Login / Registrazione
Domenica 26 Marzo 2017, San Ludgero
follow us! @travelitalia

Visitare Cosenza - guida breve

 

Castello Svevo

Il Castello domina Cosenza dall’alto del Colle Pancrazio e ha origini molto incerte. Innalzato dai Bizantini o dai Saraceni, forse sulle rovine dell’antica Rocca Bretica, dopo il 1000 fu rimaneggiato dal califfo arabo Saati Cayti che ne fece la sua dimora. Cacciati i Saraceni, intorno al 1130 la struttura fu rafforzata dal duca dei Normanni Ruggero II, ma fu distrutta dal terremoto del 1184. Federico II di Svevia ne curò la ricostruzione verso il 1240, secondo un progetto dei suoi architetti militari. Con l’intervento svevo, l'architettura della rocca rimase tanto condizionata che, in seguito, la fortezza fu chiamata Castello Svevo. Il maniero presenta, infatti, pianta rettangolare, un cortile centrale e una torre angolare residua a pianta ottagonale, tipica delle costruzioni sveve.
Sotto gli Angioini il fortilizio divenne dimora Reale: nel 1433 vi dimorarono Luigi III d'Angiò e Margherita di Savoia, giunti a governare la provincia calabrese. Nel 1459 vi dimorò anche re Alfonso d'Aragona. Negli anni del conflitto angioino-aragonese, il Castello fu adibito a zecca per monete d’argento e di rame. Nonostante i vari utilizzi, il Castello, agli inizi del Cinquecento era uno dei fortilizi militari più importanti della Calabria settentrionale.
Nel corso del Cinquecento, gli Spagnoli riportarono il Castello alla sua funzione originaria di fortezza militare. Verso il 1540 divenne deposito di armi e munizioni e sede carceraria. Dopo il 1630, iniziò la lenta decadenza del Castello, variamente smantellato dai terremoti: quello del 1638 ne rovinò i piani superiori, i baluardi e le torri, quello del 1659 abbatte le rimanenti murature. Nella seconda metà del Settecento, la rocca fu adibita a seminario e, sotto i Borboni, ridivenne carcere politico: dopo l’insurrezione del 1844, vi furono incarcerati numerosi patrioti. Il Castello fu danneggiato dai terremoti del 1835, del 1852 e del 1854, e dopo l’unità d’Italia, entrò nelle proprietà del Demanio; nel 1883 fu ceduto al Comune di Cosenza. Danneggiato ancora dal terremoto del 1905, fu sottoposto nel Novecento a vari restauri parziali, uno assai recente.
Oggi il Castello presenta ben conservati: la torre ottagonale di epoca sveva, gli stemmi di età angioma e le segrete. Dal Castello si gode un bellissimo panorama che comprende la sottostante città, la valle del Crati e le pendici della Sila.
 

Complesso di San Domenico

Piazza Tommaso Campanella è dominata dal Complesso di San Domenico, formato dalla Chiesa omonima, dalla Cappella di San Matteo, dalla Cappella del Rosario e dal Convento dei Padri Domenicani. Il Complesso, sorto alla metà del Quattrocento e consacrato nel 1468, fu realizzato per volere del principe Sanseverino di Bisignano, che aveva donato ai Domenicani il suo palazzo: accanto a quest’ultimo fu costruita la Chiesa, sul sito di un tempio preesistente dedicato a San Matteo.
La Chiesa fu rimaneggiata nel Settecento e dopo la seconda guerra mondiale, quando fu rifatta l’attuale cupola barocca, rivestita di rame. Della struttura originaria restano solamente la facciata con protiro e rosone in stile gotico fiorito, e la parte terminale in cui si apre una bifora ad arco acuto. Il portale ligneo, del 1614, presenta intagli di motivi floreali, figure di santi e stemmi.
L’interno è stato completamente rifatto nel Settecento, mantenendo solo nel coro alcune tracce dei caratteri iniziali; barocca è anche la fastosa decorazione dell’oratorio del Rosario, dove merita particolare attenzione il ricco soffitto in legno intagliato e dorato. Al centro sono collocati quattro dipinti: Gesù tra i dottori, Natività, Morte di Maria, Circoncisione. Ai lati dell’arco santo sono due dipinti su tela: L’Agnello Annunziante e l’Annunziata. Sulla parete sinistra è visibile la Visitazione e, tra i finestroni, affreschi racchiusi in cornici lignee: la Natività, la Presentazione al tempio, Gesù tra i dottori, Gesù nell'orto, mentre sul lato destro troviamo la Crocefissione, la Risurrezione, la Trasfigurazione, la Discesa dello Spirito Santo e l'Assunzione. Sulla cantoria è collocato un settecentesco organo in legno scolpito e dipinto. Ai lati dell'arco santo sono due statue in legno di San Tommaso d'Aquino e del Beato Enrico Susone. Notevoli, infine, sono le opere di A. Granata, artista casentino della fine del Settecento: Santa Rosa, Santa Caterina, San Ludovico.
All'esterno della chiesa, sulla sua sinistra, si trova l'antico convento, in cui è ora insediata la caserma intitolata ai Fratelli Bandiera, che ospita il Distretto Militare.
 

Complesso Monastico delle Cappuccinelle

Il complesso monastico sorge in Via Cappuccinelle, poco distante dal Castello Svevo, ed è caratterizzato dalla presenza della Chiesa di Santa Maria di Gerusalemme, meglio conosciuta come Chiesa delle Cappuccinelle o di Santa Maria della Provvidenza. La Chiesa fu costruita nel 1581 sui resti della Rocca Bretica, rifatta nel Seicento e largamente rimaneggiata dopo i danni subiti durante la seconda guerra mondiale. L'attuale Chiesa è affiancata da un Monastero, fondato nel 1582 e destinato alle Clarisse. Intitolato alla SS. Croce di Gerusalemme, appartenne alle suore dell'ordine delle Cappuccinelle. Chiesa e Monastero furono gravemente danneggiati dal terremoto del 1854, che distrusse numerose opere d'arte. Dopo la soppressione del Monastero (1860), i suoi locali passarono al Comune (1866). Nel 1911 il complesso fu adibito a ricovero per orfanelle. Ancora oggi il Monastero è un orfanotrofio, affidato alle Suore Guanelliane o della Divina Provvidenza.
La facciata della Chiesa è assai semplice. Su di essa si apre un portale in tufo, sormontato da un grande rosone cinquecentesco, con robusta cornice a torciglione, opera di maestranze roglianesi dei secoli XVI-XVII.
L’interno, a navata unica, ha un altare sul quale è visibile una bella Deposizione della Croce circondata da riquadri che raffigurano la Via Crucis, dipinti da Gaetano Bellizzi nel 1841. Il soffitto è a cassettoni di legno lavorati. Vicino all’ingresso, sono due dipinti settecenteschi di autore ignoto: a destra sta San Francesco di Paola; a sinistra, Sant’Antonio da Padova. La navata è circondata da affreschi ottocenteschi che ritraggono i Misteri. Dietro l’altare, nel locale detto "il coro", si può ammirare l’Immacolata, pregiata opera su tavola dipinta dal cosentino Pietro Negroni (1558); poi un prezioso Ecce Homo, statua lignea settecentesca in mezzobusto. In sagrestia è posto un crocefisso ligneo attribuito a un allievo di fra Umile da Pietralia.
Del Monastero vi sono avanzi del chiostro del XVII secolo, ristrutturato, con in centro un pozzo.
 

Duomo di Cosenza

La Cattedrale, dedicata a Maria SS. Assunta, sorge su Piazza Duomo, sulla stessa area dell'antico Duomo romanico, crollato nel terremoto del 1184. La nuova Chiesa fu ricostruita, in stile gotico-cistercense e completata nel 1222. Il 30 gennaio di quell'anno, alla presenza dell'Imperatore Federico II, fu consacrata da Luca Campano e dal Cardinale Nicolò Chiaramonte, Vescovo di Frascati. Nel 1242 vi fu sepolto Enrico lo zoppo, primogenito dell'Imperatore svevo, morto suicida. Durante il dominio egli Angioini, nel 1434 il Duomo ospitò anche il sepolcro del Duca di Calabria Luigi d'Angiò, morto a Cosenza in quell'anno. Dopo i terremoti degli anni 1479-1484, la costruzione originaria fu più volte restaurata e modificata. Nel 1603 un quadro della Madonna - ritenuto miracoloso durante la peste del 1576 - fu appeso dall'arcivescovo Costanzo a uno dei pilastri della navata maggiore: fu appunto dal piliero (pilastro) che quella Madonna, destinata a divenire poi patrona di Cosenza, prese il nome di Vergine del Pilerio. L'Arcivescovo Capece-Galeota tra il 1748 e il 1764 incaricò l'Abate Ricciulli di progettare un restauro totale in stile barocco. Dopo l'operazione, che nascose le strutture originarie, la Cattedrale fu riconsacrata nel 1759. Tra il 1830 e il 1832 fu ripreso il restauro della facciata, con l'aggiunta ai lati di due campanili. Dal 1886 al 1889, l'Arcivescovo Sorgente promosse il ripristino del Duomo, secondo il progetto di Giuseppe Pisanti, con la rimozione delle sovrastrutture barocche. Il ripristino fu caratterizzato da arbitrarie manomissioni, che compromisero lo stile primitivo. Operazioni di restauro si susseguirono anche nel Novecento, a partire dal 1922. Le sovrastrutture barocche delle navate furono rimosse solo nel 1950.
La facciata, austera e imponente, presenta tre portali in arenaria. Quello centrale è sormontato da un rosone su cui è raffigurata l'Ascensione. Nella parete esterna laterale, un'edicola ospita una riproduzione su tela di una Madonna con Bambino (XVI-XVII secolo), il cui originale è nella Basilica di Santa Maria Maggiore in Roma.
L'interno, sobrio e severo, ha tre navate divise da colonne con capitelli sui cui poggiano archi a tutto sesto. Particolari di rilievo sono: l'ambone, impreziosito dalle sculture degli evangelisti; la secentesca credenza in marmo, che in passato conteneva le reliquie delle sante Urbicina e Secondina; l'altare basilicale in marmo bianco, con paliotto traforato di colore oro, che oggi custodisce i resti delle due Sante; il coro, impreziosito dagli affreschi di Domenico Morelli e Paolo Veltri, che fu realizzato alla fine dell'Ottocento da artigiani locali; il crocifisso, che pende dalla volta dell'altare, di autore sconosciuto e probabilmente risalente al XV secolo.
La Cappella della Madonna del Pilerio è la prima della navata sinistra ed è dedicata a colei che, come vuole la tradizione, salvò la città dalla peste nel 1576 e dal terremoto nel 1783. Fu costruita tra il 1598 e il 1607. Restaurata nel XVIII secolo in stile barocco, fu ornata di stucchi bianchi a motivi floreali nel XIX secolo. Qui sono le statue processionali della Madonna del Pilerio e dell'Immacolata. Sul lato destro tela ottocentesca di anonimo che raffigura "Lo Sposalizio della Vergine". Sul lato sinistro un quadro settecentesco di G.B. Santoro con lo "Sposalizio". L'altare centrale è opera di Giuseppe Sammaritano. La tavola della Madonna del Pilerio risale alla seconda metà del Duecento e riprende temi bizantini. Quella visibile nella Chiesa è una copia. Oggetto di continui rimaneggiamenti, è stata riportata al gusto originario tra il 1976 e il 1977. L'icona raffigura il Bambinello nutrito dal seno della Vergine sul cui capo spicca un velo rosso simbolo della divinità. I colori blu e marrone del vestito, invece, rappresentano la sua umanità. L'aureola formata da medaglioni dorati, sottolinea che è circondata dagli undici apostoli. Il nastro di colore rosso, infine, che cinge il corpo nudo del Bambinello indica la natura divina di Gesù che si è incarnato per redimere gli uomini. Segue la Cappella dell'Arciconfraternita della Morte, eretta nel 1689 e ristrutturata in stile barocco nel 1756. Ha sull'altare una tela della "Madonna delle Grazie", datata 1770, di autore sconosciuto.
Nell'abside si trova la tomba che custodisce i resti dei Cosentini morti durante i moti insurrezionali del 1844 . Qui furono conservate per un periodo anche le spoglie del fratelli Bandiera, poi trasferite a Venezia.
Nel transetto del Duomo, è collocata la Tomba di Isabella d'Aragona, moglie di Filippo l'Ardito Re di Francia, morta nel 1271. Eseguito da un artista francese, il monumento sepolcrale è costituito da una trifora gotica trilobata e raffigura la Vergine con il Bambino al centro, e il Re e la Regina ai lati.
Al termine della navata destra è posto un sarcofago romano, rinvenuto nel 1934, durante lavori di restauro. Il sarcofago è scolpito con scene di caccia e, secondo la tradizione, contiene i resti di Enrico VII, figlio di Federico II. In questa zona è inoltre visibile un frammento del pavimento originario della Cattedrale.
La sagrestia fu realizzata nel 1756 per volere dell'Arcivescovo Capece-Galeota. Degni di nota sono la porta in noce a due battenti e un armadio in noce con stemmi vescovili. Accanto alla sagrestia c'è la sala capitolare, realizzata nel 1950 da Aniello Calcara: da qui una porta immette nel giardino che funge da sagrato della Chiesetta dedicata ai Santi Filippo e Giacomo, più conosciuta come Cappella dei Nobili.
 

Monastero di San Francesco d'Assisi

Costituito dalla Chiesa e dal Convento dei frati Minori, il Monastero di San Francesco d’Assisi è l’edificio religioso più antico e più importante di Cosenza, dopo il Duomo. Il complesso sorge sul colle Pancrazio e fu eretto sui resti di un preesistente monastero benedettino. Distrutto dal terremoto del 1184, fu ricostruito nel 1217 dal beato Pietro Cathin, compagno e discepolo di San Francesco, come dimora dei frati minori. Alcuni anni dopo vi ritornarono i Benedettini, poi i Conventuali e quindi i Minori Osservanti, che eressero la Cappella dell’Immacolata. A causa dei terremoti, ma soprattutto dei bombardamenti del 1943, il Monastero fu quasi completamente distrutto.
La Chiesa originaria era a unica navata, perpendicolare a quella attuale: assunse linee barocche quando fu rifatta verso il 1657. La facciata, rifatta in stile neoclassico dopo il terremoto del 1854, mostra in alto le statue marmoree dell’Immacolata e di San Francesco.
L’interno è a croce latina e presenta tre navate, divise da colonne. Il soffitto, quattrocentesco, è interamente coperto da lamine d’oro. Stupendo è l’altare maggiore in legno dorato. Di grande effetto è il pulpito ligneo, realizzato nella prima metà del Novecento. Fra le molte opere d’arte che la Chiesa conserva, ricordiamo: un Crocifisso ligneo del Settecento; una cinquecentesca statua della Madonna con Bambino attribuita a Giuseppe Bottone; il Perdono di Assisi, l’Immacolata e l’Eterno Padre, tele di Daniele Russo; vari stucchi di Giuseppe Calì; una settecentesca scultura lignea dell’Immacolata; un San Pasquale Baylon di G. Cenatiempio; un coro ligneo del primo Cinquecento. In un ambiente separato, già coro della chiesa originaria, si trova un sarcofago ligneo con le spoglie del diacono beato Giovanni da Castrovillari, ai suoi tempi considerato gran taumaturgo. Altre opere notevoli sono conservate in sagrestia e, soprattutto, nella Cappella di Santa Caterina, la più bella della Chiesa, fastosamente decorata con intagli lignei dorati e dipinti settecenteschi.
 

Palazzo del Governo

Il Palazzo del Governo, sede della Prefettura e dell’Amministrazione Provinciale, prospetta su Piazza XV Marzo. Fu costruito in stile neoclassico tra il 1844 e il 1847, sulle strutture del vecchio monastero di Santa Maria di Costantinopoli.
Il cortile interno è dominato da un busto di Vittorio Emanuele II. Notevoli, all’interno, sono l’appartamento privato del prefetto e, soprattutto, il salone del Consiglio Provinciale, le cui decorazioni furono accelerate nel 1879, per la visita a Cosenza di Umberto e Margherita di Savoia. Nel salone, quattro grandi affreschi raffigurano altrettanti personaggi, preminenti per la storia del Meridione d’Italia (Federico II e Ruggero d’Altavilla) e della cultura nazionale (Dante e Machiavelli). La genialità e la cultura del cosentino sono invece rappresentate in quattro medaglioni che ricordano quattro studiosi eccelsi in altrettante discipline: Bernardino Telesio (filosofia), Antonio Serra (economia), Gian Vincenzo Gravina (letteratura), Gaetano Argento (diritto). In alto, sono vari affreschi, eseguiti nel 1874 da Enrico e Federico Andreotti e incorniciati in una ricca serie di decorazioni.
Del Monastero di Santa Maria di Costantinopoli rimane ancora qualche traccia nei sotterranei del Palazzo. In particolare, s’intravedono i resti di tre altari, quello della navata principale e quelli trasversali.
 

Ponte Alarico

Anche la nobile Cosenza custodisce una leggenda, legata al passaggio dei Goti nel remoto 410. Parla di un re-condottiero, Alarico, realmente esistito e morto di malaria alle porte della città, e del suo inestimabile tesoro di cui si favoleggia da secoli e che mai nessuno è riuscito a trovare. L'uno e l'altro sarebbero sepolti nel letto del Busento, fatto deviare dai barbari per non lasciare la tomba del loro re in balia delle orde di miserabili assetati di vendetta che seguivano l'esercito a distanza. A ricordo dell'episodio, a metà tra storia e leggenda, resta il ponte di Alarico, tutto in ferro, sospeso sul fiume tra le chiese di San Domenico e di San Francesco da Paola, nel punto esatto, si dice, in cui giacerebbe il tesoro, ma finora ogni ricerca è stata inutile.
Qui il poeta tedesco August von Platen immagina che i Goti piangano "il gran morto di lor gente", affranti dal dolore e ossessionati dall'idea che la tomba del re possa essere profanata. Il carme s’intitola “La tomba nel Busento” e – nella bella traduzione in italiano che ne fece il nostro Carducci – così recita:

Cupi a notte canti suonano
Da Cosenza su 'l Busento,
Cupo il fiume gli rimormora
Dal suo gorgo sonnolento.
Su e giù pe 'l fiume passano
E ripassano ombre lente:
Alarico i Goti piangono,
Il gran morto di lor gente.
...

 

Teatro Comunale Alfonso Rendano

Il Teatro Comunale di Cosenza sorge in Piazza XV Marzo. Costruito dal Comune, su progetto dell'architetto Zumpano, nel 1887, l’edificio fu completato nel 1909 e inaugurato il 20 novembre dello stesso anno con la rappresentazione dell'Aida di Giuseppe Verdi.
Di stile neoclassico ottocentesco, è caratterizzato da una bella sala, con ottima acustica, e tre ordini di palchi. Spiccavano belle decorazioni pittoriche e in stucco, in particolare sul soffitto, realizzato dal pittore cosentino Enrico Salfi. Nel 1935, il Teatro Comunale venne intitolato al nome del pianista e compositore Alfonso Rendano, nato nel vicino borgo di Carolei, e famoso perché inventore del terzo pedale indipendente. Nel 1943, una bomba forse destinata al vicino Castello Svevo, colpì in pieno il Teatro, distruggendone il soffitto e danneggiando gravemente tutte le suppellettili. Su disegno dell’architetto partenopeo Ezio Gentile, i lavori di ricostruzione iniziarono nel 1953 e nel 1966 il Teatro fu nuovamente inaugurato. Nel 1977 il “Rendano” venne riconosciuto Teatro di Tradizione per l'intensa attività sostenuta in campo teatrale.
Nel 2002-2003, il Teatro fu nuovamente restaurato e oggi può vantare un'eccezionale varietà artistica. Con la riapertura del Teatro si è restituito alla città e alla regione un elemento importante della identità culturale della Calabria, perché il “Rendano” ha saputo conquistare un posto d'onore nella produzione e nell'offerta teatrale nazionale, rinverdendo i fasti di una città che è depositaria di antiche tradizioni culturali.
Tra le parti originali ricordiamo il sipario storico, dipinto dal napoletano Paolo Vetri nel 1901, e che si conserva ancora oggi: esso illustra l'arrivo a Cosenza, nel 1433, del duca di Calabria Luigi III d'Angiò e di sua moglie Margherita di Savoia.
 

Vallone di Rovito

Situato nella zona sud-est di Cosenza, il vallone si estende per un paio di chilometri sotto il cimitero comunale. E’ un luogo impervio, dalla vegetazione selvaggia e dalla fama piuttosto tetra. Vi si trovano pochissime case, tutte nella zona più vicina alla parte vecchia della città. Considerato come la zona più infestata della città, molte sono le leggende legate a questo posto e molti i fatti di sangue avvenuti a cavallo del 1800 e del 1900 ad opera soprattutto dei cosiddetti Briganti. Dalla metà dell’Ottocento, il vallone di Rovito è diventato un luogo storico, tristemente famoso.
Il monumento che lo caratterizza fu fatto costruire dalla città di Cosenza a memoria perenne, per le future generazioni, dell'avvenuto olocausto dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera e dei loro compagni. Fedeli agli ideali mazziniani, i due fratelli organizzarono una spedizione di diciannove patrioti, per accendere la rivolta del popolo calabrese contro i Borboni. Ma erano stati male informati: il popolo non era pronto. Sbarcati il 16 giugno 1844 alla foce del Neto, i patrioti proseguirono per San Giovanni in Fiore e Crotone, ma il loro sbarco era stato segnalato. Il 19 giugno furono sopraffatti dalla Guardia urbana di San Giovanni: i superstiti furono catturati e condotti a Cosenza. Dopo un processo per direttissima, i fratelli Bandiera furono condannati a morte. Assieme ad altri sette compagni (Giovanni Venerucci, Anacarsi Nardi, Nicola Ricciotti, Giacomo Rocca, Domenico Moro, Francesco Berti e Domenico Lupatelli) essi furono fucilati il 25 luglio 1844, appunto nel vallone di Rovito.
Nel 1860 una colonna votiva, con i nomi degli insorti cosentini, costituì il primo abbozzo del successivo mausoleo realizzato nel 1937. Lo spiazzo, dotato di pochi cipressi, è protetto da una cinta muraria corredata dal cancello d'ingresso. L'altare, con i nomi dei martiri cosentini e dei componenti della spedizione dei Bandiera, è assai modesto e non troppo felice.