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Domenica 30 Aprile 2017, San Pio V
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Visitare Ferrara - guida breve

 

Casa di Ludovico Ariosto

La casa si trova proprio in Via Ariosto ed è qui che il poeta trascorse i suoi ultimi anni di vita, mentre terminava “l'Orlando Furioso” pubblicato in edizione definitiva nel 1532, anno precedente alla sua morte. Lo scrittore si trasferì a Ferrara nel 1484 e qui svolse i suoi studi, lavorò anche per il cardinale Ippolito d'Este, fratello del duca Alfonso I, fu poi allontanato per qualche anno per incarichi di lavoro e poi tornò definitivamente a Ferrara.
Sul marcapiano della casa è iscritta la frase: “parva sed apta mihi, sed nulli obnoxia sed non sordida, parta meo sed tamen aere domus” (piccola ma adatta per me, a nessuno soggetta e fatta col mio denaro). La casa fu venduta a metà del Settecento al municipio di Ferrara dai discendenti dell'Ariosto e fu restaurata agli inizi dell'Ottocento. All'interno la casa appare spoglia: rimane solo qualche tavolo e qualche sedia, ma nel visitarla è suggestivo il pensiero di un grandissimo poeta che lì ha scritto un capolavoro immortale della letteratura italiana.
 

Castello Estense

L’imponente Castello Estense - vera e propria fortezza del centro cittadino - fu fatto erigere nel 1385 da Nicolò II d’Este, a protezione degli attacchi esterni, ma soprattutto degli attacchi dei ferraresi, che aveva manifestato il suo malcontento, con una sommossa, nei confronti del governo estense. Per la progettazione, fu incaricato l’architetto di corte Bartolino da Novara. La nuova costruzione fu addossata alla vecchia Torre dei Leoni, inglobata nell’edificio, che risultò così munito così di ben quattro torri angolari, unite fra loro da cortine murarie.
Per vari decenni, il castello assolse all’unica funzione di fortezza militare, ma pian piano - a partire dal 1450 - fu progressivamente trasformato in dimora signorile e spazio per la corte, con diversi abbellimenti interni ed ampliamenti. Il castello, insomma, perdette l’aspetto austero di fortilizio per divenire una magnifica corte, arricchito da altane, balconi di marmo e dal cortile di linee cinquecentesche (allora completamente affrescato) e da fastosi appartamenti.
Il sotterraneo è formato dalle prigioni, tristemente famose per la tragica storia d’amore di Ugo e Parisina - rispettivamente figlio primogenito e seconda moglie del marchese Nicolò III - che vi furono rinchiusi, prima di essere giustiziati.
Al piano terra si trovano le cucine, volute dal duca Alfonso I all’inizio del Cinquecento. Notevoli sono la Sala del Cordolo con originale decorazione in pietra bianca, e la Rampa delle Artiglierie, usata per portare i cannoni sugli spalti del castello.
Al piano nobile si possono ammirare la Loggia e il Giardino degli Aranci - bellissimo giardino pensile cinquecentesco - e il Camerino dei Baccanali, che conserva tre affreschi, con scene in onore di Bacco e Arianna. Proseguendo, si trova la Cappella di Renata di Francia, luogo di culto calvinista fatto edificare da Renata di Francia, sposa di Ercole II, con marmi preziosi, e tre Saloni d’onore, con affreschi della seconda metà del Cinquecento, attribuiti alla famiglia Filippi. Bella è anche la Sala dell’Aurora, che ha il soffitto decorato con motivi d’ispirazione mitologica, raffiguranti i vari momenti della giornata, e - simbolicamente - le stagioni dell’uomo. Infine, c’è la Saletta dei Giochi, con al centro il girotondo delle stagioni, e con rappresentazioni di vari giochi e sport del mondo greco e romano.
Dopo aver ospitato in passato anche i governatori pontifici, il Castello Estense è oggi sede dell’Amministrazione Provinciale e della Prefettura di Ferrara.
 

Cattedrale di Ferrara

Costruita nel XII secolo e dedicata ai Santi Giorgio e Maurelio, patroni della città, la Cattedrale subì modifiche in stile gotico tra la seconda metà del Duecento e gli inizi del Trecento.
La particolare facciata, caratterizzata dalla struttura a tre cuspidi, simbolo della Trinità, fu iniziata in uno stile romanico visibile ancora soprattutto nella parte inferiore Nella facciata stessa spicca il portale mediano preceduto da un protiro del XII secolo di eccezionale bellezza: nella lunetta è la figura di San Giorgio a cavallo che trafigge il drago, opera di Nicholaus, uno degli artisti più rappresentativi della scultura romanica in Italia. La parte superiore, di qualche decennio dopo, presenta un bellissimo Giudizio Universale, ispirato all’arte gotica francese, scolpito da un artista ignoto e situato sulla loggia centrale.
Lungo il fianco destro dell’edificio corrono due ordini di gallerie, ornate da colonnine di diversa forma: la parte inferiore è occupata da un portico continuo con botteghe, detto Loggia dei Merciai, del XV secolo. Qui si apriva la Porta dei Mesi, così chiamata dalle magnifiche formelle scolpite con la rappresentazione dei mesi, oggi conservate nel Museo del Duomo.
Il campanile, in marmo rosa e bianco, fu fatto costruire inizialmente da Nicolò III e successivamente disegnato da Leon Battista Alberti; fu completato nella seconda metà del Cinquecento, sotto Alfonso II ed assume caratteristiche soprattutto dell'architettura romana. Nel XVII secolo, fu fatto costruire l'atrio per motivi di statica, rendendo così più sicura la struttura. Qui sono conservati due sarcofagi, uno del V secolo, l’altro del Trecento, ed una lapide contenente una delle prime frasi scritte nella nascente lingua italiana:

“Nel milecentotrentacenque nato
Foe questo tempio a San Giorgio donato
Da Glelmo cittadin per so amore
Et mea fu l'opra Nicolao Scultore”


. L'interno della chiesa è stato quasi totalmente ricostruito agli inizi del Settecento per opera dell'architetto ferrarese Francesco Mazzarelli. Originariamente comprendeva cinque navate ed il soffitto a cassettoni. L'aspetto che troviamo oggi è completamente diverso dalla facciata esterna, ma non per questo di minor bellezza. Le decorazioni pittoriche sono di Alessandro Mantovani e del suo allievo Virginio Monti, pittori ferraresi. L'abside è sormontata dal “Giudizio Universale” di Sebastiano Filippi, chiaramente ispirato all'opera di Michelangelo e riconosciuto come il maggior affresco del pittore.
 

Certosa di Ferrara

Il complesso della Certosa fu edificato intorno al 1460 per volontà di Borso d'Este, per ospitare l’Ordine dei P:P: Certosini. Scarse sono le indicazioni circa la paternità dell'opera. La Certosa comprendeva la chiesa orientata verso ovest, affiancata sulla destra dal giardino abbaziale porticato, di accesso al monastero, e sulla sinistra dalla foresteria, con chiostro interno ed alcune fabbriche adibite a servizi (granai, distilleria). Alla fine del '700 la soppressione degli ordini religiosi e la confisca dei beni ecclesiastici da parte di Napoleone allontanò definitivamente i Certosini da Ferrara e l'antico convento, per i requisiti di isolamento e vastità fu trasformato in cimitero monumentale, su progetto di F. Canonici. Alla Certosa si conservano, tra le altre, le tombe del duca Borso e dei pittori Giovanni Boldini, Gaetano Previati e Filippo De Pisis.
La costruzione della chiesa di San Cristoforo iniziò nel 1498, su progetto di Biagio Rossetti, e fu portata a termine nel 1551. Diversi furono poi gli interventi di restauro, soprattutto dopo il terremoto del 1570 e i bombardamenti della seconda guerra mondiale. La facciata a capanna, in laterizio, è rimasta incompiuta. Vi spicca il bianco marmo del portale, lavorato con i classici motivi rinascimentali. L'interno del tempio è a navata unica, ampia e luminosa, con sei cappelle per Iato, il transetto ed una profonda zona presbiterale absidato. Attualmente la chiesa è priva della maggior parte delle opere d'arte e degli arredi liturgici.
 

Chiesa di San Giorgio

La chiesa di San Giorgio è il tempio ferrarese che ha le origini più antiche. Documentata dal VII secolo, la chiesa fu Cattedrale cittadina fino al 1135. Dopo il trasferimento del titolo di Cattedrale, il complesso di San Giorgio attraversò un periodo di decadenza, fino al 1417, ossia fino all’arrivo dei monaci Olivetani. L’attuale configurazione dell’edificio si deve alla trasformazione operata da Alberto Schiatti, nel 1581, e a un successivo intervento del XVII secolo. Il campanile, in muratura di cotto, fu eretto nel 1485, ad opera di Biagio Rossetti.
La facciata è in cotto e risulta arricchita da un ampio bassorilievo in pietra: San Giorgio che uccide il drago. Fu progettata da Francesco Lazzarelli e Giacomo Bottoni. L’interno, a tre navate e con decorazioni barocche, conserva opere di Francesco Ferrari, Costanzo Catanio e Francesco Naselli. Nell’area presbiterale si erge il monumento sepolcrale del vescovo Lorenzo Roverella, opera quattrocentesca di Antonio Rossellino e Ambrogio da Milano. In prossimità dell’ingresso al campanile è la tomba di Cosmè Tura, caposcuola della scuola pittorica nota come “Officina Ferrarese”. Di tratto assai elegante sono la sacrestia e il chiostro, unici resti dell’antico, ampio convento.
 

Chiesa di San Paolo

Secondo la tradizione, la chiesa di San Paolo risale al X secolo. E’ certo che essa fu ricostruita nelle forme attuali dopo il terremoto del 1570, su progetto dall’architetto Alberto Schiatti. A fianco della chiesa esiste ancora l’ex convento, con due eleganti chiostri.
L’interno del tempio conserva affreschi e pregevoli dipinti di vari secoli, soprattutto dal XVI al XVII: per questo motivo, la chiesa è considerata un “museo” degli artisti ferraresi del tardo Rinascimento. Nella navata sinistra spiccano,in particolare: La discesa dello Spirito Santo dello Scarsellino, nonché La Resurrezione e La Circoncisione del Bastianino. Nella navata destra si possono ammirare: La nascita di San Giovanni Battista di Scarsellino, e L’Annunciazione di Bastianino. Nel transetto destro, sotto l’organo, è il San Girolamo di Girolamo da Carpi. Di Domenico Mona sono L’adorazione dei Magi dietro l’altar maggiore e La conversione e La decollazione di San Paolo, ai lati del presbiterio. Nel catino absidale si ammira Il ratto di Elia, di Scarsellino, un affresco che aprì una nuova stagione nella pittura italiana. A seguito di alcuni saggi sulla parete est del primo chiostro, nel corso dei primi anni Novanta, sono venuti in luce vari affreschi della vecchia Chiesa di San Paolo, miracolosamente sopravvissuti al terremoto e quindi alla ricostruzione del 1570. Le opere sono visibili da alcuni spazi di risulta, posti dietro alle cappelle absidali della navata destra.
 

Museo dell'Ottocento

Il Museo dell’Ottocento è ospitato nelle ampie ed eleganti sale del piano nobile di Palazzo Massari, affrescate nel tardo Seicento da Maurelio Scannavini e Giacomo Parolini.
Vi sono raccolti, seguendo un percorso ordinato per temi, numerosi dipinti dei principali artisti ferraresi dell’Ottocento. La pittura romantica del periodo che precede l’unità d’Italia e, soprattutto, il suo rapporto con l’arte del passato, si ritrova nelle opere di Giuseppe Pagliarini, Gaetano Domenichini, Alessandro Mantovani e Gaetano Turchi, interprete quest’ultimo - con Massimiliano Lodi e Girolamo Domenichini - della storia culturale di Ferrara.
Altre sale sono dedicate a Gaetano Previati e Giuseppe Mentessi, gli artisti che, insieme a Giovanni Boldini, emigrarono e si affermarono come protagonisti della scena artistica nazionale ed europea. La formazione di Previati spazia nell’ambiente artistico lombardo per poi pervenire - a fine Ottocento - ad una svolta verso la pittura divisionista-simbolista italiana. Coetaneo di Previati, Mentessi dedicò la sua pittura ai temi sociali ed umanitari. con approccio realista: sono esposte, oltre le vedute di Venezia, le opere d’ispirazione sociale quali Panem Nostrum Quotidianum e opere della maturità, pervase da un sereno simbolismo, quali Pace e Ore liete. Tra gli artisti presenti nelle ultime sale, spiccano Alberto Pisa e i vedutisti Giuseppe Chittò e Federico Moja, quest’ultimo tra i maggiori italiani dell’epoca.
 

Museo della Cattedrale

Il Museo della Cattedrale è stato creato nel 1929. Le opere allora raccolte provenivano in gran parte dalla Cattedrale, ma anche da altre sedi cittadine civiche come i lapidari del cortile di Palazzo Paradiso e di Palazzo dei Diamanti. Successivamente la collezione si arricchì di altri preziosi marmi, rinvenuti durante i lavori di sistemazione della pavimentazione dell’atrio. Il Museo è rimasto nella storica sede - un’ampia sala soprastante l’atrio della Cattedrale - fino al dicembre del 2000. In seguito ad una nuova convenzione tra il Capitolo della Cattedrale e il Comune di Ferrara, proprietari delle opere esposte, la sede museale è stata trasferita nei locali dell’attigua ex chiesa e convento di San Romano, ripristinati nell’ambito delle opere realizzate per il Giubileo.
Il nuovo percorso comincia nello spazio del convento, dove si conservano un innario , un salterio e ventidue corali atlantici rinascimentali, miniati da Guglielmo Giraldi (caposcuola della miniatura ferrarese della prima metà del Quattrocento), Jacopo Filippo Argenta, Martino da Modena e Giovanni Vendramin. Alcuni progetti e un modello ligneo, databili all’ultimo decennio del Settecento, permettono di ricostruire le vicende del concorso di allora per completare il campanile quattrocentesco. Lapidi iscritte di diversa provenienza e due parapetti di ambone, originariamente nell’antica Cattedrale di Voghenza, opera di maestranza ravennate dell’VIII secolo, completano il primo ambiente.
L’ampia aula dell’antica chiesa accoglie le opere più preziose del museo, a cominciare dalle splendide ante per l’organo della Cattedrale che Cosmè Tura realizzò nel 1469. L’attuale disposizione delle ante consente la visione delle raffigurazioni sia esterne (San Giorgio che uccide il drago e la Principessa), sia interne (l’arcangelo Gabriele e la Vergine). A Cosmè Tura è attribuita anche una piccola scultura che rappresenta S. Maurelio. La navata ad aula è suddivisa da ampie pennellature che reggono otto arazzi con episodi della vita dei santi Giorgio e Maurelio, protettori di Ferrara; gli arazzi sono stati eseguiti - intorno al 1550 - dal fiammingo Giovanni Karcher, su cartoni predisposti dal Garofano e dal Filippi. E’ l’unico esempio superstite di questo tipo di produzione locale d’età rinascimentale.
Addossate ai pannelli, su cavalletti metallici, sono alcune lapidi provenienti dal fianco della Cattedrale, come le magnifiche formelle che ornavano l’antica Porta dei Pellegrini, o dei Mesi, rimosse nel Settecento. Si tratta dell’opera di uno scultore anonimo del primo Duecento, chiamato per convenzione il Maestro dei Mesi, proprio per avere realizzato queste splendide raffigurazioni allegoriche: ogni mese è associato alla corrispondente attività agricola, resa con un naturalismo spontaneo ed elegante, ben informato sui modi dell’Antelami. Nell’abside è la Madonna della Melagrana, opera di Jacopo della Quercia, eseguita nel 1406 per l’altare della cappella Silvestri.
 

Museo Giovanni Boldini

Il Museo è ospitato nelle sale di rappresentanza dell’aristocratico Palazzo Massari, e contiene i grandi ritratti di Giovanni Boldini (1842-1931), il celebre artista di origine ferrarese. Boldini ebbe una vita movimentata: dopo i primi anni di formazione trascorsi in Toscana, a Parigi e a Londra, l’artista si stabilì definitivamente nella capitale francese, e qui elaborò e perfezionò lo stile estroso e rapido della sua pittura, ottenendo i primi importanti successi. Divenuto il più conteso ritrattista dell’alta società parigina, Boldini acquisì in seguito grande celebrità. Le donne più ricche ed affascinanti del tempo fecero a gara nel posare per lui, sicure che il suo pennello ed il suo tratto personalissimo le avrebbe rese immortali.
Nelle prime stanze del Museo si trovano alcune opere giovanili del pittore, fra le quali un Autoritratto e l’olio Due cavalli bianchi. Nella quarta sala, vasto e sontuoso ambiente affrescato, sono esposti cinque grandi dipinti che testimoniano, la grande maestria di Boldini nel ritratto. Sono: La contessa Gabrielle de Rasty, L’Infanta Eulalia di Spagna, Il piccolo Subercaseuse, La contessa de Leusse e Fuoco d’artificio, tutti eseguiti fra il 1878 e il 1891. L’ultima sala è dominata dallo splendido quadro La passeggiata al Bois de Boulogne (1909). L’itinerario continua in direzione opposta alla precedente, attraverso alcune sale che contengono numerosi studi pittorici e oggetti personali dell’artista, fra cui la scatola di colori e pennelli sul cui coperchio egli ritrasse Il giardiniere dei Veil-Picard. Nella penultima sala è esposto il ritratto La donna in Rosa che è divenuto il simbolo del museo.
 

Palazzina di Marfisa d'Este

Gli assi viari dei nuovi quartieri dell’Addizione urbanistica, voluta da Niccolò III, portano ad alcune delle "delizie" della famiglia Este, ossia a quei palazzi sorti in zone isolate e verdi e destinati al divertimento ed al riposo della corte, lontano dalle cure del governo. Una delle delizie più interessanti della città di Ferrara è, senza dubbio, la Palazzina di Marfisa d’Este, magnifico esempio di residenza signorile del Cinquecento.
Anticamente al centro di un complesso di edifici noti come "Casini di San Silvestro", la Palazzina fu costruita a partire dal 1559 per volere del Marchese Francesco d’Este, figlio di Alfonso I e Lucrezia Borgia. Dal 1578 passò in eredità alla figlia di Francesco, Marfisa, amante delle arti e protettrice di Torquato Tasso. Con la morte della principessa Marfisa - avvenuta nel 1608 - la Palazzina passò in eredità ai Cybo-Malaspina; subì poi una serie di passaggi di proprietà e attraversò periodi di abbandono, fino a che divenne sede museale nel 1935.
L’edificio è disposto su un unico piano rialzato: il portale marmoreo è dotato di trabeazione, con le mezze colonne sormontate da capitelli corinzi. La facciata che prospetta su Corso Giovecca è in mattoni a faccia vista e presenta ampie finestre rettangolari, mentre nel vasto giardino un gran loggiato fungeva da teatro. L’interno presenta una serie di magnifici soffitti a grottesche cinquecentesche. La Palazzina ospita preziose collezioni di oggetti d’arte e d’antiquariato - sculture, dipinti e mobili - che danno un’indicazione precisa di come fosse arredata una dimora del XVI secolo.
 

Palazzo dei Diamanti

Il Palazzo fu innalzato a partire dal 1493, per Sigismondo d'Este, fratello del duca, e rappresenta sicuramente il capolavoro dell'architetto e urbanista di corte, Biagio Rossetti. Agli inizi del Cinquecento i lavori si interruppero per essere ripresi sessant'anni dopo dal cardinale Luigi d'Este. Passato poi sotto proprietà della famiglia Villa, il palazzo subì alcuni ritocchi. La stupenda facciata è composta da pietre sbozzate a diamante inclinate verso il basso nella zona inferiore, verso il centro nella zona mediana e verso l'alto nella parte superiore, creando così un effetto di luce particolare. Naturalmente, il Palazzo prende il nome dagli 8.500 "diamanti" che compongono il bugnato marmoreo dell'originale rivestimento.
Posto all'incrocio delle due arterie principali della c.d. “'addizione erculea”, l'edificio simboleggia il prestigio e la gloria degli Estensi, ma è anche inteso a sottolineare l'importanza dell'incrocio stesso. Esso fu progettato per una visione diagonale ed il suo punto focale è quindi l'angolo, impreziosito dalle splendide candelabre scolpite da Gabriele Frisoni e dal grazioso balconcino, di poco posteriore. Il Palazzo dei Diamanti è ubicato in modo da accentuare la direttrice visiva verso Piazza Ariostea. Quest’effetto è potenziato dalla presenza del Palazzo Turchi-Di Bagno e del Palazzo Prosperi-Sacrati: le cui masse imponenti si oppongono al "vuoto" dell'angolo nord-est, sul quale il Palazzo insiste in posizione arretrata. Il motivo angolare del pilastro decorativo è presente in tutti e tre i palazzi: nel Palazzo dei Diamanti e in quello Prosperi-Sacrati è interrotto da un balconcino d'angolo, costituendo così un arresto visuale, mentre nel Palazzo Turchi-Di Bagno l'assenza del balcone è il segno di un invito a procedere.
Dopo la mostra avvenuta nel 1933, che vide esposte le opere di Cosmè Tura, Ercole de' Roberti e Francesco del Cossa, il palazzo divenne sede della Pinacoteca Nazionale , che è ospitata al piano nobile. Al pianterreno, il Palazzo ospita la Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea, sede di prestigiose esposizioni. E’ presente anche un laboratorio per le operazioni di restauro.
 

Palazzo di Lodovico il Moro

Il palazzo di Lodovico il Moro - sede del Museo Archeologico Nazionale - fu fatto erigere da Antonio Costabili, ambasciatore degli Estensi presso la corte di Milano, ed è considerato uno degli edifici più originali del Rinascimento. Il progetto, che risale al 1495 e porta la firma di Biagio Rossetti, è rimasto incompiuto.
Il cortile principale, detto cortile d’onore, è completato solo su due lati ed è circondato da un doppio loggiato di marmo. Notevole è la decorazione marmorea delle paraste e dei gradini dello scalone del cortile, opera del Frisoni. In origine, le finestre del primo piano erano alternativamente aperte e murate, così creando un gioco di pieni e vuoti. Con il restauro degli anni Trenta del ‘900 tutte le finestre furono aperte, per ottenere un porticato nello stile del Bramante: a quest’ultimo si voleva infatti attribuire il progetto del palazzo. Ora un bel gioco di tende suggerisce l’antico aspetto del cortile. Dell’originaria decorazione pittorica, cancellata da interventi del Settecento - a loro volta distrutti - resta testimonianza in alcune sale affrescate dal Garofano nel secolo XVI. Notevole, in particolare, è il sontuoso soffitto della cosiddetta "Sala del Tesoro", in cui si nota l’influenza del Mantegna.
L'edificio fu acquistato dallo Stato nel 1920, e divenne nel 1935 sede del Museo Archeologico Nazionale .
 

Palazzo Schifanoia

Il Palazzo fu fatto costruire da Alberto d’Este intorno al 1385, in una zona tranquilla - piena di giardini e di orti - presso l’antico corso del Po. Successivamente, fu ampliato da Leonello d'Este. Il Palazzo Schifanoia è così chiamato perché gli Estensi lo consideravano un rifugio in cui riposare dalle quotidiane fatiche di governo, e divertirsi e “schivar la noia”. Insomma, Schifanoia - come la Palazzina di Marfisa d’Este - è una delle cosiddette “delizie” degli Estensi. Nel tempo, l’edificio ha subito diversi ritocchi e trasformazioni: in particolare, vi fu aggiunto uno splendido cornicione in cotto, opera di Biagio Rossetti.
Il palazzo si presenta oggi come un lungo edificio diviso in due ali: l’ala trecentesca (sede del Museo Civico), e quella quattrocentesca che è il frutto dell’ampliamento degli anni 1465-1467. La facciata presenta un elegante portale marmoreo disegnato da Francesco del Cossa. Il portale si presenta a due ordini. Il secondo, più piccolo, comprende un grande scudo diviso in quattro parti.
Schifanoia conserva al suo interno uno dei cicli d’affreschi più importanti del Rinascimento italiano: a questi affreschi posero mano diversi pittori ferraresi della scuola di Cosmè Tura, fra cui Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti. Il vasto ambiente, denominato Salone dei Mesi, è diviso verticalmente da grandi affreschi che riproducono i dodici mesi dell’anno. Ogni mese è suddiviso in tre fasce orizzontali: in alto è raffigurato il mondo divino; in mezzo sono rappresentati i segni zodiacali; in basso appare il mondo degli uomini, con la raffigurazione delle attività quotidiane del popolo e della corte. Stupendamente decorata è anche la Sala delle Virtù. Fra le numerose altre sale, sono particolarmente interessanti quella delle ceramiche, quella dei bronzi e quella della numismatica.
 

Piazza Cattedrale

Piazza Cattedrale (o Piazza Duomo) è delimitata dal fronte della Cattedrale, dal Palazzo della Ragione con la Torre Aleotti, dalla Torre della Vittoria, dal Palazzo Ducale, ora Palazzo Municipale, ed infine dall’Arcivescovado.
Gli edifici a corona della piazza erano gli stessi, ma prima della guerra troneggiava, al centro, la figura austera e baffuta di Re Vittorio Emanuele II, in un monumento eretto in bronzo nel 1889 dallo scultore Giulio Monteverde. Ai piedi del sovrano, un’altra figura, anch’essa in bronzo, rappresentava l’Italia.
I lazzi dei ferraresi erano spesso rivolti in modo irriguardoso alla statua che veniva ridicolizzata con il nome di “piolo”; quando il monumento fu tolto, la piazza riacquistò il respiro, la profondità e la libertà di cui aveva sempre goduto.
Nessuno più ricorda il tram a cavalli che si arrestava davanti alla Cattedrale, ma a partire dal 1910 entrò in funzione la linea tranviaria elettrica ed uno sferragliante convoglio faceva la sua regolare fermata davanti al Duomo: altri tempi ed altre velocità oggi fortunata,mente mitigate, almeno nel centro storico, da un’isola pedonale in realtà non sempre rispettata.
Dall’arco del cavallo, attribuito a Leon Battista Alberti, partiva una loggia la quale - prolungandosi a nord - uniformava l’assetto architettonico della piazza unificando la parete del palazzo estense di fronte alla Cattedrale. I ferraresi potevano così passeggiare comodamente per tutto il perimetro della Piazza, al riparo dai capricci del tempo, ma soprattutto potevano ammirare un prospetto architettonico più armonico fluente nei tre slarghi costituiti da Piazza Trento Trieste, Piazza Cattedrale e Piazza Savonarola.
 

Piazza del Municipio

Ex cortile d'onore del Palazzo Ducale, la Piazza è dominata dal grandioso scalone costruito su disegno - del 1481 - di Pietro Benvenuti degli Ordini, che fuse elementi gotici medievali, come la balaustra marmorea in stile veneziano, con altri di impronta già chiaramente rinascimentale: la cupola e gli archi che richiamano quelli del loggiato ovest. L'ala adiacente allo scalone presenta raffinate finestre di marmo che segnano la posizione in cui vissero molte duchesse, fra cui la celebre Lucrezia Borgia. Un portale di marmo segna l'ingresso alla Sala Estense, attuale teatro che occupa il luogo in cui sorgeva la cappella ducale di Santa Maria di Corte. Nel XIX secolo, sulla stessa parete è stata dipinta una meridiana.
 

Via delle Volte

E’ probabilmente la via più suggestiva di Ferrara, tutta arcate, ciottoli, lunga due chilometri, dove si diramano le romantiche e silenziose Via Crocebianca, Via Sacca e Via Colomba.
Via delle Volte segna l'asse lungo il quale si sviluppò la Ferrara, cosiddetta lineare, dal VII al XI secolo, influenzando in modo determinante lo sviluppo successivo di tutta la città. In questa via lo sviluppo in profondità venne risolto architettonicamente con la creazione di passaggi aerei, gli attuali volti che punteggiano la strada, utilizzati per collegare i magazzini sulla riva del fiume alle botteghe-abitazioni verso il centro. E' bene percorrere un buon tratto della via per godere della visione di edifici trecenteschi e quattrocenteschi, nonché del fascino delle viuzze che da esse si dipartono.
Così la descrive Giorgio Bassani, nel suo capolavoro (Il Giardino dei Finzi-Contini):

"Priva di marciapiedi, il ciottolato pieno di buche, la strada appariva anche più buia del solito. Mentre avanzavamo quasi a tentoni, e con l'unico aiuto, per dirigerci, della luce che usciva dai portoncini socchiusi dei bordelli, Malnate aveva attaccato come d'abitudine qualche strofa del Porta."