Mercoledì 24 Ottobre 2018, Beato Luigi Guanella
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Visitare Bologna - guida breve

 

Archiginnasio

Voluto da Pio IV Medici e realizzato da Antonio Morandi, detto il Terribilia, il palazzo dell’Archiginnasio sorse nel 1563, inglobando un certo numero di costruzioni preesistenti. Scopo dell’opera era raggruppare in un’unica sede le varie facoltà universitarie - fino allora disperse nei vari quartieri di Bologna - con l’intento di togliere loro ogni autonomia. L’Archiginnasio (in greco “prima scuola”) è quindi il risultato di un’operazione di potere che, iniziata al tempo dell’oligarchia comunale, fu portata a termine dai rappresentanti pontifici. Fino al 1803 fu sede dell'Università.
Il prospetto principale presenta un portico di 30 arcate e si articola su due piani intorno a un cortile centrale. Due ampi scaloni conducono al piano superiore che presenta aule scolastiche e due aule magne, una per gli Artisti (oggi sala di Lettura) e una per i Legisti (detta Sala dello Stabat Mater): in quest’ultima si tenevano le lezioni di giurisprudenza da parte dei giuristi bolognesi. Le pareti delle sale, le volte degli scaloni e dei loggiati sono decorate da iscrizioni e monumenti celebrativi dei maestri dello Studio e da migliaia di stemmi e nomi di studenti. Uno stemma in particolare, di uno studente peruviano, indica l'internazionalità dell'ateneo bolognese. Molto interessante è lo splendido Teatro Anatomico, in legno intagliato, opera di Antonio Levante (1637): qui si tenevano un tempo le lezioni di anatomia e si eseguivano le autopsie ad uso didattico. Nel Teatro si trovano le famose statue degli Spellati, di Ercole Lelli, e si può ancora vedere la finestrella da cui l’incaricato dell’Inquisizione controllava che le lezioni fossero tenute secondo i canoni dell’ortodossia.
Dal 1839, l’edificio è sede della Biblioteca Comunale. Con i suoi 600.000 volumi, oltre a migliaia di incunaboli, manoscritti, incisioni e disegni, è la maggiore biblioteca comunale d’Italia. Il teatro fu gravemente danneggiato durante la seconda guerra mondiale, ma fu poi ripristinato.
 

Casa del Carducci

Si trova lungo uno dei pochi tratti di mura rimasti, presso porta Maggiore, e domina la piazza intitolata al poeta stesso. Qui sorgeva l’antica chiesetta di Santa Maria della Pietà o del Piombo, che fu soppressa alla fine del Settecento e trasformata in dimora privata. Il Carducci - che insegnava eloquenza italiana all’Università di Bologna - vi abitò dal 1890 alla morte, avvenuta nel 1907. La casa ospita gli arredi originali, una biblioteca di circa 40.000 volumi (numerosissime le edizioni antiche e i testi rari), manoscritti autografi e carteggi, raccolti dal poeta nel corso della sua intensa attività. Un anno prima della morte del poeta, la regina Margherita acquistò la casa e la copiosa biblioteca, facendone poi donazione al Comune di Bologna. Nell’attiguo giardino memoriale, si trova il bel monumento al poeta, in marmo di Carrara, opera di Luigi Bistolfi (1928).
Tra il 1915 ed il 1921 Albano Sorbelli - direttore della Biblioteca dell’Archiginnasio - ha curato ed allestito il museo Casa Carducci, che è stato inaugurato nel 1921. Il Sorbelli è riuscito a ricostruire fedelmente gli ambienti in cui lo scrittore è vissuto, e a riorganizzare la cospicua biblioteca-archivio del letterato: recentemente, quest’ultima è stata arricchita con l’acquisizione di altre biblioteche di letterati italiani.
 

Certosa di Bologna

Il cimitero ottocentesco di Bologna si trova appena fuori città, ai piedi del Colle della Guardia. Esso fu fondato nel 1801 all'interno della Certosa di San Girolamo di Casara, antico monastero dei Certosini, fondato nel Trecento e soppresso nel 1797, assieme alla chiesa. La chiesa di San Girolamo conserva il trittico della Passione di Cristo, opera di Bartolomeo Cesi, un bel coro ligneo intarsiato e le tele del ciclo cristologico, opera dei più importanti pittori bolognesi del XVII secolo. In epoca napoleonica alcuni dipinti di Antonio e Bartolomeo Vivarini, di Ludovico e Agostino Carracci e del Guercino, furono trasferite alla Pinacoteca nazionale di Bologna. Interessanti sono anche le sculture del Rizzoli e del Minguzzi.
Le famiglie nobili e borghesi di Bologna mostrarono grande interesse per la costruzione di tombe di famiglia. Fu così che la Certosa cominciò a trasformarsi in un vero e proprio "museo all'aria aperta". Essa è ricca di sculture del periodo neoclassico e di tombe del periodo realista: i monumenti funebri dipinti ad affresco o a tempera su muro, sono forse unici al mondo. Per questi motivi, soprattutto nel XIX secolo, la Certosa divenne famosa e fu visitata da viaggiatori illustri (Byron, Dickens, Mommsen, Stendhal).
Nel tardo XIX secolo, mentre si lavorava per ingrandire l'area cimiteriale, fu scoperta una necropoli etrusca con 420 tombe. I reperti archeologici sono esposti nel Museo Civico Archeologico. Alla Certosa sono sepolti molti personaggi illustri, tra cui: lo statista Marco Minghetti, i pittori Giorgio Morandi e Bruno Saetti, il poeta Giosuè Carducci, lo scrittore Riccardo Bacchelli ed il compositore Ottorino Respighi.
 

Chiesa di San Domenico

La chiesa di San Domenico e l’annesso convento costituiscono uno dei più importanti complessi monumentali di Bologna. La costruzione della chiesa ebbe inizio nel 1221 - anno della morte del santo - e fu completata verso il 1233. Tra il 1728 e il 1732, l’edificio fu rimaneggiato da Carlo Francesco Dotti, che ne diede la versione attuale.
La facciata è in sobrio stile romanico, ed è fiancheggiata dalla rinascimentale cappella Ghisilardi, eretta su disegno di Baldassarre Peruzzi sulla Piazza San Domenico, una fra le più belle della città. L’interno, a tre navate, racchiude un ricchissimo corredo artistico. Nella navata maggiore si possono ammirare dieci grandi affreschi, e nelle cappelle laterali altri affreschi, fra cui quello di San Tommaso, realizzato dal Guercino Nella navata di destra si apre la cappella di San Domenico, affrescata dal Reni, che contiene una tomba nota come Arca di San Domenico. La parte superiore di questo monumento marmoreo è opera di Nicolò dell’Arca, ma due delle statue in alto e l’angelo sotto a destra, sono opera giovanile di Michelangelo. La parte sottostante fu realizzata da Nicola Pisano e allievi. Il reliquiario (1383) alle spalle del sarcofago è opera di Jacopo Roseto e contiene la testa di San Domenico e la radiografia delle ossa. Da notare anche il busto in terracotta policroma, opera di Nicolò dell’Arca, che raffigura in modo mirabile un San Domenico intento alla preghiera. In una cappella vicino all’altare c’è la tomba di Taddeo Pepoli: la vicina lapide nera ricorda che qui è sepolto Re Enzo.
Il monumentale coro, che si apre dietro l’altare maggiore, è un capolavoro assoluto per la finezza dell’intarsio ligneo e per le scene bibliche rappresentate: lo realizzò Fra Damiano da Bergamo tra il 1530 e il 1549, utilizzando - si dice - trenta qualità diverse di legno. Bellissimi i sette stalli in fondo. Questo coro destò l’ammirazione di Papa Clemente VII e Carlo V, che vennero a vedere quest’opera mirabile dopo la famosa incoronazione in San Petronio. L’imperatore, non convinto che tale perfezione di cesello potesse ottenersi sul legno, con la punta della spada lasciò il segno della sua incredulità dietro uno degli stalli. Il segno è tuttora visibile.
 

Chiesa di San Francesco

La chiesa di San Francesco è sorta per volontà della comunità francescana bolognese ed è uno dei luoghi di culto più monumentali di Bologna. La costruzione ebbe inizio nel 1236 e si concluse, nelle parti essenziali, verso il 1263. Pian piano le crebbero attorno una fioritura di cappelle, quindi la sagrestia (su disegno di Antonio di Vincenzo ), e poi il campanile grande. La chiesa fu sconsacrata dai Francesi nel 1798 e ridotta a Dogana, ritornò al culto nel 1886 e fu restaurata nel 1928, fu bombardata nel corso della seconda guerra mondiale.
La facciata è in stile romanico; tuttavia, la chiesa di San Francesco è la costruzione italiana in cui si riflettono con maggiore fedeltà le forme gotiche francesi. Grandioso è l’interno a tre navate, con archi ogivali e volte a vela. Sull’altar maggiore, grand'Ancona marmorea di Pier Paolo delle Masegne e allievi (1392). Lungo il fianco meridionale della chiesa si snoda il Chiostro dei Morti, della fine del Trecento, in cui sono numerose tombe di rettori dello Studio. All’esterno, dietro l’abside ci sono le tombe di tre glossatori, studiosi del diritto che negli Studi medievali commentavano le opere dei giuristi romani. Delle quattordici tombe che sorgevano a Bologna, ne sono rimaste solo cinque (le altre due sono in Piazza San Domenico). Quella più a sud è di Accursio (+ 1258) e del figlio Francesco: il primo venne a Bologna per studiare il diritto ed acquistò fama e ricchezza con l’insegnamento. La tomba al centro è di Odofredo (+1265) e la terza di Rolandino Romanzi.
 

Chiesa di San Giacomo Maggiore

Per i tesori artistici che conserva, la chiesa di San Giacomo Maggiore è una delle più insigni di Bologna. È consacrata all’apostolo Giacomo, fratello di Giovanni. Giacomo fu il primo martire fra gli apostoli e il suo corpo riposa nel santuario di Santiago de Compostela. Ad opera dei frati Eremitani di Sant'Agostino, la chiesa sorse in forme romaniche dal 1267 al 1315, ma la sua consacrazione avvenne soltanto nel 1344. L’annesso convento - sin dalle sue origini - assunse il ruolo di importante centro di cultura e fu lungo i secoli uno dei più insigni Studi Generali dell’Ordine. Nel tempo, l’edificio subì diverse modifiche. Nel 1471 fu innalzato il campanile. Tra il 1477 e il 1481 fu costruito il portico, considerato una delle massime opere del rinascimento bolognese. Alla fine del Quattrocento, l’interno fu rifatto in stile rinascimentale; fu poi rimaneggiato nel Settecento.
La chiesa è una ricchissima galleria di preziosi capolavori artistici. La sontuosa sagrestia è sormontata da volte gotiche del 1409. L’imponente, monumentale armadio risale al 1640. All’interno di una delle nicchie sulla facciata, scrostato e insultato dal tempo, fa capolino un affresco trecentesco. Nell’abside si trova la quattrocentesca Cappella dei Bentivoglio; fatta costruire da Annibale nel 1445 e conclusa nel 1486; si presenta a pianta quadrata e con elegante cupola, adornata da affreschi del Costa e del Francia. Quasi di fronte alla cappella c’è la tomba sospesa di Anton Galeazzo, padre di Annibale, opera di Jacopo della Quercia e collaboratori (1435). Sull’altare una tavola di Francesco Francia: Madonna in trono con Bambino e Santi (ca. 1494). Ogni anno il 22 maggio, in questa chiesa si celebra una gran festa in onore di S. Rita da Cascia (1376-1447), durante la quale si distribuisce la tradizionale rosa che si conserverà tutto l’anno per buon auspicio.
 

Chiesa di San Luca

Da qualsiasi parte si provenga verso la città di Bologna, si riesce a vedere, anche da grande distanza, la basilica della Madonna di San Luca, che testimonia l'imminente arrivo nel capoluogo emiliano-romagnolo. Tradizionale luogo di culto, legato alla devozione della sacra immagine della Vergine, il santuario posto sul Colle (o Monte) della Guardia rappresenta uno dei simboli della città.

  • Il quadro. L'altar maggiore del tempio custodisce il celeberrimo quadro della Vergine col Bambino, chiamato la Madonna di San Luca. Tradizione vuole che esso sia opera dell'apostolo Luca e che, trasportato a Bisanzio da qualche località asiatica ai tempi delle invasioni arabe, sia finito a Bologna per canali ignoti: in realtà, si tratta di una pittura bizantina probabilmente non anteriore al XII secolo, già in possesso di due fanciulle, Azolina e Bice, che nel 1160 fecero innalzare sul Colle della Guardia un piccolo eremo, per custodire la venerata immagine.
  • La chiesa. La chiesa attuale è realizzata da C.F. Dotti tra il 1723 e il 1757 in sostituzione di una precedente chiesa quattrocentesca, ma le due tribune esterne sono concluse dal figlio Giovanni Giacomo nel 1774. Seguendo la tradizione bolognese, il volume esterno è privo di decorazioni enfatiche e solenni e si caratterizza per la semplicità del profilo curvilineo su cui è impostata la cupola. Entro una planimetria ellittica, l’interno si dilata a croce greca culminando nell'altare principale che precede la cappella della Vergine. Le decorazioni sono affidate al Bigari per gli affreschi, al Borelli e al Calegari per gli stucchi, al Piò per le statue. La chiesa è poi adornata da opere del Reni, del Creti, del Mazza e del Guercino.
  • Il portico. Le 666 arcate di un portico, unico al mondo per la sua lunghezza di quasi quattro chilometri, collegano il santuario alla città e agevolano la processione che ogni anno dal 1433 conduce il quadro della Madonna alla cattedrale, durante la settimana dell'Ascensione. La sua realizzazione si avvia nel 1674 con la costruzione a Porta Saragozza dell'arco Bonaccorsi di G.G. Monti. Allo stesso architetto si attribuisce il progetto definitivo del tratto in pianura del portico, ritmato da un modulo compositivo di estrema sobrietà e semplicità, ripreso dal suo successore C.F. Dotti a partire dal secondo decennio del Settecento. La parte terminale del percorso collinare, sempre del Dotti, si caratterizza invece per la dinamica variazione di visuali e di punti di fuga fino alla visione finale del santuario. L'avvio del percorso in salita è enfatizzato lungo Via Saragozza dall'Arco del Meloncello (1732), progettato dal Dotti, forse assieme a Francesco Bibiena.
 

Chiesa di San Pietro

Si trova presso il Palazzo Arcivescovile ed è la cattedrale, ossia il vero duomo di Bologna, simbolo del potere centrale (Si ricordi che Bologna era la seconda città dello Stato Pontificio). Nel corso dei secoli, l’edificio fu rifatto tre volte. La chiesa primitiva - costruita intorno al 910 - fu distrutta da un incendio nel 1141; la seconda chiesa - consacrata da papa Lucio III nel 1184 - fu gravemente danneggiata dal terremoto del 1222; e più volte rimaneggiata: particolarmente importante fu la radicale ristrutturazione del 1575, voluta dal cardinale Paleotti. Nel 1582, fu dichiarata “chiesa metropolitana” dal pontefice Gregorio XIII. La chiesa attuale fu cominciata nel 1605 e modificata più volte.
In facciata, dominano le due grandi statue di San Pietro e San Paolo. L’interno è barocco e trasmette una sensazione di maestosa grandezza. Due leoni di marmo reggono le vasche dell’acqua santa: questi due leoni e la colonna ritorta, presso il Battistero, sono quanto resta della seconda chiesa. Fra le opere d’arte notevoli, si noterà l’Annunciazione del Carracci nel lunotto del presbiterio, un bel Crocifisso ligneo di epoca romanica, e il gruppo di statue in terracotta Cristo morto con le Marie, opera cinquecentesca del Lombardi.
 

Chiesa di Santo Stefano

Il complesso di Santo Stefano è formato da un insieme di edifici sacri (chiese, cappelle e monastero), conosciuti come le Sette Chiese, davanti ai quali si apre l’omonima splendida piazza. Il complesso è intitolato al protomartire Stefano, ma nessuno degli edifici porta il suo nome. Leggenda vuole che il complesso sia stato fondato dal vescovo Petronio (V secolo), che avrebbe voluto riprodurre e dedicare a Santo Stefano i luoghi della Passione. In ogni caso, il complesso è legato alle più antiche memorie storiche e religiose della città, tanto che - già nel IX secolo - è menzionato col nome di "Santa Gerusalemme". Dopo un periodo di decadenza tra IX e X secolo, il complesso si risollevò con l'arrivo dei benedettini: la loro intensa attività edilizia, concentrata tra XI e XIII secolo, conferì all'edificio l'articolazione e le linee romaniche che ancora conserva, nonostante i restauri moderni. Il campanile fu aggiunto nel X secolo. Del complesso originario delle Sette Chiese, solo quattro sono rimaste:

  • la Chiesa del Crocifisso. Della prima chiesa restano i muri romanici e la cripta, eretta nel 1119, che custodisce le reliquie dei protomartiri bolognesi Vitale e Agricola. Sopra la cripta fu fatto un tentativo di rimodernare la chiesa con la costruzione della cappella maggiore, pur bella all’interno, ma di pessimo effetto all’esterno.
  • la Chiesa del Santo Sepolcro (o del Calvario). Fu eretta sul sito dell’antico tempio di Iside nell’XI-XII secolo. La pianta è ottagonale con galleria superiore a volta. Nell'edicola centrale è la tomba di San Petronio, rappresentazione simbolica del Sepolcro. L’eccezionale struttura e la mistica penombra rendono l’ambiente molto suggestivo.
  • la Chiesa della Trinità. E’ a due navate trasversali e risale al secolo XIII, è quella che più delle altre ha subito restauri. L’arcata a destra introduce al Chiostro (sec. XI-XII), che è una delle più belle opere romaniche della regione, vera oasi di pace. Attorno ad un pozzo del Cinquecento, si snoda un doppio ordine di logge. All’interno, campeggia uno splendido Presepe ligneo dipinto e dorato, della fine del XIV secolo. Il Cortile di Pilato (davanti all’ingresso) ha al centro una vasca di marmo del IX secolo con una controversa iscrizione longobarda.
  • la Chiesa dei Santi Vitale e Agricola. Affascinante per la sua nuda severità e per l’eterogeneità dei materiali costruttivi, fu certamente una delle prime chiese bolognesi. Eretta attorno al V secolo, fu rinnovata nel VIII con resti d’edifici romani, tuttora visibili, come il capitello ionico in fondo a destra e i frammenti di pavimento musivo (VI sec.) lungo la navata sinistra; la chiesa fu rifatta, in forme romaniche, nell’XI secolo.


Il complesso, oltre al suo incommensurabile valore storico, conserva testimonianze artistiche di grande valore. Queste sono legate a nomi quali, ad esempio, Simone dè Crocefissi, Vitale da Bologna e Lippo di Dalmasio. La storia ultramillenaria, le preziose testimonianze paleocristiane e le molteplici stratificazioni architettoniche fanno del complesso di Santo Stefano un luogo d’eccezionale interesse storico, artistico e religioso.
 

Collegio di Spagna

Bologna è stata la prima città universitaria e già nel XIII secolo contava più di duemila studenti. La costituzione dei collegi rappresentò la soluzione di diversi problemi legati a questo fenomeno: la scarsità e soprattutto il costo degli alloggi; la necessità di usufruire di spazi comuni, per favorire la solidarietà tra i gruppi "nazionali" degli studenti; l'esigenza di garantire il pubblico decoro con l'applicazione di una disciplina d'intento moralizzante.
Il Collegio di Spagna fu sicuramente il più famoso tra i ventiquattro fondati tra il XIII e il XVII secolo. La sua costruzione fu resa possibile dal lascito del cardinale Gil Álvarez Carrillo de Albornoz (1364). Su progetto di Matteo Giovannelli, detto il Gattapone, il Collegio fu destinato ad accogliere i bolonios, cioè i giovani spagnoli venuti a studiare all’Università di Bologna. Ancora oggi è un accogliente e funzionante centro di studio.
Il complesso architettonico è a due piani, con i locali distribuiti attorno al cortile centrale porticato. Le camere dei collegiali, dotate di camini per il riscaldamento, si affacciano sulla parete esterna, che ha l'aspetto di una struttura fortificata provvista di merli. Tale cortina muraria è elemento che separa - non solo fisicamente - gli spazi interni dell'edificio dall'ambiente esterno, rappresentato dalla strada.
Nel 1569 il Collegio ospitò Miguel de Cervantes, autore del Don Chisciotte, che qui scrisse La signora Cornelia (una delle tredici Novelle Esemplari). Il racconto parla delle vicende di Cornelia e Lorenzo Bentivoglio, due fratelli bolognesi naturalmente immaginari.
 

Fontana del Nettuno

La costruzione della fontana monumentale fu voluta dal Cardinale Legato di Bologna Carlo Borromeo, con l'aiuto del vescovo Pier Donato Celsi, allo scopo di risistemare e dare lustro all'area di Piazza Maggiore. La fontana avrebbe dovuto inoltre essere il simbolo del felice governo del neo eletto papa, e zio materno di Borromeo, Pio IV. La Fontana del Nettuno si erge maestosa al centro della Piazza omonima, ed è considerata una fra le più belle fontane del Cinquecento.
La statua di bronzo, alta m 3,20 e del peso di 22 quintali, raffigura il dio marino nell’atto di placare le acque, ed è opera dello scultore fiammingo Jean de Boulogne da Douai, detto “il Giambologna” (1524-1608). Per le sue dimensioni, essa è chiamata anche Statua del Gigante. Il basamento della fontana è, invece, opera dell’architetto e pittore palermitano Tommaso Laureti, cui era stata commissionata, nel 1563, l’opera complessiva. Fra i progetti presentati per la statua, il Laureti scelse quello dello scultore fiammingo, che all’epoca lavorava a Firenze presso i Medici. Per la somma di mille scudi d'oro, l'artista fiammingo accettò di realizzare le parti scultoree della fontana, che fu completata nel 1566. Le quattro vasche in marmo poste ai lati della statua furono costruite nel 1604.
 

Palazzo della Mercanzia

Elegante edificio gotico in laterizi, Palazzo della Mercanzia fu costruito tra il 1384 e il 1391, sul luogo ove sorgeva la vecchia Dogana. Il progetto è opera dell’architetto Antonio di Vincenzo, celebre per aver progettato anche il Palazzo dei Notai, il Palazzo Re Enzo e la Basilica di S. Petronio. Il di Vincenzo avrebbe anche diretto i lavori, assieme a Lorenzo da Bagnomarino.
Il Palazzo ospitò il Foro dei Mercanti e la sede di alcune corporazioni. Il Foro e quindi - indirettamente - anche il Palazzo, furono strutture importantissime per il rilancio dell’economia di Bologna. Le controversie tra mercanti erano risolte da un Giudice, assistito da cinque mercanti chiamati Consoli. C'era anche un secondo grado di giudizio con un Giudice delle “Appelationi”, assistito da quattro Sopraconsoli. Giudici, Consoli e Sopraconsoli rimanevano in carica 6 mesi. L'estrazione si faceva ogni anno nel mese di Ottobre, innanzi agli Anziani e al Gonfaloniere di Giustizia, alla presenza dei Giudici e Consoli pro tempore.
Per tornare all’edificio, ricordiamo che i pilastri e il terrazzino con baldacchino cuspidale sono opera di Giovanni e del figlio Pietro di Giacomo, detti dalle Masagne. Pregevoli gli archi ogivali. In forza del decreto napoleonico del 27 giugno 1811, fu insediata nel palazzo, e vi ha tuttora sede, la Camera di Commercio di Bologna. Notevoli sono l’atrio e la bellissima Sala Consiliare.
 

Palazzo Re Enzo

Tra gli edifici comunali centrali, è quello merlato a nord, sulla piazza del Nettuno. Palazzo Re Enzo fu costruito intorno al 1245 per affiancarsi al Palazzo del Podestà e consentire la massiccia partecipazione popolare al governo della città. Chiamato inizialmente Palazzo Nuovo, proprio per distinguerlo da quello del Podestà, cambiò poi nome per via di un episodio storico. Vi fu infatti rinchiuso - e tenuto prigioniero per 23 anni - Re Enzo di Sardegna, figliastro dell’imperatore Federico II, vinto alla battaglia di Fossalta (1249). Sulla prigionia di Re Enzo si raccontano numerose leggende che lo vedono protagonista di tentate fughe e segrete relazioni amorose. Si sa per certo che Re Enzo fu trattato con tutti gli onori: aveva intorno a sé una piccola corte regale, perfino un cuoco personale. Fu sepolto, come aveva desiderato, nella grande basilica di San. Domenico.
Dal punto di vista architettonico, il palazzo subì modifiche per mano di Antonio di Vincenzo alla fine del Trecento, e per opera del Dotti nel Settecento. Restauri importanti furono eseguiti all'inizio del Novecento grazie ad Alfonso Rubbiani. Sotto il palazzo si apre la volta di un pittoresco quadrivio pedonale e sulla destra vi è l'accesso per la cappella di Santa Maria dei Carcerati, dove si recavano i condannati a morte. Il pianterreno del palazzo era usato come magazzino di armi e deposito del "Carroccio". Il Carroccio non doveva mai cadere nelle mani del nemico perché era simbolo del Comune. Oggi nel Palazzo Re Enzo vi sono alcuni uffici.
 

Piazza Maggiore

Piazza Maggiore è una delle più antiche, belle e vaste piazze d’Italia. Qui si adunava il popolo per ascoltare le leggi, i proclami, le decisioni del Governo, le sentenze capitali, che venivano comunicati dal balcone del Palazzo del Podestà. Su questa piazza, si svolgevano i tornei dei cavalieri, si davano feste popolari con "alberi della cuccagna" e spettacoli di burattini. Fino all’inizio del Novecento, Piazza Maggiore accoglieva i banchi di verdura ed ogni settimana vi si teneva il mercato.
La costruzione della piazza ebbe inizio nel 1200, quando i bolognesi sentirono l'esigenza di avere un ampio spazio da adibire a mercato. L'area era occupata da molti edifici che il Comune dovette acquistare e poi abbattere. Solo nel Quattrocento la piazza raggiunse la sua forma attuale, con il contorno degli edifici che tuttora la circondano:

  • il Palazzo dei Notai, iniziato nel 1384 e finito nel 1422;
  • il Palazzo del Comune, iniziato intorno al 1290, fu ampliato dopo l'incendio del 1425 dall'architetto bolognese Fioravante Fioravanti, che completò il fronte verso la piazza;
  • il Palazzo del Podestà, iniziato nel 1201, ma sottoposto a profonda ristrutturazione nel 1484 con ricostruzione della facciata su disegno di Aristotele Fioravanti;
  • il Portico dei Banchi, dove operavano cambiavalute e banche, ultimato nel 1412, fu ricostruito tra il 1562 e il 1568 su progetto del Vignola;
  • la Basilica di S. Petronio, i cui lavori - su progetto di A. di Vincenzo - iniziarono dalla facciata nel 1390 e giunsero al presbiterio nel 1479.
 

Torri Pendenti

Le torri gentilizie di Bologna - di origine medioevale - sono uno dei tratti più caratteristici della città. Esse fiorirono, soprattutto nel Duecento, quale segno di Potenza e ricchezza delle famiglie bolognesi, ma anche come luoghi di reclusione o vie di fuga in caso di pericolo. Nel Medioevo si contavano più di 180 torri: di esse, purtroppo, se ne sono salvate solo diciassette. Le più note sono senz’altro la Torre degli Asinelli e la Torre Garisenda, che - per la loro inclinazione - vengono anche denominate le “torri pendenti”.

  • Torre degli Asinelli. Ancora non si sa quando e da chi fu costruita. E’ però verosimile che la torre sia stata voluta dall’omonima famiglia ed eretta fra la fine dell’XI e i primi decenni del XII secolo. La Torre degli Asinelli è la più alta della città e - per altezza - la quarta in Italia. La torre è alta 97,20 metri ed è larga 8 metri. Alla base, nel 1488, fu aggiunto il piccolo fortilizio che veniva usato anche come prigione provvisoria per i disturbatori notturni. Per la presenza della scarpa di selenite, la base della torre misura 9 metri in larghezza. La torre degli Asinelli pende di 223 centimetri in direzione di Via Rizzoli e questo contribuisce al caratteristico aspetto delle due torri, poiché la Garisenda è inclinata dalla parte opposta. Delle due torri pendenti è l’unica visitabile: 498 gradini portano alla sommità, da cui si possono vedere sia la città dall’alto, sia le colline circostanti e la Pianura Padana.
  • Torre Garisenda. Si pensa che la sua costruzione sia contemporanea di quella della Torre Asinelli. Secondo antiche cronache cittadine, la torre sarebbe sorta per volontà di Oddo e Filippo Garisendi. Arrivata a 61 metri, la torre cominciò ad inclinarsi per un cedimento del terreno sottostante ed i lavori furono interrotti. Per motivi di sicurezza, fra il 1351 e il 1360 il governatore Giovanni da Oleggio fece accorciare di 13 metri la torre, che oggi è alta 48,16 metri. La sua pendenza è di 322 centimetri verso Via San Vitale, ma oggi si può ritenere la torre stabile ed in perfetto equilibrio. Dante dedicò alla Garisenda alcuni versi della Divina Commedia.