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Teatro Nuovo

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INAUGURAZIONE MOVIMENTATA

In Piazza Navona, a ridosso della mura merlata che cingeva a sera il giardino degli Scaligeri, fu costruito, su disegno di Enrico Storari, il Teatro Nuovo, inaugurato il 12 settembre 1846.

Il Foglio di Verona del 14 pubblica questa notizia:

«Il Teatro Nuovo appena ora costruito nella nostra Piazza Navona, fu aperto per la prima volta l‘altra sera. Le convenienze di un nuovo teatro volevano che se ne facesse l'apertura con un'opera nuova o almeno non mai udita a Verona e quindi principalmente a questo riguardo, la scelta cadde sull’”Attila”».

Erano interpreti di questa nuova opera del Verdi (era stata data la prima volta alla Fenice di Venezia il 17 marzo di quell'anno) il soprano Rita Basso-Borio, il tenore Raimondo Castiglione, il baritono Giovanni Corsi ed il basso Napoleone Torre. All’Attila ed al ballo Le illusioni di un pittore si alternarono poi le opere Il Bravo del Mercadante e l'Ernani del Verdi. Agli artisti, di cui sopra, si aggiunsero il soprano Angiolina Bosio ed il tenore Domenico Conti. Dirigeva il maestro Pietro Lenotti.

L'inaugurazione del teatro costituì una buon’occasione al concittadino Vittorio Merighi di inscenare una di quelle manifestazioni patriottiche, che già aveva organizzato al Filarmonico. Egli compose un sonetto dedicato alla prima donna Rita Basso-Borio, e ne fece stampare alla macchia qualche centinaio di copie, che la sera del 15 settembre, confuse con altri sonetti innocui, svolazzarono dal loggione nella platea del teatro. Applausi ed entusiasmo del pubblico, e disagio della polizia austriaca, alla lettura del sonetto clandestino, del quale una terzina diceva:

Donna, il vento ora mugge, e la procella
gravida rota, e tuon freme che intima
ad Austria morte, e Italia a vita appella


Alla chiusura della stagione d’opera, si volle organizzare una nuova dimostrazione, questa volta schernendo doppiamente la polizia. Il Merighi compose un'ode per la beneficiata del tenore Domenico Conti, e con una gherminella ottenne l'imprimatur del censore per la pubblicazione della poesia. Egli, avendo saputo che il censore di Padova, assentatosi, era stato sostituito da un canonico, certo Don Angelo Riccobelli, che era devotissimo di Santa Filomena, compose un sonetto in onore di questa Santa e corse a Padova. Presentò prima al censore il sonetto di Santa Filomena, del quale ebbe subito l'imprimatur, con mille complimenti sulla vena sacra di lui. Quindi avanzò l'ode dedicata a Domenico Conti. Il prete fece subito una smorfia, ma poi si convinse alle spiegazioni del poeta e mise l'imprimatur anche a quella.

Narra il Merighi:

«Scrissi subito la buona novella a Verona; mi fermai un giorno per certe mie ragioni particolari, e partii l’altro con l'omnibus che scavezzava per lunghe ore il filo della schiena, e scendevo all'albergo della Gran Zara. Al mio arrivo stavano ad attendermi gongolanti Vittorio Monga, Vittorio Piatti, Pietro Negrelli, Carlo Montanari, Luigi Fagioli, Carlo Del Bene e lo stesso Conti. Una stretta di mano a tutti, qualche "strucada d'ocio", e via dallo stampatore.
La sera della Beneficiata, ecco la poesia lussuosamente stampata in doppia colonna, col bravo ritratto del Beneficiato in testa.
AI momento di gettarla a migliaia di copie dai nostri palchetti, quattro domestici in isfarzose livree, si presentano ai quattro palchi di Nepumiceno, del Presidente del Senato, del Consigliere Salvotti e del generale Gherardy, ad offrire a ciascuno di essi una ventina di copie stampate su raso bianco mollemente adagiate sopra immacolati vassoi d'argento, gentilmente da tutti quattro accettate a vista di tutti, furiosi subito dopo di essere stati corbellati.
Conosciuto tosto il tiro, l'entusiasmo del Pubblico non ebbe più confini, e la notte trascorse in una specie di baldoria trionfale».

L'ode era tutta un inno all'Italia personificata nell'artista Conti ed aveva scatti contro lo

Straniero, che codardo e maligno
ha perenne sull'Italia il sogghigno.

Ed il giornale ufficiale, che non poteva negare l'accaduto, senza spiegare il vero motivo dell'entusiasmo ed il contenuto dell'ode, scriveva il 26 ottobre 1846:

«Ieri ebbero termine le rappresentazioni del Teatro Nuovo; coronate mai sempre in tutto il decorso della stagione da numerosissimo ed eletto concorso, da applausi sentiti, giusti e fragorosi.
Nella penultima che fu la beneficiata del tenor Conti e nell'ultima di ieri sera, oltre che l’affluenza, in onta al tempo burrascoso, fosse tale da rimandare più centinaia di persone, l'allegria, l'entusiasmo ed il fanatismo salirono a tal grado, che di più, né forse uguale s'intese in Verona.
Alla fine calarono dal cielo del teatro molte centinaia di ritratti del grande artista in litografia con annessavi poesia. Cosi venne chiusa la brillante stagione e l’apertura dell'elegante Teatro Nuovo».


Nei due anni che seguirono, più che opere liriche, si ebbero al Teatro Nuovo compagnie drammatiche, fra le quali è da citare quella di Gustavo Modena nel dicembre 1847. Nel primo trimestre del 1848 agiva la Compagnia fantastico danzante Price e Brunner, e in questo periodo merita la citazione un altro episodio di patriottismo. Il 18 marzo giunse a Verona il Viceré del Regno Lombardo-Veneto insieme alla Viceregina e ai figli. La polizia divulgò la voce ch'egli era venuto apportatore d'immensi vantaggi e per prendervi stabile dimora. Sull'imbrunire dello stesso giorno pervenne telegraficamente anche la notizia che Vienna era insorta, Metternich caduto e fuggito e che l'imperatore Ferdinando aveva, suo malgrado, accordato la Costituzione.

L'annunzio, con la rapidità del baleno, si sparse e commosse l'intera città e giunse anche al Teatro Nuovo durante lo spettacolo. Fu un delirio. Si sventolarono i fazzoletti, con grida di Evviva. Poi si annodarono veli e sciarpe delle signore, unendo simbolicamente con una catena nazionale i palchi, e la platea, in un solo vincolo, tutte le classi dei cittadini, inneggiando all'Italia e a Pio IX. A teatro vi era pure il governatore della provincia Groeller, che dovette egli pure prender parte alla dimostrazione e annodare la catena, accettando il fazzoletto dalle mani della signora Zaiotti-Faccioli, che glielo porse dal palco attiguo.

Il Teatro restò inattivo fino al novembre 1849, in cui ripresero recitazioni e opere.

Le compagnie drammatiche sono come quelle che abbiamo visto negli altri teatri: vasto repertorio di foschi drammi e chiusura dello spettacolo con la esilarantissima farsa. Si può però rilevare ancora come certe compagnie fossero composte da intere famiglie. Ad esempio, la Compagnia Coltellini e Leigheb, che recitò al Nuovo dal 26 dicembre 1853 al 28 marzo 1854 ben 59 drammi diversi, era composta da 27 elementi, di cui quattro della famiglia Leigheb, quattro della famiglia Capodaglio, cinque della famiglia Miutti. La suddivisione delle parti era fissata col 1° amoroso, 2° amoroso, brillante, tiranno, ingenuo, caratteristico, madre nobile, amorosa e generici.

Fra le numerose opere rappresentate fino al 1858 ci piace rilevarne una fra le meno note del Verdi: Gerusalemme, data al Nuovo nel settembre 1855.

Alla fine del 1858 il Teatro Nuovo si chiuse, e come gli altri teatri fu requisito dall'autorità militare. In seguito, importanti lavori d'ampliamento e di decorazioni vi vengono eseguiti sotto la direzione di Pietro Gemma. Il 2 gennaio 1862 si riapre con Il Trovatore e si ha l’intervento dell'imperatore Francesco Giuseppe.

Nel 1872 la Marta di Flotow cade clamorosamente. Nel 1875 fa la comparsa una Compagnia francese di canto e ballo che rappresenta sette operette in francese. Le operette ricompaiono nel 1879 con la Compagnia Scalvini e nel 1884 con la Compagnia di Luigi Maresca. Poi le compagnie d'operette si susseguono quasi tutti gli anni.

Nel maggio 1886 recita la Compagnia drammatica di Ermete Novelli, che ritorna nel 1887, sia in giugno che in dicembre, e nel 1891.

Nel 1886 abbiamo pure la Compagnia Pieri con Gustavo Salvini; nel 1889 la Compagnia Drammatica Città di Firenze, con Ruggero Ruggeri; e nel 1891 la Compagnia Edoardo Ferravilla. Nel 1893 si danno I Pagliacci di Leoncavallo con Rosina Storchio. Nel gennaio 1901 cadono Le Maschere del Mascagni, che erano state date contemporaneamente in altre sei città.

Nel 1909 il Teatro viene chiuso per lavori radicali di sicurezza. Si riapre nel 1914 con Tosca di Puccini, interpretata da Gilda Dalla Rizza.

Nel 1915 abbiamo Il Barbiere di Siviglia con Riccardo Stracciari; nel 1919 un Lohengrin con Ettore Cesa Bianchi; nel 1930 una Butterfly con la giapponese Miura Tamaki e G. Voyer; nel 1932 una Lucia di Lammermoor con Margherita Carosio e Aureliano Pertile; nel 1933 una Tosca con Rosa Raisa; nel 1940 una Manon del Massenet, con la Toti Dal Monte e Wosseloscky, e un Andrea Chénier con Aureliano Pertile e Carlo Galeffi; nel 1942 Il Barbiere di Siviglia con la Toti dal Monte, una Lucia di Lammermoor con Lina Pagliughi e una Butterfly con Toshiko Hasegana.

Nel 1943 la Toti Dal Monte interpreta la Traviata e Giovanni Malipiero la Bohème. Nel 1944 Gina Cigna interpreta la Tosca e ritorna nel 1945 per la Traviata insieme al Malipiero.

Ma il Teatro è ormai ridotto in pessime condizioni. Ancora qualche rappresentazione drammatica, qualche concerto sinfonico, conferenze politiche e cinematografo, finché è costretto a chiudere i battenti.

Una nuova Società, alla cui presidenza è il co. Mario Miniscalchi, si assume l'impresa dei restauri del Teatro e di condurre poi lo stesso a nuova vita.

Per sette mesi squadre di muratori a di artigiani, alla direzione di valenti tecnici, hanno lavorato ininterrottamente per il rinnovamento di ogni struttura e per dare alla sala una veste decorosa e rispondente alle esigenze e al gusto del nostro tempo.

E il 2 ottobre 1949 il Teatro Nuovo è riaperto con un concerto sinfonico vocale, a totale beneficio del fondo streptomicina per i malati poveri. Protagonisti il tenore concittadino Nino Martini e il soprano Oltrabella.
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