillazione del carbone coke, dai sottoprodotti del petrolio, dal gas metano ecc.

Ai tempi in cui i carbonai ci rifornivano di carbone, nelle cucine dei palazzi come in quelle delle più modeste abitazioni - accanto al focolare dove, soprattutto d'inverno, si accendeva il gran fuoco per preparare la polenta e nelle famiglie benestanti anche per le belle schidionate (polenta e osèi) - c'era il fornello costruito in mattoni, l'antenato della cucina economica, scomparsa da poco anch'essa. Sul fornello che aveva tre o quattro buche e su qualche fornello supplementare, in ferro o in terracotta, non più grandi di una comune pentola e con i manici per essere trasportati da un angolo all'altro del focolare, si cuoceva ogni pasto della famiglia.

Possiamo immaginare quanto carbone e carbonela si dovevano acquistare. Vediamo pertanto come questi prodotti venivano ricavati e venduti. In primavera i carbonari diradavano il proprio bosco, ossia abbattevano le piante più vecchie e sfoltivano i rami di altre, quindi portavano ad asciugare sulle radure i pezzi raccolti; alla fine di maggio o all'inizio di giugno preparavano le cataste, generalmente a forma emisferica, [sopra una buca poco profonda, lasciando nel mezzo uno stretto canale di sfogo detto camino, per i prodotti gassosi. Coprivano ben bene le cataste con foglie secche e zolle di terra - i còdeghi -, quindi davano loro fuoco da alcune aperture praticate nella parte inferiore, alimentandolo giorno e notte con pezzi sottili di legno, fino a quando, divenuti chiari i fumi uscenti dal camino, si aveva la certezza che la combustione della legna era bene avviata. A questo punto, ed erano passati per lo meno quattro giorni, i carbonari chiudevano le aperture. Per non abbandonare la calcàra - così chiamavano la carbonaia -, i carbonari si costruivano accanto una capanna dove si preparavano i pasti e, dandosi il turno, dormivano.

L'importanza di questo mestiere si può desumere da pochi dati reperiti: nel 1842 nella sola Valle d'Illasi, funzionarono ben sessanta calcàre ciascuna dal diametro di sei passi e tre piedi. Il lavoro di controllo e di sorveglianza durava fino a tutto agosto, fino a quando la legna con lenta combustione eliminava l’ossigeno e si trasformava in carbone. Il buon prodotto si distingueva per il colore nero, la resistenza e per la piccola fiamma che nel bruciare produceva; se ne distinguevano due tipi: quello in "cannelli", usato come abbiamo riferito sopra nell'economia domestica, e quello in "ramagli", quello fornito dai rami più piccoli e che nel Veneto era chiamato carbonela, utile per avviare il fuoco nei fornelli di cucina.

A carbone funzionava anche il ferro da stiro: teniamo a mente che fino alla comparsa di quello elettrico, tutte le stiratrici e le donne di casa hanno stirato colletti inamidati, sottogonne, camicie da giorno e da notte tutte pieghettate e ogni altro indumento con ferri a carbone, oggi ricercati nei "mercati delle pulci", dove per lo più si trovano falsi...

Anche i ragazzi usavano il carbone, sottraendolo dalla cassa dove la mamma lo teneva, per segnare sul marciapiede il gioco del campanon, per sfogare sui muri delle case le loro fantasie artistiche.

I carbonari facevano il viaggio dalla montagna alla pianura con i loro carretti dalle grandi ruote, stretti e lunghi - adatti alle anguste carreggiate di montagna - carichi di sacchi di carbone, fino a quando la stagione autunnale lo consentiva, quindi riprendevano il traffico in primavera. Generalmente trovavano in città un logo, cioè un magazzino-deposito, e lo affidavano in gestione ad una persona di famiglia o di loro fiducia, che rifornivano anche di legna e di Ghiaccio: dall’intraprendenza dei carbonari nacque un altro mestiere, quello del masarol - così era chiamato il rivenditore di carbone, Ghiaccio e legna - che la generazione degli anziani deve ricordare ancora perché presente - e quanto apprezzato! - anche nei duri anni dell'ultima guerra.
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