Arsenale Franz Josef I - Verona

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Arsenale Franz Josef I

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Collocata in posizione geograficamente privilegiata, all'incrocio di vie di comunicazione fondamentali (tra Roma "centro del mondo" e il nord Europa da un lato, tra Venezia - e quindi l'Oriente - e Milano, dall'altro), Verona ha rivestito fin dalle sue origini un ruolo strategico determinante. Per questo motivo è sempre stata ambita dai potenti, divenendo - dall'antichità fino all'ultima guerra - centro nevralgico dal punto di vista militare.

A testimonianza di questo suo ruolo sono rimaste imponenti strutture difensive, le più antiche delle quali risalgono fino all'età romana. Anche nel suo passato più recente, tuttavia, la città scaligera ha visto sorgere possenti edifici, volti sia a munire la città sia a supportare le diverse componenti dell'organizzazione militare che in essa avevano trovato sede.

In particolare, nell’organizzazione del "Quadrilatero Veneto", messa a punto attorno al 1850, Verona ricopriva il ruolo di principale "piazza di deposito": essa si trovava, infatti, direttamente collegata con l'Austria grazie alla via del Brennero, ed era inoltre ben protetta dalle vicine piazzeforti di Peschiera, Legnago e Mantova. Per questo, al sicuro tra le mura di Verona avevano trovato posto depositi e stabilimenti militari necessari siano in tempo di pace che in caso di guerra, quando la città scaligera avrebbe funzionato da essenziale punto di supporto per le operazioni belliche.

In tale contesto, negli anni 1850-1860 circa gli austriaci intrapresero un imponente moto d’adeguamento delle strutture militari cittadine al ruolo ricoperto da Verona, "fortificazione permanente", nella loro organizzazione strategica.

Proprio tra queste fondamentali iniziative è da inserire la progettazione e l'edificazione dell'arsenale d’artiglieria intitolato all'imperatore Francesco Giuseppe l. Esso sorse tra il 1854 e il 1861 nell"'ortaglia irrigatoria detta di Campagnola", un vasto terreno pianeggiante che si stendeva oltre l’Adige, di fronte alla fortezza medievale di Castelvecchio: destinato ad accogliere la Direzione d'Artiglieria, il complesso sarebbe servito da supporto logistico per tutte le piazzeforti del Lombardo-Veneto. Infatti, dal 1849 Verona ospitava la concentrazione di tutti i servizi tecnici d'artiglieria. Questo aveva reso indispensabile la sostituzione dei vecchi impianti, ubicati in Campo Marzio, con un arsenale di concezione d'avanguardia.

Per edificarlo fu scelta appunto l'area della Campagnola dove si concentravano i principali requisiti richiesti dalle autorità militari. L'arsenale doveva sorgere infatti fuori della città sia per ragioni di sicurezza che per essere più difficilmente accessibile in caso di insurrezione. Doveva inoltre essere in strategica posizione rispetto alle vie di comunicazione, stradali e ferroviarie, per l'Austria: requisito appunto di questa zona, direttamente collegata con la strada del Brennero e, attraverso lo scalo di Parona, con la stessa linea ferroviaria. Era infine necessario che fosse ben difeso da barriere sia naturali sia costruite dall'uomo, ovvero l'ansa dell'Adige e i bastioni di Spagna, le fortificazioni di Porta San Giorgio e i forti collinari.

Un primo progetto per il nuovo Arsenale fu elaborato nel 1854 all'interno degli uffici del Genio militare, diretti dal tenente colonnello Conrad Petrasch. L'alto ufficiale ricoprì quest’incarico negli anni 1850-1855, periodo in cui a Verona furono promosse importanti iniziative nel campo dell'architettura militare, quali la firma del progetto per la caserma di Castel San Pietro (1853) e del nuovo ospedale militare. Quanto all'Arsenale, esso fu progettato probabilmente, su precisa indicazione della direzione generale del Genio, facendo riferimento al modello offerto dal nuovissimo arsenale di Vienna, costruito tra il 1849 e il 1857.

Tale struttura rispecchiava in pieno la tipica struttura architettonica dell'arsenale di artiglieria ottocentesco: in quest'epoca infatti questi complessi, distinti in arsenali di produzione e di manutenzione, raggiungevano dimensioni tali da dover essere organizzati in una molteplicità di corpi di fabbrica, disposti secondo criteri funzionali, improntati alla razionalità, tipici dell’architettura illuministica. Tale mentalità trovò riflesso anche nella struttura veronese, il cui legame con la possente "città delle armi" sorta alle porte di Vienna risulta evidente soprattutto nei tratti del progetto originario, ben diverso da quello che fu effettivamente realizzato. In principio, infatti, gli ingegneri del Genio pensarono per Verona un complesso dalle dimensioni imponenti, disposto su una superficie di undici ettari, prevedente ben sedici corpi di fabbrica disposti in modo simmetrico. Un muro rettilineo doveva distinguere il complesso in due settori di analoghe dimensioni, destinati ad usi diversi. La sezione superiore prevedeva infatti di ospitare cinque edifici (ben più grandi di quelli previsti nell'altro settore) disposti lungo il perimetro, dove avrebbero dovuto trovare posto i magazzini dei carriaggi, degli affusti, dei finimenti e dei legnami da carpenteria. Tutta questa parte del complesso non fu mai realizzata.

Si diede invece il via all'edificazione del secondo settore, il più prossimo all'ansa. Quest'ultimo, che si distingueva per accogliere tre grandi isolati disposti a corte in modo da separare gli spazi destinati ai laboratori dai magazzini e dalle scuderie, fu portato a termine tra il 1855 e il 1861. Anche qui, tuttavia, progetto originario e realizzazione non coincisero completamente. Fu infatti cancellata la costruzione dei due edifici, destinati ad ospitare la residenza degli ufficiali, previsti alle estremità del lato sud, quello rivolto verso il Ponte Scaligero: a tale scopo, si preferì infatti utilizzare la vicina Caserma San Martino, ovvero Castelvecchio. Fu inoltre ridimensionato, nelle forme e nella struttura, il padiglione del Comando, posto al centro dello stesso lato, mentre vennero in compenso ampliati gli edifici destinati alle scuderie, posti sul lato minore delle due corti laterali.

Sempre secondo il progetto originario, il complesso - al pari del suo "modello" viennese - doveva essere racchiuso da brevi muri rettilinei, destinati a collegare gli edifici perimetrali. In fase di realizzazione, invece, si preferì circondare l’Arsenale con un muro di cinta continuo e isolato, lungo 392 metri e largo 176, munito ai quattro angoli di torri di guardia.

Una volta completato, l'Arsenale apparve così composto di nove corpi di fabbrica lineari (quasi la metà di quelli previsti inizialmente) a uno o due piani, disposti, come scrive Lino Vittorio Bozzetto, "in un insieme spaziale di corti, strade e piazzali che richiama la disposizione interna di un grande edificio".

L'organizzazione degli spazi fu così concertata: nel corpo principale, il padiglione del Comando, caratterizzato da un imponente scalone d'onore, trovarono posto gli uffici, le sale dei trofei e delle armi, a ricordare il ben più significativo "Museo dell'Armata", ospitato nella stessa area dell'arsenale viennese.

Nella corte centrale furono invece concentrati i laboratori di fabbri, carradori, carpentieri e sellai. In questo modo, essi risultavano separati sia dai magazzini che dalle scuderie, che si affacciavano sulle corti laterali. Ancora nella corte centrale, ma negli edifici della sua parte meridionale, erano invece situati gli uffici dei disegnatori e quelli amministrativi, oltre all'archivio dei modelli. Per ragioni di sicurezza, il laboratorio pirotecnico aveva invece trovato posto tra le mura di Castelvecchio, cui si poteva accedere direttamente, tramite il ponte scaligero.

In totale, gli austriaci regalarono alla città un complesso esteso su oltre 69 mila metri quadri (sugli 110 mila inizialmente previsti), di cui circa 20 mila coperti da edifici. Il suo ingresso principale si apriva sul lato meridionale, di fronte al ponte di Castelvecchio. Altri due cancelli si aprivano ai lati del Padiglione del Comando, mentre una terza via d'accesso era sul retro, verso la Campagnola.

Si trattava propriamente di un "arsenale di manutenzione". Perciò, la sua attività principale era volta alla revisione e al deposito delle armi leggere e dei materiali di artiglieria, compresi - in tempo di pace -pezzi d'artiglieria da fortezza. Qui, inoltre, erano costruiti affusti, accessori per i vari pezzi, finimenti e attrezzi da campagna. La forza motrice necessaria alle diverse attività era prodotta da una macchina a vapore. All'interno dell'Arsenale era anche presente un reparto di fonderia, dove tuttavia non sembra siano mai state prodotte bocche da fuoco.

L'annessione del Veneto al regno d'Italia (1866) impedì probabilmente l'attuazione dell'intero progetto iniziale. Dopo l'unità, il complesso rimase naturalmente di proprietà delle autorità militari, che continuarono ad utilizzarlo per scopi bellici. Solo nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, si iniziò a pensare ad una diversa destinazione per quest'area.

Così, il piano di ricostruzione della città elaborato in quegli anni prevedeva la conversione dell'area dell'Arsenale in parco pubblico: le difficili trattative per la sua cessione al Comune di Verona presero il via allora. Finalmente, l’1 giugno 1995, il complesso architettonico (dotato anche di campi e preziosi spazi verdi) è entrato in possesso della città. Starà ora ai veronesi trasformare un luogo nato per la guerra in un'oasi di pace e di relax, portando tra le sue severe mura, dove talvolta - soprattutto al tramonto - sembrano ancora echeggiare i passi dei soldatini di Cecco Beppe, un concerto gioioso di voci e colori.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1996

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