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Zevio, nella pianura veronese, in destra Adige, è oggi un Comune di oltre diecimila abitanti distribuiti, oltre che nel capoluogo (con Baiardina, Filovo, Lendinara e Sabbionara), nelle frazioni di Bosco (con Ca' dell'Ora Alta, Ca' dell'Ora Bassa, Santo Spirito e Zinzalle), di Perzacco (con Rocchi e Villabroggia), di Santa Maria (con Corte Rivalunga, Deiolo, Fenil Molino, Maffea, Pontocello, Punta, Roversola, San Procolo e Tre Ponti), e di Volon (con Griffe).
Luogo abitato fin dalla Preistoria, numerosi furono anche i reperti archeologici che esso restituì per l'Alto Medioevo, in particolare a Santa Maria, in località Giare e in località Pila. Un'ascia piatta e una cuspide di lancia dalla sagoma rozza e frammenti d'umbone e dell'impugnatura di uno scudo vengono fatte risalire al secolo settimo per la forma dell'umbone e dell'impugnatura, mentre una completa guarnizione bronzea di cintura potrebbe essere datata aI secolo ottavo. Negli ultimi cent'anni e fino all'ultimo dopoguerra il territorio, abbondantemente irrigato, produceva gran copia di cereali, di vino, di foraggi e di riso. II gelso vi era coltivato su larga scala e la barbabietola da zucchero vi faceva ottima prova. Notevole era pure l'industria casalinga nella fabbricazione di legni per zoccoli e più ancora quella dei canestri in vimini per uso dell'industria e dell'agricoltura dei quali ogni anno, alla fine dell'Ottocento, si confezionavano trecentomila capi. Allora, sempre alla fine dell'Ottocento, vi era, in Zevio, anche una filanda a vapore di bozzoli di seta e un molino idraulico a cilindri per la macinazione dei cereali, mentre erano ancora in funzione parecchie pile da riso delle molte che troviamo registrate in documenti anche cartografici precedenti e recentemente resi noti dal Chiappa, come la Pila Rizzardi di Santa Maria, Curti al Volon, Spolverini di Zevio. Anche l'Adige era fonte di ricchezza; vi si scavava una prodigiosa quantità di ghiaia che veniva trasportata fin nel lontano Polesine per la manutenzione di quelle strade. E attraverso l'Adige, oltre che per via di terra, si commerciava la frutta, specialmente pesche e mele, e legna da ardere. E all'Adige si pensava, allora, come grande fonte di forza idraulica, la quale, con l'abbondanza di manodopera e l'indole definita "mitissima" della popolazione, indicava Zevio quale luogo assai opportuno all'impianto di qualche industria. Poi, si sa, anche qui come altrove, passò il ciclone dell'ultima guerra, ma passò soprattutto il ciclone di una rivoluzione economica e culturale che segnò la fine di un'epoca, quando, anche qui come altrove, gli abitanti vivevano quasi tutti del lavoro nei campi, del resto assai fertili e produttivi, o d'industrie comunque connesse alla terra, in parte irrigata. Nacquero e si svilupparono attività artigiane e commerciali di un certo peso: quelle attività che dopo l'esodo di molta popolazione locale verso centri più industrializzati della città di Verona (e della sua corona) permisero un rilancio economico di tutta la zona. Si è detto dell'Adige e della sua importanza nell'economia zeviana. Ma l'Adige è tuttora - anche se un tempo lo fu di più - un elemento assai importante dello stesso paesaggio: qui, infatti - come dal Pestrino, attraverso Pasquara e San Giovanni Lupatoto, oppure sull'altro lato dai Molini di San Michele, attraverso Belfiore, giù fino a Zevio e sull'opposta sponda allo Zerpano - l'Adige è veramente un incanto. Il suo scorazzare per la pianura ha lasciato qui segni vistosi in rive e isolotti ghiaiosi dove sussistono resti di quegli antichi boschi fluviali che i documenti medioevali ci ricordano come ancora estesissimi, accanto a paludi altrettanto estese. Percorrere le due opposte rive è per tutti, specie quando si sia provvisti di un minimo di cognizioni storiche e geografiche, la scoperta di un mondo che non si pensa possa ancora esistere: un mondo quasi senza tempo, comunque pressoché non contaminato dall'odierna civiltà. E tale impressione possiamo cogliere in particolare nei paesaggi che il fiume ci offre a monte e a valle di Zevio, con le ampie golene, le due biforcazioni e gli isolotti ricchissimi di vegetazione. E ciò anche a Zevio stesso dove un tempo il fiume, meno infrenato che al giorno d'oggi, scorreva più vicino al borgo e copriva quell'ampia golena che ora lo separa dal paese (ai tempi di Roma, a giudicare dalle iscrizioni latine e dall'abbondante materiale rinvenuto negli scavi, il luogo era addirittura abitato). Grandissima importanza dunque per Zevio ebbe comunque, in ogni tempo, l'Adige, che qui raggiunge la sua massima larghezza (metri 260). Qui il fiume si biforca in due rami che si alternano, a vicenda, il predominio; per un certo periodo rimane più abbondante quello dl destra, poi diventa più ricco quello di sinistra. I due rami circondano un isolotto di circa ottocento metri di lunghezza, con una media di cento metri di larghezza: un paesaggio insomma veramente, anche oggi, incantevole, anche se non si possono certo fare confronti con quello che doveva essere nei secoli scorsi, quando il fiume lambiva lo stesso castello costruitogli a ridosso nel sito più largo e naturalmente più facilmente guadabile. Il castello di Zevio fu, nel secolo XVII, trasformato in villa dai Sagramoso che vi conservarono però, attorno, il vallo nel quale scorre tuttora l'acqua dell'Adige e lo spazio antistante il palazzo nel 1882 era coltivato a frutteto modello, sperimentale, diretto da appositi maestri, i quali soprintendevano anche all'allevamento dei pesci nella fossa attorno all'edificio. Oggi invece vi si ammira un suggestivo parco e il palazzo ospita la sede del Comune di Zevio. Il castello medioevale fu anche dei Trivulzio, antica famiglia milanese e venne smantellato da Francesco Sforza nel 1438. Circondata da un fossato la parte di rocca rimasta in piedi venne adattata ad abitazione privata su disegno di Adriano Cristofoli (1717-1788). Ma si favella ancora di sotterranei, di prigioni e di ponti levatoi. Zevio - anche se è ormai accertato che non fu la patria del pittore Stefano, detto appunto da Zevio sulla scorta di un'errata indicazione del Vasari, - dette senz'altro i natali ad una Santa: Toscana, forse della nobile famiglia dei Crescenzi, nacque, infatti, in questo borgo al tramontare del secolo decimoterzo e finì sposata e quindi ancor giovane, vedova di Alberto Occhi di Cane. Una santa che, ritiratasi poi dal mondo e conducendo una vita di preghiera, sparse la sua fama subito e ovunque: tre giovani che entrarono nella sua casa con male intenzioni caddero tramortiti a terra ed ivi rimasero fintanto che ella non ottenne loro da Dio il perdono. Stabilitasi presso la chiesa del Santo Sepolcro a Verona, Toscana trascorse, poi, in qualità di suora dell'Ordine Gerosolomitano di Malta, il resto della sua esistenza, assistendo gli ammalati del vicino ospedale. Nel luglio del 1343, a cinquant'anni circa, la santa morì e il suo corpo, come ella stessa aveva comandato, fu seppellito a Verona sotto la pubblica strada nei pressi della chiesa e dell'ospedale dove essa aveva operato tanto bene. I continui miracoli e I'accresciuta venerazione dei veronesi che accorrevano in folla a pregare sulla sua tomba, convinsero subito I'autorità ecclesiastica a trasportare all'interno della chiesa del Santo Sepolcro i resti della santa: il solenne trasporto avvenne il 29 settembre dello stesso 1343 con la collocazione del sacro deposito nell'arca di marmo che anche attualmente accoglie le venerate ossa. Santa a furor di popolo - cioè senza particolari processi canonici -ebbe poi Messa propria e proprie letture nel Breviario e meritò anche che nel 1474 Gelso Dalle Falci ne scrivesse una biografia che è la fonte principale di notizie cui attingono anche i moderni agio- grati. Dalla sua chiesa - detta appunto di Santa Toscana - il culto si estese in tutta la diocesi di Verona: altari a lei dedicati e sacre immagini che ne raffigurano le sembianze si trovano in molte chiese dell'agro veronese dove, fin dai tempi del vescovo Alberto Valerio (e la testimonianza è anzi sua) "la santa ... è venerata con grande pietà e devozione". Quella che veniva indicata come la casa natale della santa a Zevio fu trasformata nel 1637 in oratorio, restaurato nel 1850 per avere gli zeviani ottenuto dalla patrona la liberazione dal colera. Sempre qui, nel 1832, venne eretta in piazza una colonna marmorea con una statua di Santa Toscana, opera dello scultore Grazioso Spazzi. Ma è pure a Zevio che fino agli ultimi anni del secolo scorso sgorgava, sotto l'attuale chiesa del cimitero, una fonte dalle cui acque, per intercessione della santa, si ottenevano effetti miracolosi: in periodi di epidemie venivano ad attingere a questa fonte gli abitanti di tutti i paesi delle Basse. A Zevio, nel giorno della festa di S, Toscana, il 14 luglio, si benedicevano anche piccoli panni, nonché l'acqua, nella quale fino al 1926 si immergeva un dente della santa, poi smarrito. E nel 1882, il 20 settembre, santa Toscana salvò Zevio dall'Adige in piena quando il fiume invece di rompere l'argine sul punto già traballante e pericoloso di Zevio, squarciò presso San Giovanni Lupatoto, alle Bocche di Sorio, disperdendo poi le acque limacciose nelle vallate del Vallese e del Palù. Allora gente del porto avrebbe addirittura visto l'immagine di santa Toscana apparire splendente sulle acque. A ricordo di questo fatto miracoloso fu dipinta una tela che traduce il momento culminante del pericolo e ogni anno, il 20 settembre, Zevio ricorda ancora la promessa fatta a Santa Toscana in quelle terribili circostanze, e la grazia ottenuta. Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1986
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