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Lunedì 11 Dicembre 2017, San Damaso I
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Visitare Agrigento - guida breve

 

Duomo di Agrigento

La storia della Cattedrale è legata a quella dei Normanni, che, dopo aver conquistato la Sicilia, si occuparono della riorganizzazione religiosa. Ristabilirono le diocesi, finanziando la costruzione delle chiese e chiamando a reggerle uomini validi e preparati. L’edificio fu eretto per volontà del vescovo normanno Gerlando, poi santo. I lavori di costruzione iniziarono intorno al 1093 e finirono nel 1099. Il 4 aprile di quell’anno San Gerlando la consacrò e la dedicò alla Madonna Assunta e a San Giacomo Apostolo. Solo 200 anni dopo, durante il vescovado di Bertoldo De Labro, la chiesa realizzata fu intitolata a San Gerlando, diventato patrono della città.
La Cattedrale si contraddistingue per la varietà dei suoi stili, dovuta all’edificazione di nuove costruzioni che andarono via via ad aggiungersi alla struttura originaria, e agli ampliamenti e rimaneggiamenti che furono realizzati nei secoli XIII-XIV e XVI-XVII. Anche gli interni furono rimaneggiati nel tempo. In definitiva, la chiesa è una testimonianza di espressioni artistiche diverse: arabo-normanno è lo stile del transetto e della Torre Campanaria; gotico-chiaramontano è lo stile della prima parte della chiesa, con le colonne ottagonali sormontate da archi; rinascimentale è il campanile; barocchi sono il presbiterio e la parte centrale.
La facciata s’innalza al sommo di una gradinata con un portale caratterizzato da un rosone e un frontone. Sempre all’esterno, sono particolarmente interessanti: la torre campanaria quattrocentesca, che presenta belle monofore cieche, ricche di finissimi ornati, una grande finestra a ornati bicromi di gusto arabo-normanno, e un tipico balcone di età barocca.
L'interno mostra un impianto basilicale a croce latina e a tre navate, con archi gravanti su pilastri poligonali, e tre absidi sul lato est. Nella prima navata si trova l’urna d’argento di San Gerlando che conserva le ossa del Santo: è opera secentesca di Michele Ricca da Palermo. Proseguendo, si trovano pure due confessionali stupendamente intagliati e decorati, nonché un’urna funebre di vetro con il corpo imbalsamato di San Felice Martire; l’urna è molto bella e decorata. Accanto ad essa, si trova uno stupendo quadro della Vergine col Bambino. Nella navata centrale, dietro l’altare maggiore, si trova un organo a canne, fatto costruire da Monsignor Peruzzo con le canne dei due organi del Settecento che prima si trovavano nella navata centrale, uno di fronte all’altro. Il tetto attorno all’altare maggiore è decorato con angeli scolpiti nel marmo, mentre le colonne sono ricoperte di foglie d’oro di stile catalano. Vi si trovano pure la statua di Sant’Alfonso e un dipinto che raffigura il Cardinale Giuseppe Tomasi dei Principi di Lampedusa. Nella navata sinistra si trovano i sepolcri di Vescovi dal XV al XVIII secolo. Il soffitto è diviso in tre campate: la campata occidentale è a capriate di legno dipinte; le pitture riproducono santi. La campata centrale è di stile spagnolo e a cassettoni dorati; in quella orientale, al centro, si nota un’aquila bicipite, stemma degli Asburgo.
Della Cattedrale è interessante l’acustica: dietro l’altare maggiore, nell’abside, si possono sentire le parole pronunciate a bassa voce, sulla porta principale, alla distanza di 82 metri. Si narra che il fenomeno fu scoperto da un imbianchino, che mentre lavorava dietro l’altare maggiore sentiva la moglie che confessava i propri peccati al confessore in fondo la chiesa.
 

Giardino della Kolymbetra

La Kolymbetra (dal greco, piscina) si trova all'estremità occidentale della Collina dei Templi, all'interno di un taglio naturale che divide l'area del Santuario di Demetra e Kore dal Tempio di Vulcano. E’ il sito della piscina descritta da Diodoro Siculo e da Ateneo come una grande vasca – ampia sette stadi e profonda venti braccia – in cui confluiscono le acque delle fonti, dei ruscelli e degli acquedotti progettati dall’architetto Feace e costruiti con la manodopera dei cartaginesi fatti prigionieri dopo la battaglia di Imera. Più che una piscina, era forse un vivaio di pesci per i banchetti ed era allietata da cigni e altri volatili. Trascurata in seguito, essa interrò.
Dal 1999 la Kolymbetra è stata affidata in concessione al Fondo Ambiente Italiano. Autentico gioiello archeologico e agricolo della Valle dei Templi, tornato alla luce dopo decenni di abbandono, è un giardino di cinque ettari, straordinario per la magnificenza della natura che qui trova la massima espressione della sua generosità e per la ricchezza dei reperti archeologici che ancora vengono alla luce. In questo giardino è raccolta una grande varietà di piante appartenenti alla macchia mediterranea (mirto, lentisco, terebinto, euforbia, ginestra) e un ampio agrumeto con limoni, mandarini e aranci.
L’inaugurazione, con apertura al pubblico, avvenne il 9 novembre 2001.
 

Musei di Agrigento

BIBLIOTECA MUSEO LUIGI PIRANDELLO
c/o Casa Natale di Luigi Pirandello
Contrada Caos

Dal 1987, la casa natale di Luigi Pirandello è un Museo della Regione siciliana. Ospita mostre temporanee dedicate al grande drammaturgo e, in forma stabile, un’ampia raccolta di cimeli, fotografie, lettere, recensioni e onorificenze, libri in prima edizione, con dediche autografe, quadri d’autore dedicati. Notevole è la collezione di locandine delle opere pirandelliane più famose, rappresentate in tutto il mondo.

MUSEO ARCHEOLOGICO REGIONALE
Contrada San Nicola

Dal 1967 il Museo è ospitato, in parte, nell'antico monastero di San Nicola. E’ il maggior museo archeologico della Sicilia centro-meridionale: nelle sue diciannove sale, esso raccoglie i reperti archeologici rinvenuti nelle province di Agrigento e Caltanissetta, che consentono di “ricostruire” la storia del territorio agrigentino. I reperti vanno dal II millennio a.C. alla prima e media età del bronzo, e alla cultura dell'età del ferro. Nella sala maggiore troneggia la figura del Telamone, unica rimasta delle trentotto enormi figure di Atlanti del tempio di Giove: si compone di ventisei pezzi tufacei, è alta metri 7,61 e simboleggia il dominio di Zeus sulle forze primordiali della natura. Tra le innumerevoli altre meraviglie è una scultura greco-romana, "l'Efebo di Agrigento", una figura virile nuda. E' un “kouros” del 480 a.C. che simboleggia l’ideale greco di bellezza mascolina. Altro reperto eccezionale è il torso di marmo greco rinvenuto nell’area del Tempio di Zeus: è una figura atletica che doveva essere in lotta con un'altra, ora perduta. Molto bella è la collezione che rappresenta alcuni aspetti della preistoria dell'agrigentino: essa comprende ceramiche decorate, oggetti in pietra, tra cui lame di selce, una testa di mazza di forma globulare e un frammento di vaso con rappresentazione plastica a testa umana. Molti materiali caratteristici della prima e media Età del Bronzo, tra cui gli stupendi vasi della cultura di Castelluccio. Altrettanto interessante è la grande collezione di anfore, crateri, coppe, unguentari ecc.

MUSEO CIVICO “SANTO SPIRITO”
c/o Abbazia di Santo Spirito
Via Santo Spirito

Il Museo si articola in tre sezioni principali:
  • la sezione archeologica, che comprende una certa varietà di materiali provenienti dal territorio. Notevoli sono i vasi eneolitici provenienti dal Castellucciano occidentale e da varie Necropoli agrigentine, i frammenti ceramici di superficie ritrovati a Steri, le anfore romane, due crocefissi, una collezione di farfalle e uno stupendo presepe;
  • una sezione artistica, in cui sono esposti dipinti che vanno dal XV al XVIII secolo; comprende la Pinacoteca d'Arte Antica e la Galleria Sinatra.
  • una sezione etno-antropologica, che ritrae vari aspetti della civiltà contadina, ed espone antichi giocattoli, strumenti musicali e alcune suggestive copie dei templi.


MUSEO DELLA Cattedrale di Agrigento
Via Duomo

Inaugurato nel 2009, il Museo presenta una selezione di materiali provenienti dai tre nuclei collezionistici – il Tesoro della Cattedrale, il Museo storico e il Museo Diocesano – in cui si è impressa la storia della Cattedrale, dall’epoca medievale, fino ai nostri giorni.
Il Tesoro annovera capolavori di arte decorativa siciliana, quali paramenti sacri (pianete, piviali, borse, stole), oreficerie e argenterie (paliotti, reliquiari, croci, pastorali, ostensori, pissidi, calici) e altre suppellettili d’uso liturgico. Tra i capolavori dell’oreficeria medievale, spiccano i due esemplari di Casse reliquiarie a transetto, del XIII secolo, recanti una le reliquie del Beato Matteo, e l’altra quelle dei santi martiri Epifanio e Urbano. Alla cultura tardo manierista appartiene il Bastone pastorale in avorio del XVI secolo, opera di Stefano Rizzo. Ricca anche la presenza di calici, tra cui quello dell’argentiere palermitano Pietro Guriale, del 1674. Il barocco è presente con alcuni paramenti sacri: il più antico è la Pianeta con motivi floreali stilizzati, della prima metà del Seicento. Settecentesco è il Reliquiario della Vergine, finissimo capolavoro di argenteria realizzato dal palermitano F. Mancino.
La quadreria comprende dipinti che vanno dalla fine del XVI e il XIX secolo. Oltre al San Carlo Borromeo in preghiera, di P. d’Asaro, si ammira una bella Adorazione del Bambino, della scuola di P. Buttafuoco, e una ricca serie di opere di Guido Reni, tra cui la celebre Madonna col Bambino dormiente. L’Ottocento è presente con opere di Raffaello Politi.
 

Santuario di Demetra e Kore

Demetra e Kore/Persefone, protettrici della fecondità della natura e dell'uomo, erano chiamate divinità ctonie, ossia divinità della terra. Il loro culto era tanto diffuso in tutta la Sicilia, che gli antichi autori definivano l'Isola "dono di nozze a Persefone da parte di Zeus" e la stessa Akràgas era detta "la terra di Persefone".
Nel settore occidentale della Collina dei Templi si estendeva un’immensa area sacra dedicata al culto delle due dee, suddivisa in tre terrazzi contigui che sovrastavano la Kolymbetra. Il complesso di edifici dei santuari di Demetra e Kore risale ai secoli VI-V a.C. ed era formato da due recinti sacri con altare interno, posti a nord dell’area, cui furono poi aggiunti altri altari e tre tempietti. Uno di questi santuari, il cosiddetto Tempio di Demetra è stato incorporato nella piccola chiesa medievale intitolata a San Biagio.
I resti archeologici e gli oggetti rinvenuti hanno permesso di ricostruire i diversi momenti del rituale religioso, celebrato soprattutto da donne e attestato dal VI sec. a.C. sino all’epoca ellenistica (IV-II sec. a.C.). I devoti che si recavano al santuario, probabilmente acquistavano gli ex-voto presso le botteghe dei ceramisti fuori le mura. Giunti nel terrazzo a est della porta V, iniziavano il percorso rituale con le offerte e la visita ai tempietti e alle sale di accoglienza e riunione del portico. Si continuava nell'attiguo terrazzo dove si trovavano diversi tempietti, recinti e altari per la celebrazione dei sacrifici di animali; questi si svolgevano tra canti e profumi d'incenso; dopo il sacrificio, la carne dell'animale veniva cucinata e mangiata sul posto. Nell'estremo terrazzo occidentale, occupato solo da poche strutture e da basamenti con statue dedicate alle dee, si concludeva l'itinerario cultuale con canti, danze e l'offerta di piccoli oggetti - vasi, lucerne o statuette in terracotta - entro buche scavate nel terreno e protette da pietre. Da quest'area proviene una testina in terracotta, del VII secolo a.C., che costituisce la testimonianza più antica del culto alle due divinità.
 

Tempio della Concordia

Il Tempio della Concordia sorge presso quello di Giunone Lacinia ed è il meglio conservato di tutti i templi dorici di Sicilia e d’Italia. Deve il nome a un'iscrizione latina, rinvenuta nelle vicinanze: l’iscrizione porta una dedica alla Concordia degli Agrigentini, ma con il tempio non ha alcuna relazione.
La struttura è un doppio periptero, cioè possiede due ordini di colonne: uno interno e l'altro esterno. L’architrave all'intorno e i due frontoni conferiscono al monumento una singolare imponenza, semplice e severa a un tempo. Più che dalla grandiosità, la bellezza della struttura è data dalla perfetta armonia di tutte le linee: è uno dei pochi templi che possa competere con il Partenone d'Atene.
Il Tempio posa su un grandioso stilobate in pietra tufacea a gradinate: compreso il basamento è lungo metri 42,12, largo metri 19,68, con una cella lunga metri 28 e larga 9,32. Ha trentaquattro colonne alte metri 6,85 capitelli compresi: gl'intercolunni misurano metri 1,76. L'architrave, ornato a triglifi, è alto metri 2,98.
“Nel tempio della Concordia - scrive Pietro Griffo, uno dei massimi studiosi di Akràgas - l’architettura dorica della metà del V secolo a.C. ci si presenta in tutta la gamma di raffinate sottigliezze che ne caratterizzano lo stile ... il Tempio della Concordia, a parte la suggestione del grandioso paesaggio che gli sta d’intorno, si riflette nella sensibilità del visitatore con vibrazioni che sanno di musicale, con rapimenti di stupefatto incantesimo. E voglia Dio che il visitatore vi capiti nella magica ora del tramonto: ne riporterà un’impressione che non lo lascerà più per tutta la vita”.
 

Tempio di Castore e Polluce

Nella parte occidentale della Collina dei Templi, si estendeva un’ampia area sacra dedicata al culto di Demetra e Kore/Persefone, divisa in tre terrazzi contigui. Nel terrazzo mediano, presso il Tempio di Zeus/Giove, si trova il tempio tradizionalmente detto dei Dioscuri (Castore e Polluce), di cui è visibile la parziale ricostruzione eseguita nel 1834-1836 dalla Commissione delle antichità della Sicilia. In quest’occasione, lo scultore Villareale e gli architetti fratelli Cavallaro rilevarono la pianta del tempio e ne rialzarono tre colonne, ma appurarono che erano ben trentaquattro. Nel 1842 è stata rialzata una quarta colonna. Il tempio, costruito in calcarenite locale, è di stile dorico e presenta dunque una pianta simile a quella degli altri templi agrigentini con sei colonne sui lati brevi e tredici sui lati lunghi. L’immagine delle quattro colonne rialzate, connesse da uno spezzone di trabeazione e di timpano, è diventata il simbolo di Agrigento e, spesso, dell’intera Sicilia.
Il tempio risale al 480-460 a.C. ed è parte integrante del santuario delle divinità ctonie. Anche qui sono stati trovati altari cilindrici, pozzi e fosse, per la celebrazione del culto e dei sacrifici. Quindi, molto probabilmente il tempio detto dei Dioscuri era un tempo dedicato a Demetra e Kore/Persefone.
 

Tempio di Demetra

Il Tempio di Demetra si trova nella parte orientale della città, sul fianco del ripido pendio con cui si conclude la Rupe Atenea nella valle del fiume Akràgas (oggi torrente San Biagio). L'edificio, costruito in calcarenite locale, è di ordine dorico (480-460 a.C.) e presenta una pianta semplice, senza colonnato, con vano rettangolare (cella) e atrio di accesso con due colonne antistanti. L’ampia cella misurava metri 30,20 x 13,30, e la muratura perimetrale rimasta raggiunge un’altezza di metri 7,85. Il tetto era decorato da gocciolatoi per l'acqua piovana a forma di teste di leone. Parte dell'elevato del tempio fu incorporata nella chiesa medievale di San Biagio, mentre le fondazioni sono ancora parzialmente riconoscibili dietro l'abside della chiesa. Poco distante sono visibili due altari rotondi con pozzo centrale che, al momento del rinvenimento, erano colmi di ex-voto. Sul terrazzo sottostante il tempio, fuori la cinta muraria, si trova il cosiddetto Santuario rupestre dedicato anch'esso al culto demetriaco.
Il Tempio di Demetra era collegato alla Rupe Atenea, l'antica acropoli della città, da una strada di cui sono ancora visibili i segni delle carreggiate, e sovrastava il settore monumentale delle fortificazioni di Porta I.
 

Tempio di Ercole (Eracle)

Costruito verso il 510 a.C., il Tempio di Eracle/Ercole, il cosiddetto Herakleion, sorge nelle vicinanze di Villa Aurea. E’ uno dei più antichi templi dorici della Sicilia e sicuramente il più antico dei templi agrigentini, anteriore perfino a quello di Giove Polieo, che ornava l’Acropoli. Il Tempio di Eracle/Ercole è famosissimo nella storia agrigentina, per I'imponenza delle sue proporzioni e per le ricchezze che lo adornavano. Fra queste si ricordano la celebre Alcmena dipinta da Zeusi, e la statua in bronzo di Eracle/Ercole, che invano Verre – al dire di Cicerone – tentò di rapire, per fonderla e farne moneta, com'era suo costume.
Della struttura originaria si conservano otto colonne del lato sud-ovest, rialzate nel 1924. Come quasi tutti i primitivi templi dorici, anche questo era periptero-esastilo-hipetras, cioè a colonnati e scoperto, ma aveva quindici colonne, anziché quattordici, sui lati lunghi. Le rovine della cella mostrano chiaramente che la sua distruzione fu causata da un terremoto. Il Tempio misurava in lunghezza metri 73,42 e in larghezza metri 27,56, con colonne alte più di dieci metri. Si nota la presenza, tra il pronao e la cella, di torri scalarie per l’accesso al tetto, caratteristica poi di tutti i templi edificati ad Akràgas, e in Sicilia. In epoca romana, la parte occidentale della cella fu tripartita, forse perché l’edificio fu destinato al culto di una Triade Divina.
 

Tempio di Giove Olimpio

Il tempio dedicato a Zeus-Giove Olimpio (o Olimpico) è da tempo un cumulo di semicolonne, capitelli, triglifi. In passato, fu uno dei templi greci più ammirati e il maggior tempio dorico dell’Occidente (il terzo, dopo l’Artemision di Efeso e il Didymeion di Mileto). E’ l’unico dei templi di Agrigento di cui sappiamo con sicurezza il nome. Esso s’innalza sull’area dell’antica agorà (il foro cittadino), e costituisce un “unicum”, non solo per le proporzioni eccezionali ma anche poiché presenta soluzioni architettoniche nuove e originali che divergono dai canoni dell’architettura dorica greca. Secondo gli storici Diodoro Siculo e Polibio, la costruzione del tempio ebbe inizio dopo la grande vittoria sui Cartaginesi a Imera (480 a.C.), ma non fu mai portata a termine. Fra gli architetti che vi posero mano, sembra che vi sia stato anche il famoso Feace.
Le forme del Tempio erano assolutamente singolari: pseudo-periptero, al posto del normale peristilio la struttura aveva tutt'intorno un muro pieno, da cui fuoriuscivano delle mezze colonne (7 x 14). In ogni campana gli intercolunni, troppo vasti, erano occupati da trentotto Telamoni o Aiaci, o Atlanti, gigantesche figure maschili alte metri 7,61 che, concorrevano efficacemente a sostenere il grave peso della trabeazione. L'immensa piattaforma rettangolare, che poteva essere raggiunta per mezzo di cinque gradoni, era rivolta a oriente e misurava metri 113,20 in lunghezza e 56 in larghezza, un doppio quadrato che occupa una superficie di 6407 metri quadri, quasi le dimensioni di un campo di calcio capace di accogliere 42.000 spettatori. Nel centro della cella, spicca oggi il moderno calco di uno dei telamoni (l'originale si trova nel Museo Archeologico Regionale).
Un terremoto, probabilmente quello che distrusse il Tempio di Ercole e i templi di Selinunte, distrusse anche questo. Secondo lo storico Tommaso Fazello, gli ultimi avanzi caddero a terra il 9 dicembre 1401. Gran parte del materiale lapideo fu utilizzato nel Settecento, per costruire i moli di Porto Empedocle.
 

Tempio di Giunone

La sua attribuzione a Era Lacinia/Giunone (moglie di Zeus-Giove) è dovuta a un’erronea interpretazione di un brano di un autore latino. Il Tempio sorge – imponente e solitario – in posizione dominante, all'estremità orientale della Collina dei Templi. Eretta tra il 460 e il 450 a.C., la struttura è basata su stilobate a quattro gradini ed è periptero-esastila. L'interno era suddiviso in tre vani: quello centrale (cella o nàos) era preceduto da un atrio di ingresso (prònao) e seguito da un vano posteriore (opistòdomo); questi ultimi avevano due colonne antistanti. Ai lati della porta della cella si trovavano le scale d’accesso al tetto. Il basamento con tre gradini sul fondo della cella fu aggiunto in epoca successiva. La superficie di alcuni blocchi arrossati mostra i segni dell'incendio, forse riconducibile alla distruzione di Akràgas compiuta dai Cartaginesi nel 406 a.C.
Il Tempio misurava in lunghezza metri 40,98, in larghezza 19,53 con una cella lunga metri 21,84 e larga 9,30. Aveva trentaquattro colonne scannellate, a venti scannellature per colonna, indizio di grande finezza artistica. Le colonne sono pure del miglior taglio, alte, slanciate, misurano in altezza cinque volte il diametro; cioè metri 6,40, compreso il capitello. Essa poggiano direttamente sul grande stilobate, senza piedestallo di sorta. Lo spazio degli intercolunni è di metri 1,74, e il diametro delle colonne è di metri 1,29. Delle trentaquattro colonne di questo tempio, venticinque, per la maggior parte laterali, sono ancor ritte e sostengono la loro elegante architrave. Delle altre non si vedono che tronconi rizzati posteriormente, nell’Ottocento.
Il tempio conteneva un magnifico capolavoro d’arte: il famoso quadro di Giunone, del grande artista Zeusi, che per realizzarlo s’ispirò alle bellezze di cinque vergini akragantine. Al tempio e al quadro è legata la triste vicenda della morte di Gellia, il quale, temendo che il quadro di Zeusi potesse finire in mano ai suoi nemici, appiccò il fuoco al tempio e si buttò in mezzo alle fiamme portando con sé il quadro.
Davanti ai maestosi avanzi di questo tempio, ciò che colpisce è l'imponenza, la grandiosità del quadro complessivo. Da un lato la montagna, verdeggiante per il verde blando degli ulivi, che sale in larghe ondulazioni fino là dove il ciglione della Rupe Atenea sembra si spinga nell'azzurro cupo del cielo: di fronte, l'orizzonte marino sconfinato, striato dai riflessi del sole, e dalle correnti che vagamente ne increspano la superficie, sulla quale da lungi filano rapidi i vapori o lentamente cullansi i velieri : intorno, una solitudine incolta, silenziosa, che invita al raccoglimento e imprime all'animo sensazioni delicate.