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Storia di Agrigento

Secondo la tradizione, tramandata da Tucidide, la “polis” fu fondata intorno al 581 a.C. da Aristinoo e Pistilo, entrambi di Gela. Il centro fu chiamato Akràgas, dall'omonimo fiume che bagna il territorio.
L'antica città s’ingrandì rapidamente e rappresentò un’importantissima base per l'espansione della civiltà greca in Sicilia, e dei commerci in tutto il Mediterraneo. Il periodo della dominazione greca durò circa 370 anni e fu caratterizzato da alterne vicende politiche ed economiche. Drammatica, per i contraccolpi che ebbe sulla vita civile della città, fu la contrapposizione fra regimi democratici e tirannici.
Il primo tiranno di Akràgas fu Falaride (575-554 a.C.), ricordato soprattutto per la sua crudeltà, anche se assicurò alla giovane città la dignità di libera polis nei confronti di Gela e della stessa Madre Patria. Conquistato il potere con un colpo di stato, Falaride lo tenne per circa vent’anni, ingiuriando gli Dei e angariando il popolo: si narra che fosse perfino antropofago e parricida. Certamente usò lo strumento di tortura, noto come “Toro di Falaride”, che consisteva in un simulacro di toro in bronzo, nel cui ventre veniva rinchiuso il condannato: il “toro” veniva quindi posto sopra le fiamme e il condannato moriva, cremato lentamente. Pitagora, presente ad Akràgas in quel periodo, fu fiero avversario di Falaride e pare abbia contribuito – con i suoi discorsi – a sollevare il popolo e ad affrettare la caduta del tiranno. Falaride fu lapidato dal popolo.
Per sedici anni Akràgas mantenne la sua libertà, ma poi assunse il potere un nuovo tiranno: Terone. Questi fu sicuramente migliore di Falaride e gli storici del tempo non mancarono di tesserne le Lodi. Anche Pindaro lo cantò nelle sue Odi Olimpiche. Fatti salienti della signoria di Terone furono I'impresa da lui sostenuta contro lmera e l'alleanza stretta con Gelone, tiranno di Siracusa, su cui si basò la successiva politica greco-sicula di resistenza contro l’invasione militare punica. Dopo la morte di Terone (circa 473 a.C.) gli successe il figlio Trasideo, che – incapace di governare – fu deposto e allontanato da Akràgas.
Nei successivi sessant’anni, sotto la guida illuminata del filosofo Empedocle, Akràgas conobbe la libertà, la grandezza, la fortuna, e divenne la città più ricca della Sicilia. L'area urbana aveva un'ampiezza di 456 ettari ed era circondata da mura di fortificazione con nove porte d'ingresso. La popolazione era di circa 300.000 abitanti: Akràgas era considerata "la più bella città dei mortali". Ma i Cartaginesi erano alle porte e, dopo la vittoria di Selinunte, ritennero di poter conquistare facilmente tutta la Sicilia. Cartagine allestì una nuova e numerosa armata, posta sotto il comando di Annibale Gisgone. Pur avvertiti da Siracusa del pericolo che li minacciava, gli Agrigentini – quando la poderosa flotta di Cartagine si mostrò nel loro mare, e cominciò lo sbarco per iniziare l'assedio – erano tutt'altro che preparati a una lunga resistenza. L’assedio durò otto mesi e la resistenza di Akràgas fu gagliarda e accanita, ma alla fine la città dovette cedere: fu invasa e saccheggiata in modo terribile. Era il 406 a.C.
All'epoca dei tiranni risale l'edificazione dei templi della valle. Fu Terone a volere la costruzione del tempio di Giove Olimpico (o Olimpio), per celebrare la vittoria di Imera sui Cartaginesi (480 a.C.). Come si è accennato, il quinto secolo fu quello che vide il massimo splendore di Akràgas e non soltanto per quanto attiene alla sua ricchezza materiale; fu, infatti, anche un secolo di grande fervore culturale, artistico e scientifico di cui Empedocle fu l’esponente più illustre. Nato intorno al 480 a.C. ad Akràgas, Empedocle si formò alla scuola di Pitagora. Sotto il governo del filosofo, la città venne recintata e chiusa da mura massicce, interrotte solo da numerose porte di costruzione arcaica. L'edilizia monumentale continuò ad avere notevole sviluppo e furono costruiti tra il 450 e il 430 i templi di Era e della Concordia; tra il 430 e il 410 quello dei Dioscuri, di Efesto, di Esculapio oltre le mura e un altro presso il Santuario delle Divinità Ctonie (Demetra e Kore). Nel 339 a.C., grazie al corinzio Timoleonte la città – soggetta all'influenza di Siracusa – venne ricostruita e ripopolata.
Nel 210 a.C., nel corso della seconda guerra punica, Akràgas fu conquistata dai Romani e il suo nome venne latinizzato in Agrigentum. In epoca romana la Valle dei Templi fu visitata da Cicerone, alla ricerca di prove che incastrassero l'ex governatore della Sicilia, Verre (73-71 a.C.) accusato di avere imposto tributi eccessivi ai coloni. Per sei secoli, la città visse tranquilla e prosperò all’ombra di Roma. Con la caduta dell’impero romano d’occidente, cominciarono le invasioni barbariche. Nel 429 e nel 440, passarono per Agrigentum i Vandali di Genserico, che misero la città a ferro e fuoco; poi (490), fu la volta dei Goti di Teodorico. Nel 535, per scacciare i Goti, arrivarono i Bizantina al comando di Belisario. Nel 584, i Goti di Totila distrussero la città.
Cominciarono poi le scorrerie dei Saraceni che depauperarono il litorale e costrinsero le popolazioni a rifugiarsi sulle montagne dell'interno. La valle di Agrigentum era ormai diventata una facile terra di conquista e gli Agrigentini furono costretti ad abbandonarla, per ritirarsi sulle alture dell'Acropoli. Gli Arabi sbarcarono in Sicilia nell'828, ma dovettero ritirarsi perché severamente sconfitti nella Piana di Catania. Tornarono una seconda volta nell'840 e Agrigento, arroccata ormai sul colle, fu occupata da una tribù di Berberi che la fortificarono e ne fecero il loro centro più importante. Tra le ultime città della Sicilia a essere occupate dai normanni (1087), Agrigento fu poi sede Vescovile e di Contea e appartenne – nei secoli XIII e XIV – alla potentissima famiglia dei Chiaramonte. Città aragonese e poi spagnola, votò con entusiasmo il plebiscito (1860) che la riuniva al Regno di Italia.
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