Mura Scaligere - Verona

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Mura Scaligere

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Ezzelino da Romano ha posto le premesse storiche della Signoria scaligera sia sotto l'aspetto militare, sia per quello più largamente politico. Una tale politica comportava, come conseguenza e come necessità, una diversa sistemazione difensiva della capitale della Signoria. Il tracciato murario comunale non garantiva più né la città, né la politica dei nuovi Signori: Verona rimaneva, infatti, decisamente esposta sia ad est, sia ad ovest, sia lungo ampie zone del fiume.

Le lotte decennali che gli Scaligeri ingaggiarono con Trento e con Mantova, con Vicenza e con Padova, consigliarono molto presto di fortificare e, soprattutto, di dare un diverso assetto a tutta la pianta urbana. Fu Cangrande che, dopo il 1324, servendosi dell'architetto Calzaro (così egli si firma nella lapide un tempo esistente a Porta S. Spirito: " … SVB CANE VERNA CANIS SEPSIT CALZARIVS URBEM", completò questa grande impresa edificatoria, iniziata allo scadere del precedente secolo da Alberto della Scala. Ne risulta quella pianta cittadina, divisa a metà dall'Adige, ricca di verdi spazi interni pensati proprio per maggiore sicurezza e per i rifornimenti, con quella sequenza d’uscite e rientri delle cortine murarie, che è stata definita "gotica" e che è rimasta pressoché intatta fino al 1866, salvo, naturalmente, quella ricca e complessa serie di rimaneggiamenti e adattamenti compiuti in ordine di tempo da Giangaleazzo Visconti, dai Veneziani e dagli Austriaci.

Ma l'impianto non subì reali e profonde modifiche ed è anche oggi molto bene individuabile. Sembra anzi opportuno a questo riguardo annotare che si tratta di una delle strutture fortificatorie più singolari che possiamo vedere in Italia e in Europa, a nessun'altra seconda, per completezza, funzionalità e suggestione di vedute e quindi da valorizzare.

Divideremo per comodità di descrizione tutta la cinta muraria scaligera in due parti: sinistra d'Adige e destra d'Adige, ribadendo contemporaneamente il concetto che si tratta però di un unico e organico corpo murario, e di un unico blocco urbanistico; anche perché le due Verone, di sinistra e destra d'Adige, erano saldamente e comodamente unite dagli antichi ponti della Pietra, Nuovo e Navi. Dovremo insieme parlare del complesso dei ben tre castelli strettamente connessi con questo poderoso sistema fortificatorio: Castelvecchio, il Castello Visconteo (il carducciano Castel di Teodorico!) e il Castel San Pietro. Il quarto castello, di San Felice, fu invece iniziato da Giangaleazzo Visconti e ultimato dai Veneziani.

Le lotte che i Veronesi fuorusciti conducevano in alleanza con Vicentini e Padovani convinsero Alberto della Scala, nella sua qualità, oltre che di signore effettivo della città, anche di capo dei Gastaldioni delle Arti, della necessità di rinforzare l'ormai debole, e in molte parti sicuramente fatiscente, muro pre-comunale e comunale, che non difendeva più i borghi sempre più popolosi e importanti dal punto di vista economico, sorti intorno all'antichissimo monastero di Santa Maria in Organo: San Vitale, San Paolo e San Nazaro. In Campomarzo, inoltre, da tempo si teneva una fiera settimanale di sicura importanza per l'economia di tutta la città: anche quest’attività produttiva andava dunque protetta.

Il nuovo muro, probabilmente iniziato intorno al 1287, partiva all’altezza dell’antica Porta di San Sepolcro, già allora murata e, compiendo un largo arco in direzione sud-sud-ovest, comprendendo al suo interno anche l'odierna chiesetta di Santa Toscana nel cortile della quale si può ancora notare un piccolo resto di questa cortina albertina, recingeva tutto il Campomarzo lasciandone fuori la parte più meridionale (poi significativamente detta per i suoi fiori: Campofiore) perché paludosa, e raggiungendo così il fiume più a monte della Torre della Paglia, l'aggancio a destra d'Adige per la catena di chiusura del fiume.

L'opera fu completata ormai al finire della signoria da Antonio della Scala con quella torretta ancora oggi ben visibile a riva, prima del Ponte Aleardi. Altre, ovviamente, erano le torri e le torrette di vista e di difesa di questo muro, nel quale furono aperte almeno due porte importanti: Porta del Vescovo e Porta di Campomarzo o della Vittoria. Quest'ultima. detta anche Porta Pellegrina per i vasti possedimenti ivi posseduti dalla nobile famiglia Pellegrini, ricorda nel più prestigioso nome di Porta della Vittoria il ricordo della vittoria di Cangrande Il sul fratellastro Fregnano nel 1354, in occasione della quale fu eretta la vicina chiesa di Santa Maria della Vittoria. Oggi non rimane che il fornice della porta austriaca, aperta lateralmente alla più antica porta scaligera. Questa ad unico arco a sesto ribassato con sovrapposta torretta, era già stata chiusa nel 1411, e riaperta quindi una prima volta nel 1819 e quindi, fino alla sua abbastanza recente soppressione per motivi di viabilità, il 23 febbraio 1829, onde permettere comodo accesso per via terra al nuovo cimitero monumentale.

Dell'altra apertura, Porta del Vescovo, rimane qualcosa, individuabile con una certa difficoltà da salita XX settembre, appena all'inizio, in una suggestiva cortina muraria oggi addossata alle case intorno a Santa Toscana. Questa porta, più alta di un paio di metri del Fiumicello che scorreva esternamente alle mura all'incirca fino all'altezza del veneziano Bastione delle Maddalene e quivi condotto per motivi di difesa militare, era ad unico fornice in conci di tufo, sovrastata da una torretta, e si veniva a trovare proprio al limite orientale dello sperone tufaceo del Colle di San Zeno in Monte. Qui finivano le fortificazioni di Alberto, perché, evidentemente, quella serie di muri privati che proteggevano gli orti collinari intorno agli attuali San Zeno in Monte, San Giovanni in Valle e Alto San Nazaro, ancora oggi, forse individuabili nei tracciati o negli zoccoli d’analoghi esistenti muri perimetrali, bastavano a difendere a nord Verona, ricordando che da questo settore le stesse alture potevano fungere da difese naturali, e che la Valpantena era pure munita di due borgate assai vicine alla città, Quinto e Poiano.

Altri consistenti residui del muro di Alberto, sempre non eccessivamente alto (meno di dieci metri) e largo all'incirca un metro, costruito con ciottoli di fiume, conci irregolari e cotto, si possono vedere all'interno dell'attuale Porta Vescovo, sul fronte di gola del Bastione delle Maddalene e nel tratto di Campomarzo corrispondente all’attuale prato interno della Facoltà di Magistero.

Non risulta che Alboino e Bartolomeo Della Scala progettassero o realizzassero la costruzione di altri tratti di mura. E' la forte ed aggressiva politica espansionistica di Cangrande che richiede la continuazione a nord dell'opera di Alberto, per fortificare e includere nel recinto urbano tutto il colle a nord di San Nazaro (Colle Castiglione o Costiglione) con l'ampia e ricca valle di San Giovanni e compreso il colle di San Pietro.

A partire dunque dal 1324, per alcuni qualche anno prima (1321), affidandosi facilmente anche per questa parte all'opera dell'architetto Calzaro, sicuro autore del progetto delle fortificazioni destra d'Adige come testimonia l’epigrafe già ricordata, spendendo 16 ducati a pertica per un totale di 1500 pertiche, Cangrande completò la fortificazione a nord, con un percorso complesso del quale rimangono oggi lunghi e più che significativi tratti, alcuni intatti per più di centinaia di metri, e ben quindici torri di guardia, tutte perfettamente intatte.

Il muro correva dall'attuale via Salita XX settembre fino al fiume, dopo aver superato il culmine del colle là dove Giangaleazzo Visconti inizierà la contrastata costruzione di Castel San Felice, e terminando con una torretta, di cui rimane lo zoccolo di base sotto l'attuale casamatta di San Giorgio.

In questo sistema murario non compariranno grandi aperture; due almeno, vanno però ricordate: Porta Oriela, dalla classica via Aurelia che di qui entrava in città, o Porta San Zeno in Monte, e Porta San Giorgio o Porta Soario o Soaria, più a monte dell'attuale omonima porta.

Ma seguiamo dai piedi della collina l'andamento di quest’importantissima parte delle fortificazioni di Cangrande. Del muro di congiungimento tra quanto rimane dell'antica Porta Vescovo e la prima torretta, restano gli avanzi poderosi sulla collina ad est del quartiere XVI ottobre: uno sperone coperto d'edere, ridotto come, probabilmente, lo lasciarono le cannonate delle artiglierie veneziane nel 1516. Qualche altro avanzo è supponibile nei muri delle sottostanti case intorno a vicolo Porta Vescovo e Salita XX settembre. A nord la prima torretta delle nove complessive di questa parte muraria fino a Castel San Felice, segna oggi il punto di riferimento per recuperare il tracciato orientale mancante.

Di qui la cortina si dirige a nord: di sotto si apre il vasto e profondo vallo. Cangrande lo fece scavare prima della costruzione delle mura, sia per le consuete necessità tecnico-militari, sia per disporre di materiale edificatorio più a buon prezzo e a portata di mano. Il vallo è anche oggi pressoché intatto: scavato nel tufo vivo, largo da una decina ad una cinquantina di metri, più o meno percorribile, più o meno decorosamente tenuto, è profondo nei punti di solo tufo all'incirca dieci metri.
Dalla torretta appena ricordata, sotto la quale si apre il fornice della Salita S. Sepolcro (l'antico nome di Santa Toscana), stupirà vedere l'arditezza, per allora, di queste mura che strapiombano sugli speroni tufacei per un’altezza complessiva di venti-venticinque metri.

Certo, e a ragione, Cangrande non doveva assolutamente fidarsi dei sudditi vicentini e padovani, se munì così fortemente questa zona collinare, già abbastanza protetta dalla natura e da quei muri comunali già menzionati, che vennero così a costituire quel sistema di doppio muro già sperimentato nella zona della Bra’ per la sua estrema utilità nel sicuro spostamento delle milizie. Alcuni tratti nella zona di San Zeno in Monte potrebbero esser quelli ancor oggi ben visibili, o potrebbero comunque esserne questi la traccia diretta e sovrapposta.

Torri e muraglie di questo settore sono costruite con materiale misto: ciottoli di fiume, conci irregolari di tufo, e cotto, soprattutto nelle torrette e vicino alle merlature. La larghezza del muro è di circa un metro e l'altezza varia dai sette agli undici metri, secondo le necessità del terreno.

Proseguendo quindi in direzione nord-nordovest il muro, dopo l'attuale fornice di San Zeno in Monte, attacca la salita del Colle di Castel San Felice, mantenendo orizzontali all'asse di perpendicolarità le linee di costruzione dei materiali: l'effetto alla cima del muro è di gradonatura irregolare che dà l'errata impressione di una certa fretta, storicamente incompatibile con l'estrema complessità di tutto questo sistema difensivo.

Delle nove torri di questo settore, le due più alte sono vicine alla chiesetta di San Zeno in Monte. All'altezza della settima torre che poggia tra il muro scaligero e una rondella veneziana, si registra la prima interruzione della muraglia di Cangrande per far posto all'appena citata rondella. Riprende quindi la muraglia scaligera fino al termine della salita e alla nona torretta. Gli ultimi 300-350 metri che ci separano da Castel San Felice sono oggi interamente austriaci. Il Castello ha praticamente fatto scomparire la cinta di Cangrande, che doveva correre sia internamente sia esternamente alla sede del castello. Oggi la vediamo riprendere il suo corso poche decine di metri dalla porta interna di San Felice, circa all'altezza della decima torretta. Scende rapidamente con altre tre torri fino alla rondella del Colle di San Pietro dirigendo a sud. Qui si apre il fornice che dà su Valdonega e sulla spianata dei due castelli di cui diremo.

Dalla rondella, in direzione ovest, con due sole torrette, in una delle quali, all'altezza del Terraglio (= terrapieno) fu in seguito aggiunta la chiesetta di San Gregorio, le mura si congiungono con il possente Bastione delle Boccare, capolavoro in assoluto di architettura militare rinascimentale, e terminano qui, mentre un tempo continuavano fino all'Adige, come già detto, lasciando fuori Valdonega, forse ritenuta non importante o già sufficientemente munita dalle retrostanti colline.

Solo una visita a piedi, magari partendo a oriente dalla Salita S. Sepolcro, immettendosi poi, sia in interno sia in esterno delle mura, sui percorsi di San Zeno in Monte, San Felice, può consentire di gustare intera l'unica bellezza di questo percorso di quasi quattro chilometri, allietati da scorci panoramici sulla città vecchia.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1983

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