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Cenni storici
Si è cercato di ricostruire storicamente le figure delle due Sante, ma troppe sono le incongruenze, le incertezze e le contraddizioni risultate nel confronto tra la leggenda e la storia, per cui non resta forse che accettare la leggenda. La quale narra che Tosca, sorella di San Procolo Vescovo, abitava a Verona e viveva in penitenza in luogo solitario, quando giunse nella città Teuteria, figlia del Re d'Inghilterra, fuggendo da Osvaldo che la insidiava. Conosciuta la santità di Tosca, Teuteria si rifugiò da lei e, per prodigio divino, si formarono, sull'apertura della grotta, delle tele di ragno cosi fitte e resistenti che impedirono ai sicari di Osvaldo di raggiungerla. Le due fanciulle passarono insieme il resto della vita e morirono a pochi giorni di distanza nel 263, mentre Osvaldo, grazie alle preghiere di Teuteria, si convertiva divenendo Santo. Il culto di Teuteria risale all'alto medioevo, quello di Tosca, invece, compare solo a cominciare dal XII secolo, ma non ebbero mai particolare officiatura. La consacrazione della chiesetta avvenne nel 751 per opera del Vescovo Annone, come ci attesta un «Salterio» dei SS. Apostoli, oggi scomparso. È considerata dunque la più antica del Veneto. Nel 1160, il 14 settembre, fu riconsacrata dal Vescovo Ognibene, in occasione del ritrovamento dei corpi delle Sante che furono collocati in un'arca di marmo nella chiesa. Varie indulgenze furono concesse al loro culto dai Vescovi veronesi durante il secolo XIII e XIV. Nel 1335 la nobile famiglia veronese dei Bevilacqua creò un beneficio a favore della chiesa, che passò sotto il loro «jus-patronato» fino al 1898, quando, per legato della Duchessa Felicita Bevilacqua La Masa, ritornò di proprietà della Parrocchia dei SS. Apostoli. Nel 1913, a cura della Soprintendenza, furono eseguiti lavori di restauro che permisero di distinguere le strutture originali dalle parti aggiunte in varie epoche. In tale occasione l'ing. Da Lisca che sovrintese ai lavori, ne eseguì un'accurata relazione. Secondo il Da Lisca, quando Annone consacrò la chiesa nel 751, essa doveva preesistere da lungo tempo, forse dal V secolo, come pare si debba dedurre dal suo profondo livello di costruzione, pochi centimetri sopra mosaici romani del IV secolo. Era in origine un edificio a croce greca, ossia a quattro braccia uguali, con la parte centrale sopraelevata, e si trattava forse di un sepolcro romano. È noto, infatti, per notizie e scavi, che in questo luogo, lungo l'importante via romana appena fuori dal Pomerio, sorgevano numerose costruzioni sepolcrali, e dove poi fu edificata la chiesa dei SS. Apostoli vi era un cimitero cristiano. Riesumati nel 1914 gli scheletri deposti nell’arca dal Vescovo Ognibene nel 1160, risultarono di due individui di sesso diverso, che il Da Lisca suppone, in via del tutto ipotetica, una coppia di sposi sepolti nell'ipogeo da essi fatto costruire adoperando materiale proveniente da edifici preesistenti «in loco», demoliti forse dai barbari nelle invasioni del V secolo. Per il Bettini, la costruzione è un «martyrium», cioè un sacello, eretto sulla tomba di un martire. Una costruzione analoga a questa è il mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, del V secolo: molte, infatti, sono le somiglianze, non solo nella pianta, ma anche in particolari di tecnica costruttiva; la costruzione veronese non è affatto ricca e adorna come quella ravennate, ma possiede, a suo vantaggio, la parte centrale all'incrocio delle due braccia assai elevata in proporzione: la volta a vela è veramente notevole per lo slancio e l'armonia costruttiva, resa con un sistema di pennacchi che impostano la volta, poi si appiattiscono a costituire una zona sferica e infine rientrano al nodo centrale. Si può dunque credere che il nucleo primitivo della chiesetta risalga al V o al VI secolo. Alcune modifiche le furono apportate dalla parte della facciata (appoggiata ai SS. Apostoli) che fu ampliata e alzata in occasione forse della riconsacrazione da parte del Vescovo Ognibene nel secolo XII; tali modifiche sono visibili perché la muratura romanica, in gran parte di tufo con qualche corso di laterizio e qualche ciottolo, differisce da quella più antica ad «opus spicatum», cioè di ciottoli uniti a frammenti di laterizio. Nel secolo XIV la famiglia Bevilacqua che aveva, come si è visto, lo «jus-patronato» della chiesetta, allo scopo di dare opportuna collocazione alle tombe di famiglia, prolungò i muri di fondo delle quattro braccia fino al loro incontro, dando alla chiesa una planimetria pressoché quadrata (1368). Anche l'interno subì, di necessità, radicali trasformazioni: furono aperte le sei arcatelle tra i pilastri (divenuti tali e in gran parte ricostruiti) e i nuovi muri perimetrali; volte a cilindro furono girate sui quattro loculi aggiunti; fu costruita l'abside in laterizio, più ampia del lato del quadrato centrale. Anche il tetto fu rifatto: unico, a due sole falde con un alto colmo, così da coprire tutto l'edificio; e varie altre piccole e parziali modifiche furono apportate, che sarebbe troppo lungo enumerare. Insomma la chiesa mutò aspetto. Nel secolo XVI fu rinnovato il pavimento in marmi bianchi e rossi, sovrapponendolo di venti centimetri al più antico, per opera del rettore E. Peretti, il quale aprì anche la porta sul fianco settentrionale, di tufo con timpano triangolare recante la scritta: DEO OPT. MAX. ET S. TEUTERIAE AC TUSCAE VIRG. A questo periodo risale anche la tomba dei tre fratelli Bevilacqua sulla sinistra (di cui si dirà più avanti). Si giunge così al secolo XVIII quando vennero collocati lateralmente degli altarini in tufo e legno, tolti nei restauri del 1913, e fu elevato il pavimento presbiteriale e rinnovato l'altar maggiore di marmo bianco e nero, che è invece conservato; vennero inoltre aperte, in luogo degli antichi finestrini a semplice strombatura, numerose finestre ovali. I lavori di restauro eseguiti nel Novecento portarono alla distruzione delle finestre ovali settecentesche, ad eccezione delle due sopra le tombe Bevilacqua, e alla riapertura di tre finestrini, uno nell'abside e due nel braccio di mezzogiorno e in quello di tramontana, i cui muri, tolti gli altari settecenteschi, vennero ripristinati dello spessore originario di cm. 65 come indicavano chiaramente le fondamenta. Abbassato il tetto, anche nella parte centrale si effettuò il ripristino degli originali finestrini a strombatura, su tre lati, perché il quarto, verso mattina, è ostruito dalla volta trecentesca. Furono inoltre eseguiti lavori di sottomurazione e di rinforzo dove si resero necessari. Un'interessante scoperta venne fatta durante gli scavi: si tratta di mosaici pavimentali romani trovati alla profondità di più di due metri sotto l'attuale livello stradale; sono del IV secolo, eseguiti con la tecnica romana a tessere di marmo rosso, giallo, bianco e nero che formano disegni geometrici con bordature e tenie intrecciate. Dalla parte del braccio a tramontana apparvero ben tre strati di pavimento romano, ad un dislivello di pochi centimetri l'uno dall'altro. (Da questa parte l'intercapedine con i mosaici è accessibile dato che la lastra di pietra è mobile). Si rinvennero anche frammenti di intonaco affrescato, monete di rame del III e IV secolo, pezzetti di bronzo, avanzi di ossa umane. Esterno La Chiesetta ci appare oggi in gran parte interrata sotto il livello stradale che continuò ad aumentare con i secoli. La sua architettura, nonostante che i restauri abbiano ripristinato il tetto, facendo risaltare la parte centrale più elevata, appare sfalsata a causa della trasformazione trecentesca da croce greca a pianta quadrata, L 'allungamento delle testate dei bracci avvenuto nel secolo XIV, come la costruzione dell'abside a mattina, si distinguono chiaramente per il paramento di mattoni, diverso da quello più antico ad «opus spicatum». Sul fianco settentrionale è inserita una porta di tufo del secolo XVI, di tipo classico, con un timpano triangolare, recante la scritta: DEO OPT. MAX. ET S. TEUTERIAE AC TUSCAE VIRG.; del secolo XVIII è invece la lapide con la scritta: IN HOC SACELLO / CONDITA SUNT COR / S. VIRG TEUTERIAE ET TUSCAE. Pure del '700 sono due finestre ovali, sul fianco settentrionale e su quello meridionale, conservate nei lavori di restauro, in corrispondenza delle due tombe Bevilacqua. Interno L’interno della chiesa (si passa dalla sacrestia della Chiesa SS. Apostoli), pur conservando in gran parte le aggiunte apportate nei secoli, ha riacquistato, con i recenti restauri, un’atmosfera severa e raccolta, il più possibile vicina alla primitiva semplicità. Sopra l'altare settecentesco si nota subito, entrando, l'arca «grande et honorevole» (Peretti) delle supposte SS. Teuteria e Tosca ivi composte nel 1160 dal Vescovo Ognibene. La cassa di marmo rosso, che probabilmente serviva un tempo per altare, è ora sorretta da quattro colonnine poggianti su pilastrini quadrati; la faccia anteriore venne lisciata quando nel 1427 il Vescovo Elia, che ne curò la sopraelevazione, fece iscrivere nella base la scritta : «Sancta Teuteria stirpe regia edita magnas sub Oxsvaldo angliae regie ibi nata est persecutiones tulit qui post modum opera et orationibus Sanctae Teuteriae ad Jesu Christi fidem conversus sanctissimus christianus evasit ea Veronam profecta ad Sanctae Tuscae disciplinam haec S. Proculi veronensis episcopi soror erat se transtulit ubi ambae spiritum reddidere diebus sanctorum Firmi et Rustici anno incarnati verbi XXXXXVI cum autem in hoc tempus earum corpora humi condita mansissent reverendus in Christo Pater Dominus Elias Episcopus suellensis pietate ductus altius elevari curavit anno Christi MCCCCXXVII». Di questo momento sono, con ogni probabilità, anche le sculture di marmo grigio inserite nella fronte dell'arca: La Vergine col Bambino in trono venerata da San Procolo e le Sante Teuteria e Tosca. Esse recano sotto l'edicola, nel blocco di pietra da cui sono ricavate, il nome ad affresco ormai quasi illeggibile. Il senso di volume e di spazio cui sono improntate, ne rivela il carattere rinascimentale, sebbene non manchino grafismi, cincischiamenti e particolari figurativi ancora di carattere gotico. Quando tra la fine del 1913 e l'inizio del 1914 si procedette alla riesumazione dei resti di due individui di sesso diverso (quindi senza alcuna possibilità di ritenerli delle due Sante), furono trovate, presso i teschi, due lamine di piombo, recanti, l'una, la scritta seguente: Hic requiescit in pace Tusca innocens que vixit IIII or C an nos et menses duos depo sita VII idus iulii e nel retro: huius corpus inven tu et collocatu e ab oiobono epo ver an Dni MCLX l'altra: hic iacet in pace beata Theutheria Virgo deposita III nonis mai e a tergo: huius corpus in ventu colloca tu ab oiobono ep V an Dni MCLX Il Da Lisca pensò che le due laminette fossero fatte incidere dal Vescovo Elia in occasione della nuova collocazione dell'arca nel 1427, mentre il Cipolla le ritenne originali del Vescovo Ognibene, cioè del 1160. A destra, guardando l’altare, è la tomba di Francesco Bevilacqua, soldato e giurista, consigliere di Cangrande Il; egli fece donazioni e benefici alla chiesetta e fu il primo della famiglia ad esservi sepolto nel 1368. Sull’arca, in marmo di Sant'Ambrogio e un tempo terragna, è disteso Francesco Bevilacqua con le vesti di cavaliere; la fronte dell'arca è divisa in tre scomparti: a sinistra lo stemma gentilizio, a destra il cimiero con due cani; nel centro, la Pietà in marmo di candolia che vi si trovava ed è ora murata sopra il sepolcro, fu sostituita nel '500 da una formella di marmo bianco con un cimiero ornato, probabilmente dello stesso tempo e della stessa mano del maestro che scolpì l’arca posta di fronte. Non si conosce l’autore di questa tomba trecentesca; il Da Lisca esclude trattarsi di un veronese e fa l'ipotesi di Bonino da Campione che in quel tempo era incaricato di erigere il monumento funebre di Cansignorio presso Santa Maria Antica. Influenze lombarde nella scultura veronese sono molto frequenti negli ultimi decenni del secolo; ed anche in quest'arca (di tipo veronese per la decorazione delle fasce e cornici a foglie e fiori stilizzati molto plastiche e risentite) echi lombardi non mancano, specie nella figura distesa del cavaliere e della Pietà, rese con una levigatezza di superfici ed una mancanza d’espressione contrarie all’incisività del taglio e alla vivacità d’espressione abituale ai veronesi. Ma la qualità stilistica delle sculture Bevilacqua è così scadente da rendere insostenibile un'attribuzione al maestro lombardo. Di fronte, l'arca in marmo bianco dedicata a tre fratelli Bevilacqua: Gianfrancesco, Antonio e Gregorio; divisa anch'essa in tre scomparti reca, conformemente alla figuratività rinascimentale, non più stemmi cavallereschi e la Pietà, ma l’immagine delle virtù teologali: la Carità al centro, la Fede e la Speranza. Sull'arca, sorretta da due cariatidi alate, è adagiata una poderosa figura di guerriero; sopra, nel muro, tra due stemmi gentilizi, una lapide con la scritta : DOM Joannifracisco Antonio et Gre gorio Bivilaquis fratribus Gre gorii Minerbi ac Bivilaquae comi tis filiis eorumq posteris Nemmeno di quest'arca si conosce l'autore, che, dai caratteri stilistici, c’è dato supporre essere un veronese. La figura distesa del guerriero, dalle membra poderose ma sproporzionate, dalla barba fluente con una suggestione nordica, trova chiaramente riscontro nella contemporanea pittura veronese cinquecentesca: si allude specialmente agli analoghi vecchioni del Brusasorzi, di Paolo Caliari e del Farinati, nei quali il «montaggio» manieristico acquista il particolare accento della tradizione locale. La cassa marmorea è eseguita come una cassapanca cinquecentesca: le riquadrature, le cornici a dentelli, ad ovuli e a gusce, il particolare taglio del fogliame, fanno pensare alla tecnica di un falegname più che a quella di uno scultore. Pure del cinquecento, ma precedenti, sono le due mensole di marmo rosso con una fine decorazione scultoria, ai lati della scala verso tramontana, che il Da Lisca suppone mensole di un poggiolo della vicina casa Bevilacqua, rifatta dal Sammicheli nel 1530; le due pilette per l'acqua santa, per i simboli di un'ala (stemma Bevilacqua) e di una stella (stemma Peretti) c’è dato arguire siano state ordinate dal rettore B. Peretti, che nel 1564, fece rifare il pavimento e ordinò la tomba terragna al centro recante la scritta: Ju (jus) Pa (Patronus) Rectoribus Sacelli Huius MDLXIIII B P. Essa è ora coperta dal fonte battesimale formato da un piedestallo rinascimentale a tre delfini incrociati e da una conca moderna, eseguita nel 1950 quando la chiesetta fu adibita a Battistero. Sui pilastri a mattina due lapidi di marmo rosso celebrano in caratteri gotici Francesco Bevilacqua: heu dolor, heu grandi Bivilaque stirpe creati hic sita Francisci militis ossa cubant! Scaligeris dilectus heris, quo iustior alter non fuit, ille sua fulxit in orbe fide. consilium sub mente potens, animosque viriles gessit, et, o lacryme! iure peritus erat. nona dies octobris erat, quae milletrecentos sexdecies annos, octoque dena dabat. La gran vasca battesimale in un angolo, di un solo blocco marmoreo, fu qui trasportata dalla vicina Chiesa di San Lorenzo, quando questa, nel 1806, cessò d’essere chiesa parrocchiale; pare risalga al secolo XIII, e all'antico uso del battesimo per immersione sono dovute le sue eccezionali dimensioni. Si vuole che a questa fonte sia stata battezzata la Beata Maddalena Di Canossa. Fonte: Le Guide 14
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