Login / Registrazione
Lunedì 21 Agosto 2017, San Pio X
follow us! @travelitalia

Visitare Forlì - guida breve

 

Basilica di San Mercuriale

Simbolo di Forlì, la Basilica di San Mercuriale prospetta su Piazza Saffi e rappresenta il monumento forlivese più significativo. L’edificio ha origini antiche: fu edificato sui resti della pieve intitolata a Santo Stefano, già menzionata nel IV secolo. La Chiesa fu distrutta nel 1173, da un incendio scoppiato durante uno scontro tra Guelfi e Ghibellini, e riedificata col campanile - tra il 1176 e il 1181 - in stile romanico-lombardo.
La facciata è in laterizio e presenta un bel portale gotico. Sulla lunetta spicca uno stupendo altorilievo in marmo veronese: il Sogno e Adorazione dei Magi. L’opera risale alla prima metà del Duecento; si ritiene che sia dovuta – o che vi abbia messo mano – l'ignoto Maestro che ha scolpito le formelle dei Mesi di Ferrara. Il campanile, costruito da mastro Aliotto, s’innalza per oltre 72 metri, è corso da lesene ed è sovrastato da una cuspide conica, probabilmente del Trecento. Fa parte della Chiesa l’annesso Chiostro quattrocentesco, più volte restaurato. Al centro del chiostro sta un pozzo con vera. del XVII secolo.
L'interno mostra una pianta basilicale e tre navate divise da pilastri di laterizio, con pavimento a mosaico veneziano. Nel Cinquecento furono aggiunte alcune cappelle laterali. Fra il 1646 e il 1743, l’interno fu deturpato da alcuni interventi infelici, ma si provvide al ripristino nel 1921. L’ultimo restauro risale al 1955.
La Basilica contiene varie opere d’arte, fra le quali: il Monumento funebre a Barbara Manfredi (1466 circa), moglie di Pino III Ordelaffi, opera di Francesco di Simone Ferrucci da Fiesole; San Mercuriale, ovale di Giacomo Zampa; la bella tavola Madonna col Bambino e i Santi Giovanni evangelista e Caterina di Marco Palmezzano; Madonna col Bambino e i Santi Mercuriale e Girolamo del Passignano; San Mercuriale torna da Gerusalemme di Santi di Tito; San Mercuriale uccide il drago del Cigoli; la tavola Crocefisso e Santi Giovanni, Gualberto e Maddalena del Palmezzano; Sacra famiglia e adoratore di Francesco Menzocchi; sopra l'altare, è la pala Immacolata Concezione con i Santi Agostino, Anselmo e Stefano, ancora del Palmezzano.
In ambienti attigui alla Basilica è allestito il piccolo Museo di San Mercuriale, che raccoglie dipinti dal XV al XVIII secolo e interessanti arredi liturgici, prevalentemente del Sei-Settecento, pertinenti alla chiesa.
 

Chiesa del Carmine

La Chiesa del Carmine sorge in Corso Mazzini e risale al Trecento. Committenti furono i coniugi Peppe di Oroboni e Catterina, di cui poco altro si conosce. Nulla si sa del progettista. Affidata ai Carmelitani, la Chiesa fu ampliata nel 1482-1490, con l’aggiunta della cappella della Santissima Annunziata. L’edificio subì un completo restauro nella prima metà del Settecento, su progetto di Giuseppe Merenda.
La facciata, incompiuta, presenta un bel portale in marmo d'Istria del 1461-1465, che fino al 1841 decorava l'ingresso del Duomo. Le sculture mostrano San Valeriano a cavallo, circondato dai quattro Santi protettori della città. Nella parte superiore della lunetta è lo stemma degli Ordelaffi, che commissionarono l'opera a Marino di Marco Cedrini nel 1464-1465. Sul lato sinistro della facciata si trova il campanile, iniziato nel 1498.
L'interno, barocco, è ad unica navata, con cinque cappelle per lato. Gli affreschi della volta, raffigurano le virtù: furono iniziati da Gaetano Alemanni, che affrescò le pareti dell'abside nel 1779, e terminati da Giuseppe Marchetti e Giuseppe Alberi nel 1783. Le virtù rappresentate sono la Temperanza, la Prudenza, la Carità, la Fortezza, la Speranza, la Giustizia e la Fede.
Molto interessante è il coro in noce: la parte inferiore, quattrocentesca, è coeva all'antica chiesa, mentre le altre parti risalgono al 1743. All'interno del coro è custodita una copia dell'Annunciazione del Palmezzano (l'originale è custodito nella Pinacoteca Civica). Sulla parete d'ingresso una spettacolare struttura lignea accoglie un organo della metà del Settecento. La bussola, la cantoria e la cassa organaria costituiscono un elegante ed armonico insieme barocco che sorprende per la ricchezza delle dorature, l'estro degli intagli e delle decorazioni pittoriche. L'opera fu realizzata nel 1752 dal maestro falegname Marco Antonio Mirri, autore anche dei quattro confessionali e degli armadi della sacrestia.
 

Duomo di Forlì

Il Duomo di Forlì, intitolato alla Santa Croce per un’insigne reliquia del Sacro Legno che vi si conserva, prospetta sulla piazza omonima e sorge sui resti di un'antica pieve anteriore al XII secolo. L’antico edificio, chiamato in passato la “Pieve forlivese”, fu ingrandito nel 1428 e rifatto in gran parte nel 1841, su disegno dall'architetto Giulio Zambianchi.
La facciata, in laterizio, è caratterizzata da un pronao neoclassico di proporzioni monumentali che poggia su sei colonne di ordine corinzio.
L’interno si presenta a tre navate, sostenute da colonne di marmo con capitelli corinzi. La volta a rosoni di stucco gli conferisce una notevole imponenza, accresciuta dal grande affresco del forlivese Pompeo Randi, che occupa tutta l’abside; l’affresco ritrae il rinvenimento, sul Monte Calvario, della croce su cui Cristo fu crocifisso. La navata di sinistra comprende il Santuario della Madonna del Fuoco, ossia la Cappella – costruita a partire dal 1619 e ricca di marmi e di pitture – su cui troneggia l’immagine della Madonna del Fuoco, protettrice della città e della Diocesi. Si tratta dì una xilografia, cioè di un'incisione su carta, che è la più antica fra le xilografie italiane conosciute. La sacra immagine si trovava in una scuola, che il 4 febbraio 1428 prese fuoco. Le fiamme durarono due giorni e distrussero tutto, ma non l'immagine della Madonna, che rimase miracolosamente illesa. Nella Cappella è sepolto il pittore conte Carlo Cignani, che ne decorò magistralmente la cupola con il plastico affresco della Assunzione della Vergine. Altre opere notevoli custodite in Duomo sono: il San Sebastiano di Nicolò Rondinelli, un San Rocco di Marco Palmezzano, e un Sant'Antonio da Padova di Guido Cagnacci. Nel tesoro della Madonna del Fuoco si conserva un magnifico ciborio in legno con lavori di bronzo, pietre dure e figure in smalto, attribuito a Michelangelo, e un reliquiario antichissimo d'argento con figurine in smalto.
Alla Cappella della Madonna del Fuoco fa riscontro la Cappella della Canonica, cominciata nel 1490 su progetto di Pace Bombace: notevoli sono i capitelli dei suoi pilastri, scolpiti da Giacomo di Lanfranco da Caravaggio.
 

Oratorio di San Sebastiano (ex)

L’Oratorio di San Sebastiano prospetta su Piazza Guido da Montefeltro ed è forse l’edificio forlivese che meglio esprime la cultura di matrice melozzesca. Certamente si inserisce nel panorama della grande architettura rinascimentale. L’edificio fu eretto tra il 1494 e il 1502, su disegno di Pace Bombace, cui pare abbia collaborato lo stesso Melozzo da Forlì.
La costruzione presenta una pianta a croce greca, inscritta in un nartece che conduce al corpo centrale: qui doveva essere impostata la cupola, che però non fu mai realizzata. L’interno si caratterizza per l’alternarsi dell’intonaco chiaro e delle decorazioni in cotto che si sovrappongono agli elementi strutturali. La bellissima ornamentazione plastica è stata attribuita all’architetto ravennate Bernardino Guiritti. E’ qui visibile, almeno in parte, la struttura gotica preesistente.
L’Oratorio fu a lungo sede della confraternita dei Battuti Bianchi. Restaurato tra il 1978 e il 1982, è oggi utilizzato per incontri culturali e mostre temporanee.
 

Palazzo Comunale

Sede del Municipio, il Palazzo Comunale prospetta su Piazza Saffi, occupandone tutto il lato di nord-ovest. Edificato nell’XI secolo, il nucleo originario del Palazzo era costituito da una struttura fortificata, posta a controllo della strada maestra. Nel Medioevo fu sede degli uffici del dazio, di una segreteria, di un corpo di guardia e di una stanza per il sale. Dopo l'ampliamento dell'abitato verso il campo dell'Abate, al primitivo nucleo si sovrappose il Palatium Communis. Sconfitti gli Ordelaffi, nel 1360 il cardinale Albornoz s'insediò a Forlì e ricostruì il Palazzo con una cancelleria, servizi e stalle al piano terra, residenza e sala consiliare al piano nobile. Nel 1412 divenne nuovamente residenza degli Ordelaffi e fu oggetto di diversi rimaneggiamenti e ampliamenti nel corso dei secoli. Verso la fine del Quattrocento, l’edificio fu trasformato in residenza signorile da Girolamo Riario e Caterina Sforza, e ospitò papi e reali. Nel 1504, sotto lo Stato Pontificio, il Palazzo divenne sede della Magistratura. Dal 1757 al 1765 Antonio Galli Bibiena progettò e realizzò lo scalone principale, la sala di rappresentanza (Sala del Bibiena) e la Sala del Consiglio Comunale (Sala dei Fasti). Alle pareti si notano sei affreschi dello stesso Bibiena, realizzati in parte dai suoi allievi.
Il disegno dell'attuale facciata neoclassica, opera degli ingegneri Gottardo Perseguiti e Giovanni Bertoni, risale al periodo in cui fu Legato Pontificio il Cardinale Sanseverino (1812-1826): in particolare, fu completato il secondo piano con l'attico e il fastigio di bronzo. Al termine dello scalone uno stretto ballatoio conduce alla Sala degli Angeli, già affrescata da Francesco e Pier Paolo Menzocchi, che ora esibisce due grandi tele: Le Supplici Argive di Girolamo Reggiani e Leena si morde la lingua di Paolo Agelli. Di Francesco Menzocchi sono le belle decorazioni pittoriche, purtroppo deteriorate, della Camera delle Ninfe. Gli attuali uffici del Sindaco, che furono appartamento del Podestà nel periodo napoleonico, conservano tempere di Felice Giani.
 

Porta Schiavonia

L’imponente Porta Schiavonia si trova sul piazzale omonimo, al termine di Corso Garibaldi, all’ingresso nord della città. Essa fu edificata alla fine del Seicento, come arco monumentale, con impianto barocco, inserito nella fatiscente Rocchetta di Schiavonia. Quest’ultima era sorta per presidiare l’accesso alla città dalla parte di Faenza. Fra le varie porte dell’antica cinta muraria (Porta San Pietro, Porta Cotogni e Porta Ravaldino), Porta Schiavonia è l'unica sopravvissuta alla ristrutturazione urbanistica ottocentesca che prevedeva, tra l’altro, l'abbattimento delle mura, costruite dagli Ordelaffi e da Caterina Sforza tra il 1438 e il 1499.
La struttura presenta oggi un'unica apertura monumentale, affiancata da coppie di pilastri sormontati da un capitello, che proseguono anche nella parte alta, oltre la cornice marcapiano. Al di sopra compare una lapide con una lunga iscrizione latina che riporta la data del 1743 (anche se scritta in modo non convenzionale), il nome del papa allora regnante (Benedetto XIV), e la dedica della porta al Legato Pontificio dell’epoca, cardinale Camillo Paulucci.
Sul curioso nome della Porta si sono formulate varie ipotesi. La più probabile suggerisce che l’area su cui sorge la Porta fosse abitata dai Forlivesi, fatti schiavi da Alarico nel 400 e liberati per l’intervento di San Mercuriale.
 

Rocca di Ravaldino

Delle tre strutture difensive che si trovavano sul perimetro delle mura, la Rocca di Ravaldino è la sola ancora esistente. Essa fu voluta dal cardinale Albornoz, dopo che - nel 1359 – ebbe conquistato la città e distrutto la rocca di San Pietro; i lavori però iniziarono solo nel 1372, e furono portati avanti da un certo Bruggia, altro legato pontificio. Pino Ordelaffi, luogotenente generale dei Visconti in Romagna, mentre risistemava le mura di Forlì, iniziò nel 1472 i lavori della cittadella, che circonda la Rocca, lavori che vennero poi nel 1486 ripresi e modificati dal conte Girolamo Riario sotto la direzione dell'architetto Giorgio Fiorentino.
In questa Rocca si rinchiuse e si difese energicamente la celebre Caterina Sforza, durante la rivolta di Cecco dall'Orso nel 1488: fu da' suoi spalti che col famigerato gesto essa sgomentò i congiurati, che minacciavano d'uccidergli i figli rimasti prigionieri nelle loro mani. Fu pure in questa rocca, che essa si difese strenuamente contro Cesare Borgia, il quale però riuscì a conquistare la fortezza. Il Borgia, che aveva molto danneggiato la struttura durante l'assedio, la restaurò con cura, e vi pose il suo grandioso stemma, che ancora vi si osserva nella cortina, per cui entrò.
Nell’Ottocento, all'interno della Cittadella venne costruito l'attuale carcere. La Rocca è stata restaurata negli anni Sessanta del Novecento; in quell’occasione furono ricostruite le coperture di due torrioni e del maschio. Quest'ultimo, che si erge al centro della cortina est, è costituito da tre sale sovrapposte; in quella superiore si trova la bocca di un pozzo a rasoio, che scende fino al livello del cortile interno. Nel maschio si trova anche una singolare scala a chiocciola in pietra, senza perno centrale, i cui 67 scalini si sostengono per sovrapposizione. Attualmente la Rocca è adibita a sede di mostre temporanee, mentre il cortile – durante la stagione estiva – ospita concerti ed eventi culturali.