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Storia di Forlì

Tradizione vuole che Forlì sia stata fondata, nel II secolo a.C., dai Romani guidati dal legato repubblicano Marco Livio Salinatore. La città, chiamata Forum Livii, sorse su un territorio probabilmente abitato da genti umbro-galliche: più che una città, essa doveva essere un foro, ossia un mercato, ove si amministrava anche la giustizia. Col tempo, intorno al foro si formò un centro abitato. In epoca romana, la stella di Forlì brilla poco. Con la caduta dell’impero d’occidente, la storia di Forlì assume contorni imprecisi. Fu suddita di Teodorico, re dei Goti, sottoposta all'esarcato bizantino, dominata dai Longobardi e della Chiesa, quando il pontefice ebbe in dono da Carlo Magno la cosiddetta Pentapoli. Nelle lotte per le investiture, Forlì parteggiò per l'imperatore. E Federico II, nel 1241, le concesse come insegna l'aquila imperiale in campo d'oro. Ghibellina per natura, Forlì ebbe rapporti difficili con gli altri Comuni della Romagna, specie con la guelfa Faenza. Quando l’imperatore fu sconfitto a Parma – nel 1248 – Forlì fu costretta a riconoscere come legato pontificio il cardinale Ottaviano Ubaldini, inviato in Romagna da Innocenzo IV. Da questo momento Forlì diventa teatro di una continua lotta contro il potere pontificio e contro le altre città romagnole.
Nel 1301, il papa affida la Romagna a Carlo, fratello del re Filippo IV di Francia. Nel 1307, soggiorna a Forlì Dante, ospite di Scarpetta Ordelaffi, che, riportata la pace tra le fazioni cittadine, era stato eletto capitano del popolo. Nel 1310, Clemente V si rivolse al re Roberto di Napoli, il quale amministrò la Romagna per mezzo di vicari. Ma Giovanni XXII, nel 1331, inviò a Forlì il cardinale Bertrando del Poggetto per ridurre all'obbedienza Francesco I Ordelaffi, il quale, bandite le famiglie rivali (Calboli e Orgogliosi), si era fatto nominare capitano a vita. Anche il nipote, Francesco II, fu obbligato a sottomettersi, ma nel 1333, poté rientrare in città e ottenerne il vicariato perpetuo. Gli avvenimenti successivi culminarono con la venuta negli Stati della Chiesa del cardinale Albornoz: Francesco dové riconoscersi suddito del papa. Al figlio Sinibaldo fu concesso, per dodici anni, il titolo di vicario della Chiesa; ma, ben presto, Sinibaldo fu eliminato, forse dai nipoti Cecco e Pino. Saliti al potere nel 1385, questi due principi furono diversi l'uno dall'altro; poco avveduto il primo; intelligente e scaltro il secondo. Pino II morì nel 1402, e Cecco (Francesco III), ottenne dalla Chiesa, nel 1403, il vicariato di Forlì per lui e per la sua discendenza. Il suo governo degenerò in tirannide, e il popolo, nel 1405 invase il palazzo e fece morire il tiranno. Il governo popolare fu breve. Il 7 giugno 1411, il papa reintegrò come vicari gli Ordelaffi, nelle persone di Giorgio, pronipote di Cecco III, e di Antonio. Antonio divenne signore ventidue anni dopo, avendo dovuto lottare prima contro Giorgio, poi contro Filippo Maria Visconti. Ripreso il potere, riuscì a farsi riconoscere da Eugenio IV il titolo di vicario della Chiesa. Per nuovi contrasti, il papa gli inviò contro le truppe di Francesco Sforza: Antonio capitolò, ma nel 1438, riuscì a rientrare in Forlì, dove morì nel 1448, lasciando due figli: Cecco (Francesco IV) e Pino. Nel 1466 Pino III elimina il fratello, e poi la madre e la moglie Barbara, figlia di Astorre Manfredi di Faenza. Infelici e brevi sono le nuove nozze con Zaffira, figlia di Taddeo Manfredi di Imola. Poco conforto ha dalla terza, Lucrezia, figlia del conte Giovanni Francesco Pico della Mirandola. In complesso, Pino III fu buon principe, amante delle arti e delle lettere: volle essere sepolto nella chiesa di San Girolamo, vestito dell'abito di frate minore. Con la sua morte, cessa il dominio degli Ordelaffi.
Il papa Sisto IV ne approfitta per dare il governo della città al nipote Girolamo Riario, marito di Caterina Sforza, figlia naturale del duca di Milano Galeazzo Maria. Forte d’animo, nel bene e nel male, Caterina entra a Forlì il 15 luglio 1481, con il popolo festante. Ma quando il Riario è costretto ad imporre nuovamente le gabelle che aveva tolto, il popolo si solleva. A seguito di una congiura, capitanata da Cecco dall’Orso, Girolamo Riario viene ucciso a tradimento il 14 aprile 1488. Caterina continuò a reggere, con mano ferrea, la signoria, scacciando nel 1498 i Veneziani, che da Ravenna tentarono di stendere il loro dominio su tutta la Romagna E a chi conduce dinanzi alle mura i suoi figli per esporli a morte certa, ella – così dice la leggenda – alza le vesti e fa un gesto sublime nella sua oscenità, affermando che non le manca lo stampo per formarne altri. Nel 1500 però, dopo aspra lotta, Caterina dové cedere il dominio a Cesare Borgia, il duca Valentino, che vi durò solo tre anni. Ritornati per poco gli Ordelaffi, questi abbandonarono definitivamente la città alla Chiesa nel 1504.
Il dominio consecutivo dei papi durò per quasi tre secoli. La città fu governata per mezzo di Legati, residenti specialmente a Ravenna. L'attività politica del paese venne a poco a poco assopita e spenta, e con essa tutto decadde, risultandone un oscurantismo sistematico, divenuto poi proverbiale.
Nel 1797, dopo il simulacro di battaglia al Senio tra i repubblicani Francesi e Papalini, Forlì fu dichiarata capoluogo del dipartimento del Rubicone, facente parte della Repubblica Cisalpina, poi Regno d'Italia. Passato l’astro napoleonico, la città fu restituita al papa nel congresso di Vienna del 1815. Il 6 luglio 1816 Pio VII divise la Romagna nelle due Delegazioni di Ravenna e di Forlì, restando in questo modo Forlì capitale di provincia, com’è attualmente.
Forlì prese parte attiva ai moti rivoluzionari del ‘21 e del ’31. Sconfitti i patrioti al Monte di Cesena, le orde papaline, comandate dal colonnello Barbieri, entrarono in Forlì, saccheggiando la città e massacrando la popolazione (21 gennaio 1832). Nel 1848-49 Forlì non fu seconda a nessun’altra città per patriottismo. Soffocata la rivoluzione dalle truppe austriache, sotto la loro bandiera si scatenò la reazione pontificia. Fu allora che nella campagna sorse la famigerata banda del Passatore che nella notte del 24-25 gennaio 1851 assaltò il teatro della vicina Forlimpopoli, imponendo una fortissima contribuzione agli spettatori.
Nelle guerre per l'indipendenza del 1859-60 Forlì mandò più di 1200 volontari. Dopo il plebiscito dell'Emilia, del settembre 1859, essa fu unita al Piemonte, poi al Regno d'Italia.
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