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Storia delle Cinque Terre

L'ultimo tratto della Riviera ligure di Levante - che va dal promontorio del Mesco alla punta di San Pietro e comprende le Cinque Terre - ha una storia antica. I reperti trovati in una grotta dell'Isola Palmaria, risalgono forse al Paleolitico, ma la datazione non è certa: si può affermare che la grotta fu utilizzata come sepolcro, già nella prima età del ferro (3000-2000 a.C.).
In epoca pre-romana la zona era abitata dalle fiere tribù dei Liguri, che vivevano nei “vici”, riuniti in “pagi”, che a loro volta facevano capo ai “castellieri”. Le tribù liguri rappresentarono un forte ostacolo alla romanizzazione del territorio: probabilmente, i Romani giunti alle soglie orientali delle Cinque Terre rinunciarono ad una vera conquista dell'impervio territorio e concentrarono le loro attività nell’"Agro lunense", lasciandovi numerose testimonianze, a partire dalla fondazione di Luni. L'organizzazione pagense dei Liguri perdurò in relativa autonomia anche durante la dominazione romana e oltre, fino all'alto Medioevo, quando fu assorbita dalla struttura delle pievi e dei feudi vescovili.
Roma lasciò la sua impronta sull’assetto viario della regione conquistata. Una strada militare romana passava sui monti delle Cinque Terre, vicino al crinale. Nei punti dove c'erano le soste o il cambio dei cavalli, ben presto si formò una serie di piccoli nuclei abitati: Soviore, sopra Monterosso, Reggio di Vernazza, S. Bernardo sopra Corniglia, Volastra sopra Manarola e Montenero sopra Riomaggiore. In età augustea, una parte delle popolazioni liguri abbandonò le scomode località di montagna per unirsi ai coloni romani nelle fattorie agricole sorte attorno a Luni. Ma intorno al V secolo, in seguito a carestie e terremoti, si ebbe un movimento opposto, cioè un ritorno verso le colline e le zone montuose dove l'agricoltura, seppure praticata con mezzi primitivi, garantiva l'esistenza. A quest’esodo contribuirono nei secoli successivi le invasioni barbariche dei Goti, i domini bizantino e longobardo e le terribili incursioni dei Saraceni che avevano le loro basi in Corsica e in Provenza.
II primo medioevo (V-VIII secolo) è caratterizzato dalla presenza bizantina e dal consolidamento dell'organizzazione ecclesiale. Con la conquista longobarda, si affermò poi un’organizzazione pievana, che ebbe i maggiori centri a Marinasco, a Pignone e a Ceula. La parte orientale delle Cinque Terre dipendeva dalla pieve di Marinasco, mentre Vernazza e Monterosso dipendevano da quella di Pignone.
Nel 950 la Liguria fu suddivisa da Berengario II, re d'Italia, in tre Marche (Arduinica, Aleramica e Obertenga). Nella marca Obertenga, che aveva per capitale Luni, ricadde la Riviera di Levante e quindi l'area delle Cinque Terre. La minaccia saracena non permise inizialmente lo sviluppo lungo la costa e la popolazione rimase prevalentemente distribuita nei centri più arretrati (Soviore, Reggio, Volastra ecc.). Quando, nel secolo XII, questa minaccia cessò, si cominciò a costruire più verso il mare. Le Cinque Terre entrarono a far parte della Lunigiana; poi furono dominate dai Càrpena, dai Da Passàno e infine dai Fieschi, che costruirono alcune fortificazioni. I Fieschi le cedettero alla Repubblica di Genova, nel 1276.
La sottomissione a Genova durò più di cinque secoli e inserì il territorio in una vantaggiosa rete di scambi, soprattutto di prodotti agricoli. Dalle Cinque Terre diversi artigiani si trasferirono a Genova e alcuni uomini prestarono servizio nella flotta genovese. Tra la metà e la fine del XIV secolo, l’economia fu caratterizzata da una nuova estensione dei terrazzamenti coltivati, ma, soprattutto nei paesi di Monterosso e Vernazza, all'agricoltura si aggiunsero altre attività come la pesca ed il commercio.
Dal XIV al XV secolo si ebbe un forte aumento della popolazione, ma non mancarono crisi demografiche causate da pestilenze e da ripetute incursioni saracene, che durarono fino al Settecento inoltrato. L'economia andò differenziandosi: Riomaggiore, Manarola e Corniglia erano zone esclusivamente agricole; a Vernazza e Monterosso le attività erano equamente suddivise tra l'agricoltura, la pesca e i traffici marittimi. Nell'economia agricola di Vernazza e Monterosso si inserì per circa due secoli (XVI-XVII) la coltivazione del gelso, collegata alIa produzione di seta grezza. Nei secoli XVIII e XIX, soprattutto a Monterosso, furono coltivati anche gli agrumi, in prevalenza limoni e cedri.
Nel 1608 i borghi delle Cinque Terre cessarono d’essere podesterie autonome e furono aggregati ai capitanati di Levanto e La Spezia. In generale, Genova sottopose i suoi territori a regimi di monopolio e a vessazioni fiscali tali da indurre le popolazioni più povere in uno stato di grave miseria. Gli abitanti delle Cinque Terre erano obbligati a comprare sul mercato di Genova frumento, sale ed altri generi indispensabili e dovevano pagare pesanti gabelle sui consumi di carne, vino, pesce ecc. In compenso, la Repubblica di Genova offrì solo una lotta generica - ma breve e poco efficace - contro i corsari.
Il 1797 segnò l'inizio dell’occupazione francese in Liguria, che si protrasse sino al 1814. Le guerre napoleoniche comportarono in questo periodo gli assedi austro-inglesi, con blocchi navali ed attacchi costieri che interessarono anche le Cinque Terre. L’Ottocento vide un deciso aumento demografico e un graduale aumento della produzione vinicola, ma questa non arrivò mai a garantire accettabili condizioni di vita, specie alle popolazioni di Riomaggiore e Manarola, che non avevano altre fonti di reddito.
L'annessione all’Italia comportò una rapida industrializzazione e militarizzazione della Spezia, e quindi un richiamo di mano d'opera nella città, anche per la popolazione delle Cinque Terre. La costruzione di fortilizi intorno al Golfo e, più in generale, l'espansione urbanistica incrementarono anche l'attività estrattiva e l'apertura di cave a Monterosso.
Nel 1874 la costruzione della linea ferroviaria La Spezia-Genova favorì un pendolarismo verso i centri industriali della Spezia e di Sestri Levante. Nel Novecento, questo fenomeno si trasformò in un vero e proprio esodo, e determinò l'abbandono di molte aree agricole. Nel settore vinicolo, la crisi fu aggravata dalle fitopatie - in particolare dalla fillossera - ma anche dall’eccessiva parcellizzazione delle proprietà, dagli antiquati sistemi di coltivazione, dalla scarsità o mancanza di servizi. Solo negli ultimi decenni la produzione agricola è rifiorita, grazie, soprattutto, ad un incremento delle produttività, all'adozione di moderne tecniche di trasporto e allo sviluppo delle strutture cooperativistiche.
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