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Martedì 17 Ottobre 2017, Sant'Ignazio d'Antiochia
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Visitare Caltanissetta - guida breve

 

Abbazia di Santo Spirito

L'Abbazia sorge sulla via omonima, nel villaggio Santa Barbara, alla periferia della città, ed è una delle chiese più antiche e amate di Caltanissetta. La costruzione, voluta dal normanno conte Ruggero alla fine dell’XI secolo, fu eretta sui resti di un antico casale arabo, a sua volta costruito probabilmente su un edificio di culto già esistente in epoca bizantina. Una lapide all’interno attesta che la Chiesa fu consacrata nel 1153.
La semplice struttura volumetrica è costituita dal parallelepipedo della chiesa, sormontato da un tetto a capanna; da quello del campanile sormontato dalla piramide a base quadrata che lo ricopre; dai volumi semicilindrici delle absidi, in fondo alla chiesa, sormontate da coperture a quarto di sfera. Numerosi sono, inoltre, gli elementi che l'abbazia ha mutuato dall'antico casale arabo. Nella lunetta che sovrasta all'ingresso, sotto il portico, un affresco raffigura Cristo che, in atto di benedire, tiene nella sinistra un libro o tavola in cui dovrebbe leggersi l'iscrizione latina «Io sono la luce del mondo: chi mi segue non vagherà fra le tenebre».
L’interno, ad una navata, contiene numerosi elementi artistici. Notevoli sono il fonte battesimale, forse già presente nella precedente chiesa bizantina; la cantoria, costruita nel 1877; l'affresco di Sant'Agostino, del XV secolo, di cui ci sono giunti purtroppo solo alcuni frammenti; l'affresco della Messa di San Gregorio, anch'esso del XV secolo; il Cristo che emerge dal sarcofago e gli strumenti della Passione, che durante il Sacrificio Eucaristico si ripresenta per la salvezza delle anime; l'affresco del Cristo benedicente, ancora del XV secolo; l'affresco del Panthocrator, ridipinto nel 1964 dal catanese Archimede Cirinnà; la statua della Madonna delle Grazie, del XVI secolo, in terracotta policroma, che è la più antica raffigurazione mariana di Caltanissetta; il Crocefisso dello Staglio, realizzato con tempera grassa su tavola e ritenuta l'opera più preziosa presente nell'Abbazia; l'altare maggiore, la Protesis ed il Diaconicon, tutti ricavati da grossi blocchi di pietra di Sabucina; un'urna cineraria romana, risalente al I secolo, appartenente ad un certo Diadumeno, liberto dell'imperatore Tito Flavio Cesare e probabilmente proprietario del fondo dove in seguito sorse l'abbazia.
 

Castello di Pietrarossa

Il Castello di Pietrarossa è situato all'estremità inferiore del quartiere Angeli, primo nucleo dell'attuale abitato urbano di Caltanissetta. L'origine di questo fortilizio, che ebbe grande importanza strategica nel medio evo, si perde nelle nebbie della storia, forse della preistoria: taluni lo giudicano opera dei Sicani o dei Siculi, ma quest’opinione non ha fondamento; altri ritengono che fosse già esistente in epoca romana; altri ancora lo attribuiscono ai Saraceni. Questi certamente vi ebbero stanza e ne furono cacciati dai Normanni nel 1086-1087. I Normanni misero mano alla struttura, tant’è vero che le prime notizie storiche sull'esistenza di un castello a Caltanissetta risalgono al 1086. Da allora, al grandioso Castello - che aveva tre torri, su tre rupi formanti alla base un'unica roccia accessibile solo dalla parte di occidente - furono legate le vicende della città e dell’intera Sicilia. Le tre torri figurano nello stemma civico di Caltanissetta. Il disegno del Castello, qual era nel 1500, appare in una carta geografica del Vaticano.
Durante la guerra del Vespro (1282), la fortezza fu saccheggiata. Il Trecento vede la rocca al centro di episodi rilevanti nella storia isolana. Qui, nel 1361 Federico III dovette sostenere l'improvviso assalto dei ribelli capitanati dal Ventimiglia, conte di Geraci, e dal Chiaramonte, conte di Modica; e certamente sarebbe stato sopraffatto se i Nisseni, fedeli al re, non fossero accorsi in armi a liberarlo. Qui, dopo la morte di Federico III, tennero consiglio i Baroni di Sicilia per nominare i quattro vicari che dovevano governare l'isola durante la minore età della regina Maria. Nel 1407 Sancho Ruiz de Lihori vende al re Martino I d’Aragona “terra et castrum Caltanissette” con il fortilizio di Pietrarossa; pochi giorni dopo Martino I cede la città a Matteo Moncada.
Nel Cinquecento inizia il declino del Castello, che cessa ogni funzione militare. Inadeguata come residenza nobiliare, la fortezza decade rapidamente con l'avvento dei Moncada. A seguito di un crollo di parte del maniero, tra le macerie viene ritrovato il corpo della principessa Adelasia, nipote del normanno conte Ruggero. Infine abbandonato, il Castello crollò improvvisamente la notte del 27 febbraio 1576. Quel che ne rimane è ben poca cosa: una vedetta incavata nella viva pietra, un piccolo arco romano con sopra una feritoia, una cisterna. Tuttavia, gli eloquenti ruderi furono dichiarati monumento nazionale.
 

Cattedrale di Caltanissetta

La Cattedrale, che prospetta su Piazza Garibaldi, fu voluta dai Nisseni, in sostituzione della precedente chiesa Madre che da allora in poi fu chiamata Santa Maria la Vetere (o Santa Maria degli Angeli). Le fasi costruttive della nuova chiesa sono compendiate in un’iscrizione, incisa in una capriata della copertura, che recita: Templum hoc incoeptum anno 1570 et ad hanc redactum formam anno 1622. L'impianto planimetrico tuttavia rimase incompleto fino al secondo dopoguerra, quando venne realizzato il transetto.
Lo spazio antistante la chiesa divenne il fulcro della vita cittadina, caratterizzato da una notevole concentrazione di edifici sacri, quali le chiese di San Sebastiano, San Paolino, San Giacomo, dell'Annunziata o Carmine, oltre alla casa del magistrato. Ancora oggi è definito per eccellenza il centro della città.
Dal 1718 al 1720, la chiesa venne decorata dagli affreschi del fiammingo Guglielmo Borremans, con cui ha collaborato il figlio Luigi. Rilevante, per l'assetto architettonico e decorativo, l'intervento dell'architetto palermitano Francesco Ferrigno, al quale si deve, tra l'altro, la scenografica chiusura della nave centrale.
Il progetto della facciata, definito probabilmente dal Ferrigno, nel progetto settecentesco, viene ripreso dall'architetto comunale Gaetano Lo Piano. Nel 1848 la baronessa Agata Barile-Giordano elargì 400 “onze” per la realizzazione di una cancellata in ferro che racchiudeva il sagrato; nel 1892 la cancellata fu ridotta in altezza; nel 1950 fu definitivamente rimossa.
Il prospetto è piano con due ordini sovrapposti. Il primo, scandito da lesene d'ordine toscano che inquadrano i campi di parete su cui si aprono i tre portali d'accesso, è concluso da un ampio cornicione sul quale si eleva il secondo ordine. Quest'ultimo, in corrispondenza della navata maggiore, è caratterizzato da paraste ioniche inquadranti il finestrone centrale, sormontate dal timpano triangolare. I due campanili si innalzano in prosecuzione del primi due ordini laterali di paraste del plano inferiore, isolati rispetto alla partitura centrale.
L'interno, a croce latina, è diviso in tre navate sostenute da pilastri e presenta una cupola collocata nel punto ove i bracci s’incrociano. Le sontuose decorazioni della volta e delle arcate, recentemente restaurate, riportano - attraverso centoquarantasei affreschi di varie dimensioni - un “cammino di fede”: è l’opera grandiosa del Borremans. In tutti i pilastri e nei sottoarchi sono raffigurati personaggi ed episodi del Vecchio Testamento. La grandiosa volta, al centro, rappresenta La Concezione della Vergine, circondata ai lati da quattro scene di trionfi: di San Michele, dell’Assunzione di Maria in cielo, della Fede e del Coro dei Santi e delle vergini, questi ultimi due distrutti nei bombardamenti del 1943 e rifatti negli anni ’50 dal pittore torinese Nicola Arduino.
Notevoli sono anche: la statua del patrono San Michele Arcangelo, eccellente fattura di Stefano Li Volsi da Nicosia del secolo XVII; i quadri Concezione della Vergine e San Vincenzo Ferreri del Borremans, la Madonna dei monti di Pompeo Buttafuoco, il Martirio di San Lorenzo d'ignoto autore. Si ritiene opera del Gaggini Il Santissimo Crocefisso scolpito in legno.
 

Chiesa di Sant'Agata al Collegio

Tradizione vuole che in Corso Umberto I, nel punto ove sorge l'attuale chiesa, ne esistesse, nel Cinquecento, una più piccola intitolata a Sant'Agata. Accanto a quest’ultima, Donna Luisa De Luna e Vega e il figlio Francesco Moncada fondavano nel 1588 il Collegio della Compagnia di Gesù, inaugurato nel 1600 e completato nel 1604. Nel 1603 inizia la costruzione della Chiesa, su disegno del gesuita Natale Masucci. Nel 1767 papa Clemente XIV sopprime la Compagnia di Gesù: il Collegio è occupato prima dal Regio Fisco e più tardi - dal 1780 al 1808 - dalle monache di Santa Croce, fino al rientro dei Gesuiti che vi resteranno fino al 1848. Ancora espulsi, i Gesuiti tornano nel 1849, ma lasciano un’altra volta la città nel 1860, a seguito di un decreto di Garibaldi. Il Collegio, diviso in cinque parti, ospiterà il Liceo Ginnasio Ruggero VII, la Scuola Tecnica, le scuole elementari, la biblioteca comunale, il convitto provinciale e il carcere giudiziario. Nel 1889 s’inaugura, nella Chiesa, la cappella della Madonna del Carmine (realizzata da Luigi Greco). Nel 1890 il tempio è interessato da imponenti lavori di decorazione e ornamento; su disegno di Pasquale Saetta viene realizzata la scalinata esterna.
Il prospetto della chiesa, scandito da lesene, è tripartito. Il primo ordine è caratterizzato dal portale centrale, inquadrato da colonne binate con capitelli corinzi, reggenti timpano curvo spezzato. Una balconata continua poggia sulla cornice marcapiano del secondo livello. A quota superiore emerge esclusivamente la parte centrale della facciata che si collega alle spalle laterali tramite volute, riccamente decorate.
All’interno il tempio, a croce greca, presenta altari di pregevole fattura. Spicca quello di Sant'Ignazio, con pala marmorea raffigurante la gloria del Santo e paliotto intarsiato, dietro cui è custodito il corpo di Sant’Aurello Martire, adagiato In un’urna di cristallo. La volta della chiesa è stata affrescata da Luigi Borremans.
Il Collegio ha la partitura centrale caratterizzata dal monumentale portale d'accesso, attraverso il quale si accede all'ampio cortile porticato, dove, un tempo, esistevano due orologi solari. Una balconata continua, analoga a quella della Chiesa, collega cinque aperture del secondo livello. A piano terra, degna di rilievo è la cappella decorata a stucco.
 

Fontana del Tritone

Il centro di Piazza Garibaldi è occupato dalla Fontana del Tritone, grande vasca sovrastata dal monumento bronzeo elevato a simbolo della città di Caltanissetta. L’opera è stata realizzata nel 1890, dall'architetto Gaetano Averna, su calco di famosi gruppi mitologici dell'artista nisseno Michele Tripisciano. Collocata inizialmente nell’androne di Palazzo del Carmine, la scultura fu trasferita in Piazza Garibaldi solo nel 1956.
Il bel gruppo bronzeo, molto amato dai Nisseni, ha un forte contenuto simbolico: esso presenta un Tritone con un tridente in mano, che trattiene un cavallo imbizzarrito, insidiato da due mostri marini. Stupendi e suggestivi sono i giochi d'acqua che erompono dalla fontana, specie se accompagnati dalle luci, aggiunte di recente, che illuminano il monumento all’imbrunire.
 

Monumento al Redentore

Dedicato nel 1900 al Redentore, il monumento s’innalza sulla vetta della collina più prossima alla città, Monte San Giuliano. Opera dell'architetto palermitano Ernesto Basile, il monumento è costituito da una cappella quadrata, alla quale si accede per pochi scalini e a cui sovrasta su un piedestallo circolare la statua in bronzo del Redentore, con la destra levata come a indicare una meta. La pietra è calcare arenario, di colore grigiastro, con venature rossastre. La statua è alta 19 metri; la base quadrata ha il lato di 6 metri e mezzo.
Dalla vetta e lungo la strada che vi conduce si godono panorami stupendi. A mezza via si vede emergere verso oriente la cima dell'Etna, cui le nevi, d'inverno, danno un'apparenza fra bianca e rosea di nuvoletta sospesa nei cieli. Dalla spianata del monumento si scopre l'ampio orizzonte verso settentrione, chiuso dal meraviglioso profilo delle Madonie. Dinanzi allo sguardo, dall'una e dall'altra parte, si stende tutto il centro dell'isola. Più vario e gradevole è il panorama verso mezzodì, più uguale dal versante opposto: campi brulli e giallicci in cui si snodano bianche e tortuose le vie, qualche rara casa in mezzo alle ondulazioni delle colline da cui si stacca la montagna di Castrogiovanni; non una macchia di boschi né di verde. E’ quel paesaggio strano e quasi impressionante che hanno descritto con frasi di doloroso stupore i visitatori stranieri, avendo nel pensiero la lussureggiante vegetazione e i boschi e i fiori di Enna, celebrati dai poeti greci e latini.
 

Palazzo del Carmine

Sede del Municipio, Palazzo del Carmine fa da sfondo a Piazza Garibaldi, fronteggiando la Chiesa di San Sebastiano e la Cattedrale. L’edificio ha una storia antica. Nel 1371 viene fondato il convento dei Carmelitani Scalzi, cui era annessa la chiesa dell'Annunziata, detta anche del Carmine. Nel 1866, dopo la soppressione delle corporazioni religiose e l’espulsione dei Padri Carmelitani, il Comune ottiene dal Governo l’autorizzazione di adibire a scuola i locali del convento; deciderà invece di destinarli a sede municipale, inglobando la Chiesa del Carmine che, in un primo tempo sarà destinata a cappella propria del Municipio e nel 1887 verrà demolita. Nel 1876 il prospetto che si affaccia su Piazza Garibaldi viene ristrutturato; più tardi, su progetto dell’ingegner Enrico Arcatisi, viene realizzato il prospetto su Corso Umberto I.
La facciata, di impostazione classica, presenta al piano terra una serie di arcate, fra le quali una cornice continua mostra le aperture dell’ammezzato; al piano superiore, varie lesene binate di stile corinzio scandiscono una serie di timpani curvi o triangolari. Sopra gli ingressi, si nota un sistema portale-balcone, che nel suo insieme definisce la tribuna, sicuramente l’elemento che più caratterizza l’edificio.
 

Palazzo Moncada

Edificato nel 1635 da don Luigi Guglielmo Moncada, principe di Paternò e conte di Caltanissetta, il Palazzo sorge lungo Via Matteotti. L’edificio ha un aspetto maestoso, con belle mensole figurate nei balconi del piano nobile. Denominato anche Palazzo Bauffremont, dal nome degli ultimi proprietari, Palazzo Moncada costituisce uno dei monumenti più rappresentativi della città. Fu edificato per testimoniare la Potenza e il prestigio della famiglia Moncada, che governò Caltanissetta per più di quattro secoli. I lavori di costruzione furono diretti da un cappuccino, Fra’ Pietro da Genova, mentre il progettista non è noto.
L’imponente palazzo, vera reggia nel cuore della Sicilia, non fu mai completato, perché il Principe Guglielmo fu chiamato in Spagna a ricoprire la carica di Viceré di Valenza. Tuttavia l’edificio rimase proprietà dei Moncada anche nei secoli successivi. Nel 1915 fu acquisito dalla principessa Maria Giovanna di Bauffremont, la quale consentì la costruzione, nel cortile interno, di un grande Salone in stile "liberty" con sovrastante galleria. Tale spazio fu adibito alla rappresentazione di spettacoli teatrali e, in seguito, cinematografici. Nel 1938 il Palazzo fu ceduto alla famiglia Trigona della Floresta. Quest'ultima trasferì poi la proprietà dell'intero piano terra dell'edificio e di alcuni locali, al signor Mandalà Michele al quale successe, nel 1985, il figlio Francesco Paolo.
Alla fine degli anni ottanta, la struttura fu denominata "Cineteatro Bauffremont", attualmente si chiama “Multisala Moncada”.
Dal 2010 sono inoltre aperte nuove sale dell'edificio, adibite a galleria d'arte, per ospitare mostre di vario genere ed eventi estemporanei. Qui sono presenti due mostre permanenti: una sugli agli antichi signori di Caltanissetta, i Moncada appunto, e l'altra dedicata al grande scultore nisseno Michele Tripisciano.
 

Palazzo Provinciale

Il Palazzo Provinciale - che sorge lungo il Viale Regina Margherita - fu eretto nella seconda metà dell’Ottocento. Per la sua costruzione fu spianata quasi interamente la collina del Tondo che aveva il suo culmine alle spalle della Chiesa di San Giuseppe. Completato l'assetto architettonico dell'immobile, destinato tra l'altro a ospitare la Prefettura e l'alloggio del Prefetto, fu realizzata, su progetto dell'Ingegnere Luigi Greco, l'elegante sala del Consiglio con l'austero arredo in legno intagliato. Il pittore Salvatore Frangiamone di Mussomeli, realizzò all’inizio del Novecento il dipinto raffigurante Cicerone a Castrogiovanni, olio su tela di grandi dimensioni, collocato nel soffitto della Sala Consiliare; la tela è corredata da una cornice rilevata dipinta a tempera attribuita al pittore Enrico Cavallaro.
Il fabbricato, costituito da un imponente blocco edilizio con cortile colonnato centrale, ha il piano basamentale in pietra da taglio locale. L'asse centrale, lievemente aggettante, è evidenziato dalla sovrapposizione del balcone monumentale al portale d'ingresso, quest'ultimo inquadrato da colonne monolitiche in granito grigio d'Elba. Il secondo livello presenta finestre decorate con timpani triangolari in pietra di Comiso, tranne le due fiancheggianti l'unico balcone centrale, che hanno timpano curvo e paraste concluse da capitello corinzio. La cornice di coronamento dentellata, in corrispondenza della partitura centrale, è sormontata dallo stemma della città. Imponente l'ampio cortile, fiancheggiato da quaranta colonne monolitiche sulle quali poggiano le arcate concluse da volte a crociera che reggono il livello soprastante.