Login / Registrazione
Giovedì 21 Settembre 2017, San Matteo
follow us! @travelitalia

Visitare Cesena - guida breve

 

Abbazia della Madonna del Monte

L’Abbazia sorge sul Colle Spaziano. L'unica fonte storica che faccia cenno alle sue origini è la Vita Mauri di Pier Damiani, scritta fra il 1042 e il 1053. In essa, si accenna al luogo di romitaggio scelto da San Mauro sul colle e alla sua sepoltura presso la chiesetta che egli stesso aveva costruito verso il 930. Intorno all’anno Mille, la piccola chiesa fu demolita e ne fu costruita un'altra più bella e più spaziosa, della quale rimangono pochi resti.
Chiesa e Monastero furono riedificati nel XVI secolo. La chiesa fu ricostruita quasi per intero: le vecchie navate centrale e destra furono unificate in una più ampia navata centrale, mentre la vecchia navata sinistra fu trasformata in una serie di cappelle; inoltre fu edificata la "cappella grande della Madonna". Domenico Gravini di Brisighella rifece la copertura e costruì uno scalone discendente verso la cripta, poi scomparso. Nel 1567-68 l'architetto bolognese Francesco Morandi, detto il Terribilia, realizzò la cupola, poi affrescata dal Masini. Probabilmente il Terribilia realizzò anche lo scalone che collega la parte inferiore della basilica al presbiterio.
Il terremoto del 1768 danneggiò irreparabilmente la cupola che, demolita, fu sostituita da Pietro Carlo Borboni con un basso catino. Dal 1771 Giuseppe Milani si dedicò ad affrescare il presbiterio. Dal 1777, infine, una totale ristrutturazione del convento fu condotta dall'architetto Giuseppe Brunelli.
L’esterno è caratteristico: la mole, il tozzo tamburo senza cupola e l'abside polilobata della chiesa sono visibili quasi da ogni punto della città e della campagna circostante. L’ingresso è collocato nella prima cappella destra.
L'interno è a una navata, con quattro cappelle per lato. In alto, sui tre lati, corre il fregio di Gerolamo Longhi che contiene quattordici scene della vita della Vergine alternate a figure di putti, profeti e sibille. Fra le opere d’arte conservate, primeggiano: L'Annunciazione di Bartolomeo Coda (1543); San Mauro risana gli infermi di Francesco Mancini (1704); La presentazione di Gesù Bambino al Tempio e La Purificazione della Vergine, tavola del Francia (ca. 1515); La Vergine con Cristo in Pietà, opera del Mastelletta (1620-40). Nel presbiterio, si conserva il coro, splendida opera d’intaglio realizzata nel 1560-1563 da Giuseppe Scalvini. Di valore sono anche alcune opere conservate nella sacrestia: ricordiamo un bel San Giovanni Evangelista, la Presentazione di Gesù al Tempio di Francesco Menzocchi (1534), la Sacra Famiglia con i Santi Gioacchino, Maddalena, Gerolamo e Benedetto di Gaspare Sacchi (1536), e il Cristo e la Maddalena al pozzo di Marcantonio Franceschini.
L’Abbazia ha avuto da sempre un ruolo di primo piano nella vita religiosa della; lo dimostra la straordinaria collezione di ex-voto costituita da tavolette dipinte a partire dal Quattrocento, che raffigurano, spesso con mano ingenua ma a volte con modi artisticamente apprezzabili, i molti miracoli con i quali la Vergine del Monte esprimeva la sua protezione a Cesena e ai cesenati.
Nella cripta, che si estende sotto il presbiterio, è il venerato sarcofago di Seia Marcellina, di età romana e usato, secondo la tradizione, per contenere le spoglie di San Mauro. Dalla cripta si passi alla sala capitolare con la bella volta a ombrello nelle cui lunette sono dipinti I dodici Apostoli, San Benedetto, San Mauro e San Placido. Nel tondo al centro della volta, L'Assunzione della Vergine e, nella calotta della nicchia che contiene l'altare, L'Incoronazione della Vergine.
 

Biblioteca Malatestiana

Capolavoro tra le biblioteche umanistiche, unica in Italia per integrità del patrimonio librario e conservazione della struttura e dell'arredo, la Malatestiana incanta, ieri come oggi, i visitatori e gli studiosi che la visitano. Si trova in Piazza Bufalini, nell'area dell'ex convento di San Francesco. Dal 2005, essa è inscritta nel registro internazionale delle memorie del mondo dell'Unesco, primo ed unico bene in Italia ad avere tale onore.
Fortemente voluta da Novello Malatesta, la Biblioteca fu costruita fra il 1447 e il 1452. All’edificazione collaborò anche l’architetto Matteo Nuti da Fano, cui si deve anche la realizzazione del portale che precede l’aula, su cui si nota la statua di un piccolo elefante che simboleggia i Malatesta.
L'Aula ha forma di basilica, a tre navate. La navata centrale è coperta da una volta a botte, illuminata da un grande rosone, in un gioco di luci e di colori soffusi; nelle navate laterali scandite da agili colonne con capitelli ornati da simboli malatestiani, si susseguono i plutei, cioè i banchi di lettura, ventinove per parte, anch'essi originali del Quattrocento, così come le catenelle che legano gli antichi codici. Su di essi si diffonde la luce che viene da finestrelle di tipo veneziano, progettate proprio per dare la necessaria luminosità allo studio e alla lettura. Nel vestibolo una bacheca conserva la mazza argentea donata da Pio VI alla città nel 1790.
Di fronte all'aula Nuti un grande salone (originariamente destinato a dormitorio dei frati) ospita la Biblioteca Piana, già di Pio VII che conserva 5057 volumi ed una sessantina di codici, i più preziosi dei quali sono esposti nelle bacheche della sala. Notevoli sono due serie di corali del Duomo e dell'Osservanza.
Complessivamente la Biblioteca Malatestiana custodisce 340 manoscritti d’inestimabile valore in latino, greco ed ebraico, molti dei quali preziosamente miniati. Tra gli amanuensi che operarono presso la Biblioteca cesenate, si ricordano Jacopo da Pergola, Francesco da Figline, Giovanni da Epinal.
A conferma degli ideali umanistici di Novello Malatesta, la Malatestiana fu, fin dal suo nascere, una Biblioteca aperta al pubblico, quindi affidata non solo ai frati francescani, quali custodi, ma al Comune per garantire la pubblica utilizzazione e la conservazione. Tale era la consapevolezza del prezioso patrimonio di studi, codici e miniature qui raccolti, che una bolla papale del 1466 scomunicava chiunque avesse osato sottrarre volumi.
Dell'antico complesso conventuale di San Francesco è rimasto, oltre alla Biblioteca Malatestiana, il retrostante chiostro. Nei locali ad esso adiacenti è stato allestito il Museo Archeologico, in cui sono conservati interessanti reperti provenienti da insediamenti umbri e romani rinvenuti a Cesena e nel suo circondario.
 

Chiesa di San Domenico

La Chiesa di San Domenico prospetta sulla piazza omonima. Su progetto dell’architetto Giovanni Francesco Zondini, fu eretta tra il 1706 e il 1722, nell'area precedentemente occupata da un edificio religioso dedicato a San Pietro Martire, che faceva parte di un ampio complesso conventuale. Soppresso dai decreti napoleonici, il convento fu trasformato in orfanotrofio e, dal 1811, in ospedale civico. Conservata questa funzione per quasi un secolo, è oggi adibito a sede scolastica. La chiesa, invece, fu designata come sede della parrocchia di San Martino, qui trasferita dall'antica chiesa che sorgeva nei pressi.
La nuova struttura, con pianta ad unica navata e tre cappelle laterali per parte, evidenzia un'impostazione equilibrata e sobria. Il presbiterio è dominato dal grande altare ed è chiuso dalla curva semicircolare del bel coro ligneo settecentesco. La facciata, con cortina in mattoni a vista, è costituita da due ordini sovrapposti di lesene. All’esterno prevale la linea austera mutuata dal periodo della Controriforma, mentre all’interno domina la sobrietà dell’assetto decorativo. Il completo restauro del 1999 ha restituito all’originale splendore anche le decorazioni e gli arredi della chiesa.
L'eccezionalità di San Domenico deriva dal fatto che conserva un nucleo prestigioso di quadri, raccolti da Don Domenico Bazzocchi (parroco dal 1805 al 1845). Tali dipinti, per lo più provenienti da chiese soppresse dai decreti napoleonici, formano una testimonianza importante della pittura cesenate e romagnola fra la fine del XVI e il XVIII secolo: la loro riscoperta e valorizzazione si deve a Francesco Arcangeli, che studiò e catalogò tutti i dipinti nel 1964. Non tutte le opere salvate sono fruibili: a parte il loro grande numero, molte sono in corso di restauro o da restaurare.
Nella chiesa sono esposti quadri di pittori romagnoli che operarono fra il Cinquecento e il Settecento, quali Cristoforo Serra, Cristoforo Savolini, Livio Modigliani, Ferraù Fenzoni, Luigi Crespi, Carlo Cignani, Scipione Sacco, Pier Paolo Menzocchi ecc. Fra le opere citiamo: San Donnino Martire, San Carlo Borromeo, Santa Apollonia e un devoto (1671), di Cristoforo Savolini; la Madonna del Rosario, affresco cinquecentesco proveniente dall'omonimo oratorio; la Morte di San Pietro Martire (1545 ca.) di Scipione Sacco; San Domenico in gloria e San Vincenzo Ferreri, entrambi di Francesco Andreini.
 

Duomo di Cesena (Cattedrale)

Con bolla di papa Urbano VI del 1378 e per volontà di Andrea Malatesta, nel 1385 iniziarono i lavori di costruzione della nuova cattedrale, ove la tradizione vuole che sorgesse l'antica chiesa della Croce di Marmo. Il tempio fu progettato dall'architetto tedesco Underwalden e, in parte, compiuto nel 1405. La Cattedrale è un connubio fra il romanico delle fiancate esterne (es. nella cortina di archetti pensili) e il gotico dell'interno (specie negli archi a sesto acuto sui pilastri nelle navate e sulle monofore, nelle murature laterali e nell'abside).
Il campanile, alto 72 metri, fu elevato tra il 1443 e il 1457, su progetto di Maso di Pietro e per munificenza del vescovo Antonio Malatesta. Le bifore in marmo istriano della cella campanaria conservano lo stemma malatestiano: nel piano sotto la cella, tre lastre fittili riportano la data di costruzione e la firma del costruttore.
La facciata fu completata alla fine del Quattrocento dall'architetto veneziano Mauro Coducci. Il portale fu aggiunto nel 1497; la nicchia a destra, in cui è posta una Madonna scolpita da Vincenzo Gottardi, è invece del 1510. All'esterno è la statua di San Giovanni Battista, opera dell'artista cesenate Leonardo Lucchi. Recente è poi l'acquisizione del nuovo portale bronzeo inaugurato nel 2001, opera del cesenate Ilario Fioravanti.
L’interno mostra un impianto basilicale a tre navate, ma ha subito profonde trasformazioni, soprattutto nella seconda metà del Seicento e a fine Ottocento. Con i restauri del 1957-1960, si è fatto riemergere lo stile romanico-gotico originario. Belle finestre in stile romanico illuminano la navata centrale a capriate scoperte in legno di quercia. I quattordici pilastri sono stati ripristinati dai restauri recenti; le navate laterali, con soffitto a crociera, hanno assunto tale forma nel rifacimento rinascimentale.
Numerose sono le opere d'arte che ornano l’edificio e che ci limitiamo ad elencare: la tela di Scipione Sacco che raffigura San Gregorio Magno; la grande tela tardo seicentesca dell’urbinate Girolamo Cialdieri, Madonna con Bambino, Santi, Martiri cesenati e una veduta di Cesena; l'arca sepolcrale del vescovo Antonio Malatesta, opera di Ottaviano di Antonio di Duccio (1476); la Cappella del Corpo di Cristo, notevole opera rinascimentale dello scultore Gian Battista Bregno (1494-1505): il Cristo che regge il calice con ai lati San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista e i committenti; di Lorenzo Bregno è lo stupendo trittico con i Santi Cristoforo, Leonardo ed Eustacchio (1514-1517). Con l'altare del Corpo di Cristo, questo trittico è considerato l'opera di maggior pregio artistico della Cattedrale. Notevoli è anche la seicentesca tela di Benedetto Gennari, con San Giovanni Battista giovane. La vasca battesimale risale al 1541 e proviene dalla chiesa parrocchiale di Casalbono.
La Cappella della Madonna del Popolo, al centro della navata sinistra, è l'espressione più avanzata del barocco cesenate e uno dei luoghi di culto più sentiti nella tradizione religiosa cesenate. La Cappella contiene l'affresco con la Madonna del Popolo, opera di Bartolomeo Ramenghi detto il Bagnacavallo. La prima costruzione della Cappella Albizzi (poi detta della Madonna del Popolo) risale al 1679; fu ricostruita e ampliata nel 1746 da Pietro Borboni, che, oltre agli splendidi ornamenti in marmi e stucchi, la alzò e la fornì di cupola. Gli affreschi sono di Corrado Giaquinto che, nel 1750-1751 dipinse la Genealogia e il Trionfo della Vergine.
Tra gli arredi sacri della Cattedrale si conserva il prezioso reliquiario di San Gregorio in argento, vero capolavoro di oreficeria, opera di Gottardo di Gaspare (1483). La raccolta d'arte sacra della Diocesi conserva inoltre molte pregiate opere, fra cui si ricorda la tempera su tavola di Paolo Veneziano Madonna della Pera (1347), già alla chiesa parrocchiale di Carpineta, il dipinto più antico conservato nella diocesi.
 

Ex Convento di San Biagio

L’ex Convento di San Biagio sorge in Via Aldini. Era un antico monastero, dalle origini e vicende alquanto oscure. La fondazione risale probabilmente agli ultimi decenni del Trecento, ma nel 1486 il Convento fu ricostruito. La costruzione conserva tracce molto suggestive della ristrutturazione, specialmente nella loggia e nella loggetta del chiostro piccolo. Nel Seicento, con l'annessione della chiesa di San Basilio, il monastero raggiunse il suo assetto pressoché definitivo, ospitando una settantina di monache. Nel 1650 si fabbricò il campanile, modificato poi da Agostino Azzolini nel 1774.
Nel 1810, con i decreti napoleonici, il monastero fu soppresso e tutte le suore espulse. Il Convento iniziava così la sua storia di decadimento e manomissioni. Con la restaurazione del potere pontificio la chiesa fu riaperta, mentre l'amministrazione dell'Ospedale del Santissimo Crocifisso insediava nel Convento la Casa di Ricovero per le Figlie del Povero. Nuovi lavori di ristrutturazione furono intrapresi nel 1860; dopo la prima guerra mondiale, una parte del convento fu occupata da un tabacchificio.
L’Orfanotrofio femminile e il tabacchificio si sono protratti fin quasi ai giorni nostri. Finalmente, dopo un lungo abbandono, il complesso è stato risanato e restaurato a partire dal 1975. Diventato Centro Culturale San Biagio, oggi l’ex Convento ospita istituti culturali specializzati: è, infatti, sede della Pinacoteca Comunale, del Museo dell'Immagine, dell'Istituto Corelli e Fonoteca, del Centro Cinema, della Biblioteca del Cinema e del Centro Interuniversitario di ricerca in Filosofia e Fondamenti della Fisica.
 

Fontana Masini

La Fontana sorge sulla Piazza del Popolo ed è il simbolo della città di Cesena, sicuramente il monumento più popolare fra i Cesenati. Fu progettata nel Cinquecento dal conte Francesco Masini (1530-1603), singolare personaggio appartenente ad una delle più illustri famiglie patrizie della città, e apprezzato dai contemporanei come artista e uomo di cultura.
La realizzazione della Fontana monumentale - detta poi "Maggiore" ed eseguita dallo scalpellino Domenico da Monte Vecchio - rientrava in un complesso progetto del 1581 che doveva attuare e poi ampliare l'acquedotto cittadino, per alimentare altre fontane pubbliche, portando acqua anche nella Pescheria, alla fontana detta "Dei Tre Monti" e a quella in piazza Sant’Agostino, quest'ultima purtroppo demolita in tempi recenti.
Il Fontana, riccamente decorata con simboli e figure in rilievo, è in pietra d'Istria ed è in posizione sopraelevata rispetto al livello della piazza, grazie a tre gradini. È in stile barocco, opera bellissima per disegno ed eccellente per esecuzione.
 

Palazzo del Ridotto

È il palazzo, oggi in Piazza Almerici (angolo Corso Mazzini), sul luogo ove sorgeva il precedente Palazzo del Podestà. Nel “ridotto” si riuniva fino al 1722 il Gran Consiglio comunale, prima che la sede del municipio fosse trasportata nell'attuale Palazzo Comunale. L’edificio fu costruito nel Quattrocento, per volere di papa Paolo II, e la costruzione fu portata a termine verso il 1472. La torre campanaria (il cosiddetto Campanone) fu ristrutturata nel 1742 da Cristoforo Branzanti, e rimaneggiata da Sebastiano Sassi, dopo il 1775. Tra il 1782 e il 1787, il Palazzo del Ridotto fu ristrutturato dall’architetto imolese Cosimo Morelli.
La facciata del Morelli è considerata uno dei migliori lavori architettonici fatti in Italia nel Settecento. Ha nel mezzo una nicchia, dove fu posta il 2 giugno 1791 la statua di Giovanni Angelo Braschi, divenuto papa col nome di Pio VI. La statua è in bronzo, ed è opera del cesenate Francesco Calligari e del modenese Carlo Ruffini (che provvide alla fusione).
 

Ponte Vecchio

Ponte Vecchio è il ponte più antico di Cesena. È situato in un posto in cui il fiume Savio, che il ponte attraversa, è più stretto. Il primo ponte in pietra sul Savio fu qui costruito dai Malatesta: presentava cinque arcate contornate da una cornice in pietra bianca. Travolto da una piena sul finire del Seicento, il ponte malatestiano fu sostituito da uno in legno poco più a valle, distrutto a sua volta da una fiumana nel 1727.
Nel 1732, grazie alla munificenza di Clemente XII, iniziarono i lavori per la costruzione del ponte attuale, chiamato "Ponte Clemente" alla cui progettazione e realizzazione hanno partecipato famosi architetti: il napoletano Ferdinando Fuga, Luigi Vanvitelli (consultato in diverse occasioni), il cesenate Domenico Cipriani e, nella fase finale (fu completato nel 1772), Pietro Carlo Borboni che ottenne la direzione dei lavori nel 1765. Infine, sotto la direzione di Agostino Azzolini, furono collocati i marmi in corrispondenza dei parapetti e costruiti all'imbocco della strada sul ponte i quattro piloni con gli stemmi gentilizi e le lapidi commemorative. Il Ponte fu gravemente danneggiato durante l'ultimo conflitto mondiale e successivamente restaurato sull'originale. Ancor oggi, per la sua eleganza neoclassica, Ponte Vecchio resta uno dei monumenti architettonici più illustri della città.
 

Rocca Malatestiana

La prima rocca di Cesena, quella “antica”, si trovava sul colle Becca Vento ma venne distrutta da una frana. La seconda rocca – chiamata Rocca “vecchia” – fu costruita più a valle: era nota anche come “Rocca dell’Imperatore”, perché vi soggiornarono il Barbarossa e Federico II. Essa fu distrutta nel 1377 dall’esercito dei Bretoni, guidati dal Cardinale Roberto da Ginevra, che saccheggiarono e incendiarono la città. La Rocca cosiddetta nuova, cioè la “Rocca Malatestiana” che oggi vediamo, fu costruita dai Malatesta, a partire dal 1380; naturalmente, essa nacque come fortezza militare in difesa della città.
I Malatesta si dedicarono con tenacia alla costruzione della nuova fortezza: dapprima Galeotto Malatesta, poi dal 1385 il figlio Andrea, dal 1416 Carlo e Pandolfo Malatesta da Rimini, e infine Domenico Malatesta Novello, che si avvalse della consulenza del Brunelleschi e poi di Matteo Nuti. Al ritorno del governo pontificio, l'opera non era ancora stata completata, anche perché - con la comparsa in Italia delle armi da fuoco - a partire dal 1450, si resero urgenti e necessarie modifiche sostanziali. In altri termini, il fortilizio doveva adeguarsi al collocamento in batteria delle "bocche da fuoco" e doveva saper reggere l'assalto delle "bombarde". Situata più a valle della precedente, la nuova Rocca fu completata dal governatore pontificio Lorenzo Zane nel 1480, sulla base dei progetti di Matteo Nuti; infine, il fortilizio fu rafforzato nel 1503 dal duca Valentino, che vi tenne prigioniera per qualche tempo Caterina Sforza. Già dal Cinquecento la fortezza, ormai inespugnabile, assunse sempre più il ruolo di baluardo interno e di deterrente contro chi volesse contrastare i poteri costituiti.
La struttura ha una pianta pentagonale e una cinta perimetrale con bastioni messi tra loro in comunicazione attraverso un corridoio continuo, che prende luce da una fitta rete di feritoie; sul lato sud era munita di un fossato con ponte levatoio; dal lato della Piazza, il camminamento della "loggetta veneziana" la collegava col palazzo del Governatore. L'ampia corte interna è dominata dalle due torri: il “Maschio”, alto e squadrato e la “Femmina”, rettangolare e più tozza.
Dall'età napoleonica, cessata la sua funzione preminentemente militare, la rocca fu utilizzata come carcere, funzione che perdurò fino al 1969. Solo di recente la struttura è stata restaurata e restituita alla città, e poi destinata a ospitare attività culturali (Museo di Storia dell'Agricoltura, esposizioni artistiche, spettacoli musicali, manifestazioni di cultura e folclore locale).
 

Teatro Comunale Alessandro Bonci

Il Teatro Comunale (solo nel 1940 sarà dedicato al tenore cesenate Alessandro Bonci) fu eretto nel 1846, su progetto di Vincenzo Ghinelli. Sorge in Piazza Guidazzi ed è un tipico teatro "all'italiana", a palchetti, con cavea a ferro di cavallo e quattro ordini di ventitré palchi ciascuno, oltre a due di proscenio, sovrastati dal loggione. Il Teatro divenne presto famoso per la sua perfetta acustica; accanto ai principi di solidità, armonia e bellezza soddisfaceva tutte le esigenze sceniche e funzionali che allora privilegiavano lo spettacolo lirico.
Neoclassico e ornato di colonne ioniche, il prospetto riecheggia la Scala di Milano. La parte inferiore destinava il portico al transito delle carrozze; la zona superiore è abbellita da undici bassorilievi in cotto, con simboli allusivi all'attività teatrale; nel timpano del frontone trovano posto lo stemma del comune e le personificazioni dei fiumi Savio e Rubicone, opere di Gaetano Bernasconi e di Massimiliano Putti.
All’interno la disposizione planimetrica è perfetta: la sala vera e propria è affiancata da una serie di ambienti destinati ad usi vari (ridotti e foyer); due grandi scaloni conducono dall'atrio agli ordini superiori, mentre quattro scale di servizio sono poste simmetricamente agli angoli della cavea.
Il corredo scenico fu dipinto dal veronese Pietro Venier, il sipario originale da Antonio Pio (raffigurava Dante accolto dall'Italia nel tempio della gloria); il secondino, opera di Antonio Liverani, con veduta del Ponte Vecchio sul Savio, è stato sostituito con la riproduzione della fontana del Masini, opera di Alessandro Bagioli e Romolo Liverani. Notevoli anche gli apporti del disegnatore Lucio Rossi e del ferrarese Francesco Migliari.
Scampato alle bombe dell’ultimo conflitto mondiale, il Teatro è stato restaurato di recente e riaperto il 25 gennaio del 1996. Da allora ha ripreso la sua regolare attività articolata su sei settori specifici (prosa, ricerca, balletto, concertistica, lirica e teatro ragazzi) e su un centinaio circa di spettacoli, con presenze prestigiose, L'attività del "Comunale" offre uno spaccato significativo della storia del teatro italiano contemporaneo: dai grandi impresari come Jacovacci, Santini, Romiti, Tinti ecc., ad artisti quali Teresa De Luigi Borsi, Fanny Elssler, Adelaide Ristori, Ermete Novelli, Virgilio Talli, Irma Gramatica ed Alessandro Bonci.
Il Museo del Teatro conserva la documentazione della storia secolare del Teatro e della musica a Cesena. Ne sono testimonianza locandine, manifesti e programmi di sala, fotografie e disegni, costumi e scenografie e ora registrazioni video e audio.