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Con Il passaggio del Veneto all’Italia (1866), il confine con l’Austria venne a trovarsi sulla linea dell’attuale demarcazione tra il Veneto e il Trentino Alto Adige, o meglio ancora tra la provincia di Trento quella di Verona.
La città scaligera, quindi, era praticamente sulla linea di confine, considerando che la Lessinia degrada dolcemente verso la città e che alcuni punti dell'altopiano erano territorio austriaco (vedi Sega di Ala, Monte Corno, Malga Foppiano e il terreno attorno a Castelberto). L'attenzione dei militari doveva per forza cadere sull'altopiano stesso impostando fortificazioni in modo tale che penetrazioni dalla valle dell’Adige, dalla val dei Ronchi verso passo Pertica e dal declivio della Lessinia fossero impossibili. Nonostante il trattato della Triplice Alleanza, era ancora viva la diffidenza verso l'Austria vista sempre come "l'antico nemico" dal quale premunirsi con trattati, ma anche con fortificazioni. Vero è che fin prima della guerra 1914/18 la Germania premeva sull'Austria per una parziale cessione del Trentino ponendosi come garante per strappare all'Italia una neutralità di comodo, ma è altrettanto vero, con senno di poi, che l'Austria preparava un’invasione in grande stile del nostro Paese. La diffidenza era padrona delle parti e inevitabilmente si progettarono e realizzarono strutture permanenti di difesa, che talvolta s’inserirono in armoniosa simbiosi con il paesaggio, tal altra deturparono le sommità dei monti (strutture in pietra di rosso ammonitico, cui hanno fatto seguito pesanti opere in calcestruzzo). Inizialmente, dopo l'annessione del Veneto al Regno d'Italia, l'amministrazione militare ristrutturò le Fortificazioni Austriache preesistenti nella zona strategica all'imbocco della val d'Adige -sbarramento Rivoli (Forte Monte già Forte Mollinary - Forte Ceraino già Forte Hlawaty - Forte Rivoli già Forte Wohlgemut e Forte Chiusa). Questi interventi riguardarono aperture di nuove cannoniere in casamatta nel settore Nord, con conseguente chiusura parziale di quelle rivolte a Sud e ad Est, in relazione ai differenti "potenziali" nemici, con relativa diversa ripartizione interna. Di fatto, le bocche da fuoco ebbero una rotazione sul proprio asse di 180 gradi Sud-Nord. Successivamente, a partire dal 1880, mentre gli ingegneri austriaci completavano la costruzione del campo trincerato di Trento e dei forti siti sugli altopiani di Lavarone e Asiago, in contrapposizione l'Italia cominciò una serie di nuove opere costituenti il sistema difensivo chiamato "linea delle Alpi", che si sarebbe esteso lungo tutto l'arco alpino. Lo scacchiere del M. Baldo e della Lessinia costituiva l'estremità ad Est, si proseguiva quindi verso Arsiero, Asiago, Primolano, il Cadore e la Carnia per terminare a Ovest, con quella serie di opere fortificate poste a Nord della laguna di Venezia. Dal forte di Amalfi, il principale di questo settore, dopo la rotta di Caporetto, partirono quelle cannonate che, abbattendo il ponte di San Donà di Piave, arrestarono l’avanzata Austro-Ungarica. Nella zona presa in esame, in relazione alle tipologie costruttive ispirate a principi tecnico-militari, possiamo distinguere due periodi: il primo che dal 1880 arriva a fine secolo ed il secondo dal 1905 al 1913 (vigilia della prima guerra mondiale). Fortificazioni del primo periodo Nel primo periodo (forte poligonale) le opere fortificate ebbero come sovrintendente il Rocchi, capo della scuola italiana, ed erano caratterizzate da sistemi costruttivi e da materiali (pietra, laterizio e masse coprenti terrose) che non si discostavano da quelli di metà '800. I manufatti di questo tipo erano considerati "a prova di bomba", erano cioè coperture o strutture atte a proteggere con efficacia i locali dagli effetti delle esplosioni dei proiettili. All’epoca era sufficiente la volta in laterizio, uno strato bituminoso impermeabile con relativi canali e gocciolatoi e una massa in terra di circa due metri per soddisfare questa caratteristica. In particolare per quanto riguarda l'insieme, escludendo localizzazioni particolari, la forma tipica era quella del poligono a 5 lati con caponiere (1) sugli spigoli del fronte principale e caponiera-rivellino, che ha sostituito il massiccio tamburo sul fronte di gola. Il ridotto, caratteristica presenza nelle fortificazioni austriache della piazzaforte di Verona, si è trasformato in caserma atta alla difesa e posta al centro del complesso. Gli ambienti all'interno, in particolare quelli destinati all'armamento e ai depositi materiali esplodenti, continuarono ad avere caratteristiche volte a botte in laterizio. Questo materiale, oltre ad essere usato per le strutture interne, è utilizzato anche all'esterno, nel rivestimento delle cornici delle feritoie e di altre aperture a contrasto con la pietra, come si nota nei forti di San Marco e San Briccio. Le varie sfumature della pietra, dal rosso ammonitico al bianco, in conci regolari, è l'altro materiale tipico di queste fabbriche; utilizzato principalmente nelle opere di sostegno e nei rivestimenti all'esterno. In questo periodo l’ingegnere militare, per l'ultima volta, sentì la necessità di tenere ancora buon conto dell'aspetto estetico, curando molto forme ed uso dei materiali, soprattutto nei paramani (2), nelle cornici e negli altri particolari estetici, anteponendo spesso l'aspetto architettonico a quello meramente funzionale e utilitaristico. Di questo periodo sono i seguenti forti:
Fortificazioni del secondo periodo Nel secondo periodo (forte corazzato) la chimica degli esplosivi (polvere alla balistite) e il miglioramento dei pezzi di artiglieria, dei materiali, dei sistemi di puntamento e di tiro hanno portato a un consistente aumento delle gittate e del potere esplodente delle granate. Di conseguenza, le strutture di difesa hanno dovuto adeguarsi ad un differente sistema di costruzione dei forti. Il calcestruzzo, il cemento armato e le blindature di acciaio hanno sostituito le masse coprenti in terra e le volte a botte in laterizio, mentre nei paramani si è utilizzata ancora la pietra, ma posta in opera con minore ricerca stilistica. La posizione delle bocche da fuoco passano dalle batterie in barbetta o in casamatta, con modesti angoli di tiro, alle torri blindate con rotazione elettrica a 360 gradi, che configurano i forti come "corazzate terrestri". Di questo periodo sono i forti:
Nessuno di questi forti si è trovato sul fronte di combattimento nel primo conflitto mondiale, per cui non è possibile dare un giudizio sulla loro validità, sia per quanto riguarda l'offesa che la difesa. NOTE: (1) Caponiera: struttura difensiva bassa e appiattita all'interno dei fossati, destinata a contrastare il nemico con tiri radenti di artiglieria leggera e fucileria. (2) Paramano: rivestimento di pareti esterne ed interne di edifici con uso, anche parziale, di mattoni ad angoli regolari vivi in cotto o piastrelle ad essi simili. (3) In barbetta: i cannoni sono montati sulla parte superiore di una fortificazione a cielo aperto e riparati solo da un basso terrapieno o da un parapetto in muratura. Spesso, tra un pezzo e l'altro, erano posti dei gabbioni paraschegge. La dizione deriva, pare, dal fatto che la fiammata dell'arma disposta in questo modo "faceva la barba" allo spalto o al parapetto che la riparava. (4) Casamatta: locale di un'opera fortificata chiuso, con volta protetta, dotato di una o più aperture cannoniere per il tiro delle artiglierie sistemate nel suo interno. (5) Torretta o cupola corazzata: calotta semisferica di acciaio ospitante un pezzo d'artiglieria (calibro minimo 100 mm.) con rotazione a 360°. La struttura si prolunga all'interno del pozzo contenendo le apparecchiature di rotazione, di caricamento e i congegni di puntamento. Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1991
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