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Mercoledì 28 Settembre 2016, San Venceslao
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Storia di Arezzo

Prima ancora della nascita di Roma, Arezzo, era una delle più ricche e potenti lucumonie etrusche: lo testimoniano numerosi e importanti reperti archeologici, che dimostrano lo splendore delle arti e la perfezione dell'artigianato aretino, in un'epoca in cui tutti i popoli italici erano soltanto al primo stadio della civiltà. Delle possenti mura che cingevano l'etrusca Arezzo, lodate da Vitruvio, non rimangono oggi che pochi ruderi sul pendio del colle di San Cornelio.
Alleata di Roma sin dalla fine del IV secolo a.C., la città passò sotto il diretto dominio romano nel Il secolo a.C. e venne quindi coinvolta nelle guerre civili, subendo danni e distruzioni al tempo del conflitto tra Mario e SilIa, avendo scelto, come molti altri municipi toscani, di parteggiare per il primo. Ripopolata con una colonia di seguaci di Silla e - nel 60 a.C. - da una nuova colonizzazione di romani decretata dai triumviri, Arezzo dovette assumere in epoca imperiale l'aspetto di città romana economicamente florida. Roma diede nuovo impulso all'arte dei vasai, la cosiddetta “arte figulina”. La fine argilla che si trova in abbondanza nel terreno intorno ad Arezzo, consentì di riprodurre i magnifici vasi d'argento e d'oro che Mario - all’inizio del I secolo a.C. - aveva riportato da Atene. Le riproduzioni emularono ben presto la fama dei vasi greci: gli «Arretina vasa» divennero famosi e ricercati in tutto il Mediterraneo. Arezzo divenne ricca e rinomata, e si abbellì di splendide ville, di sontuosi edifici pubblici, di terme e di teatri. L'avvento del Cristianesimo fece decadere quest'arte, perché gli ornamenti dei vasi erano ispirati agli antichi miti o a scene di vita pagana.
Dopo la caduta dell’impero romano, Arezzo fu più volte assalita, saccheggiata e distrutta: fu occupata dai Longobardi, poi dai Franchi, quindi passò a far parte del Marchesato di Toscana. Poco dopo il Mille anche in Arezzo cominciarono a prender vita e sempre maggior vigore quegli ordinamenti democratici, quelle organizzazioni artigiane, che porteranno alla costituzione del libero Comune. Tuttavia la vita della popolazione e la floridezza cittadina erano basate sull'agricoltura; perciò i nobili feudatari e prima di tutti il vescovo-conte, i quali possedevano quasi tutte le terre del contado, conservarono sempre un posto preminente ed una grande autorità nella politica del Comune.
Nel frattempo Firenze si era andata ingrandendo ed aveva potuto sviluppare un fiorente artigianato e varie industrie; mirava quindi ad espandere la sua sfera d'influenza politica e ad acquisire nuovi mercati per lo smercio dei suoi prodotti. Nella seconda metà del Duecento, Arezzo lottò a lungo contro Firenze e gli altri comuni guelfi di Toscana. Nel 1287 Fiorentini e Senesi alleati assediarono Arezzo, strenuamente difesa dal popolo guidato dal vescovo Guglielmino Ubertini, ma fallirono e si allontanarono. L'anno seguente però tutti i guelfi di Toscana si coalizzarono contro Arezzo e gli altri Comuni ghibellini e nella battaglia di Campaldino (11 giugno 1289), li batterono rovinosamente: Firenze e Siena si impossessarono di ampie parti del territorio aretino. L’ascesa di Guido Tarlati, della potente "casa" ghibellina dei Pietramala, risolleva la città dalla sconfitta ed avvia nei primi decenni del Trecento un nuovo periodo di sviluppo. A Guido Tarlati succede nella Signoria il fratello Pier Saccone (1327), con il quale la città inizia un rapido processo di decadenza; nel 1337 la città è ceduta una prima volta a Firenze, che porta al potere la parte guelfa. Recuperata l’indipendenza e falliti diversi tentativi di instaurare un governo signorile, si giunge tra il 1376 ed il 1384 ad una prolungata crisi politica, durante la quale la città è ripetutamente saccheggiata. Nello stesso 1384, con la Signoria dei Tarlati, Arezzo fu nuovamente ceduta a Firenze dal condottiero Enguerrand de Coucy per 40.000 fiorini d’oro e definitivamente legata alle sorti di quest’ultima. Così Arezzo perdeva, assieme all'indipendenza, gran parte della sua autonomia culturale ed artistica. Falliti nel 1502 e nel 1529-1530 gli ultimi tentativi di riconquistare l’indipendenza, l’egemonia stabilita sulla città dal patriziato, d’intesa con il principe, spegne per tutta l’età moderna ogni conflitto politico e sociale.
Il lungo periodo della dominazione fiorentina – dapprima sotto la Signoria medicea (1434-1569), poi entro lo Stato granducale dei Medici (1569-1737) e dei Lorena (1737-1859) – vede la città di Arezzo, al pari di gran parte della Toscana, declinare progressivamente sotto il profilo economico, sociale e culturale. All’epoca leopoldina risale la riforma territoriale del 1772 che, riunificando la Città e le sue Camperie (fascia di un miglio e mezzo esterna alle mura) con le Cortine (territorio extraurbano fino a cinque miglia), segna la nascita del moderno Comune di Arezzo.
L’ultima fase del governo lorenese, preceduta nel primo Ottocento dalla breve parentesi della conquista napoleonica – e, ad Arezzo, dalla violenta insorgenza antigiacobina del “Viva Maria” (1799) – segna un nuovo risveglio, Prende avvio la bonifica della Valdichiana, progettata e sostenuta dall’aretino Vittorio Fossombroni, primo ministro del Granducato; si intensifica la realizzazione di opere pubbliche nel settore della viabilità stradale e ferroviaria e dell’arredo urbano. Nel 1825, raggruppando 49 Comunità già facenti parte delle province fiorentina e senese, è istituito il Compartimento Aretino, primo nucleo della futura Provincia di Arezzo. Poco dopo l’annessione al nuovo Stato unitario (avvenuta nel 1861), la riconquistata autonomia amministrativa e l’apertura delle comunicazioni ferroviarie con Firenze e Roma stimolarono nuovi fermenti.
Lo sviluppo continuò tra Ottocento e Novecento, com’è dimostrato dalla forte crescita della popolazione, dal progressivo spostarsi del centro cittadino verso la pianura con la costruzione di nuovi Quartieri, nonché da varie iniziative industriali e commerciali. Una brusca interruzione di questo processo evolutivo fu causata dalla seconda guerra mondiale, quando i bombardamenti distrussero quasi il 60% degli edifici, con danni ingenti anche al patrimonio artistico. Gli Aretini parteciparono con coraggio alla lotta partigiana, pagando un pesante tributo di vittime. Nel dopoguerra ci si accinse con fervore alla ricostruzione, e già negli anni cinquanta era ripreso in pieno lo sviluppo, che tendeva ormai a conferire alla città nuovi connotati urbanistici, economici e politici.
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